È SOLO LA FINE DEL MONDO

È SOLO LA FINE DEL MONDO

Lavorando per la prima volta su un soggetto non suo, Xavier Dolan confeziona con È solo la fine del mondo un claustrofobico dramma da camera, che conferma il suo talento e il suo approccio al racconto per immagini.

I dolori del giovane Xavier

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Ventisette anni, sei lungometraggi, una presenza ormai fissa nelle maggiori manifestazioni internazionali, ben due premi della Giuria nelle ultime due edizioni del Festival di Cannes: se mai l’espressione enfant prodige fu adeguata per qualcuno, sembra difficile pensare che questi non sia Xavier Dolan. Cresciuto (per sua esplicita ammissione) con un cinema popolare e d’intrattenimento, con uno sguardo affine agli autori della nouvelle vague, ma contaminato da un gusto meticcio e postmoderno, il giovane regista canadese tratta per la prima volta, con questo È solo la fine del mondo, un soggetto non suo. La fonte, una piece teatrale di Jean-Luc Lagarce, è affine alle tematiche del regista quanto ostica nel suo rapportarsi allo spettatore, un claustrofobico dramma da camera incentrato sui temi portanti della memoria, degli affetti e del tempo che si esaurisce. Con un carattere melò esplicito e in molti passaggi quasi soffocante.

Il plot è incentrato su Louis, un giovane scrittore che ha da anni lasciato la sua famiglia, che riceve la diagnosi di una gravissima malattia. Memore della sua infanzia e adolescenza passata accanto a sua madre, e a due fratelli dalla personalità complessa e spigolosa, il giovane decide di far loro visita per prima volta, temendo di aver ormai a disposizione poco tempo da passare con loro. Tornato a casa, però, Louis ripiomba subito nelle logiche nevrotiche e disfunzionali che lo portarono ad allontanarsi. La giornata trascorre tra tensioni, ricordi e accuse mute e manifeste, mentre il giovane non riesce a trovare il coraggio di svelare il vero motivo della sua visita.

Dolan non ha paura, qui come nelle sue opere precedenti, di affondare il suo (metaforico) coltello nella carne viva dei rapporti familiari, facendo sue le inquietudini del protagonista, proiettando la portata dolorosamente autobiografica del suo cinema in una dimensione ipotetica, quella di una fine intravista e di una necessità di compendio e (forse) di perdono. Lo fa con la sua estetica, come sempre ricca, “piena” e ricercatissima, non avendo paura dell’unità di tempo e di luogo, dei pochi personaggi e dei rischi di un soggetto essenziale e quasi scarnificato. E lo fa affidandosi, soprattutto, a una sceneggiatura di ferro, e a un pugno di interpreti (dall’”alter ego” Gaspard Ulliel alla cognata col volto di Marion Cotillard) che non temono di caricare su di sé gran parte del peso del film.

Il giovane regista conferma, in questa sua ultima opera, tutto il suo straordinario talento visivo, innestandolo su un soggetto la cui scelta poteva risultare un’arma a doppio taglio: una vicenda tematicamente affine alle sue inquietudini, quanto (apparentemente) poco in linea con un’estetica così “spessa” e debordante qual è quella del regista. La casa di famiglia di Louis, invece, diviene campo di battaglia esplicito e metaforico, fotografato e filmato in modo caldo e avvolgente, capace di trasmettere contemporaneamente, in un insieme indistricabile, attrazione, senso di protezione e repulsione.

Dolan si conferma innamorato dell’immagine cinematografica e della sua bellezza come oggetto puro e grezzo, tale da prescindere dalle giustificazioni narrative: eppure, la ricercatezza ai limiti del formalismo delle sue immagini si rivela qui molto più giustificata che in passato. È solo la fine del mondo è un film che vive di linee di tensione esplicite ed implicite, di urli e di non detto, di contraddizioni affascinanti e insanabili: non è un caso che la sequenza più claustrofobica in assoluto, quella che giunge al culmine di un lento ma montante climax emotivo, sia il magistrale dialogo tra Gaspard Ulliel e Vincent Cassel, in macchina: gli spazi aperti non nascondono, ma anzi esasperano, un senso di prigionia e soffocamento che è mentale prima che fisico.

Certo, come per i film precedenti (seppur in modo meno marcato ed esplicito) la ricercatezza estetica, quasi ossessiva, di Dolan, può indisporre certe categorie di spettatori. Il giovane regista canadese continua a essere consapevole delle sue doti, e laddove può scegliere tra la loro mostra esplicita e l’understatement, sceglie senza esitazioni la prima opzione. C’è un afflato esplicitamente adolescenziale, nel suo modo di proporre il cinema, confermato da questo È solo la fine del mondo: una smania palese di mettere in luce il talento e il proprio stesso vissuto, che risulta coerente con la concezione artistica del regista – come finora si è delineata –, ma legittimamente non digeribile da tutti. Riconoscere il valore del cinema di Dolan, e del suo sguardo sulla porzione di mondo che racconta, non significa necessariamente sentirli come a sé affini. Una considerazione che va tenuta a mente, e che è forse il modo migliore per apprezzare il denso, elegante, e per certi versi poco “pensato” approccio del regista canadese al racconto per immagini.

È solo la fine del mondo recensione

Scheda

Titolo originale: Juste la fin du monde
Regia: Xavier Dolan
Paese/anno: Francia, Canada / 2016
Durata: 97’
Genere: Drammatico
Cast: Gaspard Ulliel, Léa Seydoux, Marion Cotillard, Nathalie Baye, Vincent Cassel
Sceneggiatura: Xavier Dolan
Fotografia: André Turpin
Produttore: Sylvain Corbeil, Nancy Grant, Nathanaël Karmitz, Michel Merkt, Xavier Dolan
Casa di Produzione: MK2, Sons Of Manual, Diaphana
Distribuzione: Lucky Red

Data di uscita: 07/12/2016

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Marco Minniti
Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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