UN SACCHETTO DI BIGLIE

UN SACCHETTO DI BIGLIE

Film facente parte di una lunga tradizione, quella delle storie sull’Olocausto raccontate dal punto di vista dei bambini, Un sacchetto di biglie è efficace nel restituire lo sguardo dei due giovani protagonisti sull’orrore che li circonda, fondendo in modo funzionale, anche se a tratti un po’ ingenuo, impeto divulgativo (e pedagogico) ed esigenze di intrattenimento.

Il mondo in una biglia

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Si inserisce nel solco di una lunga tradizione, questo Un sacchetto di biglie, quella dei film sull’Olocausto raccontati da un punto di vista infantile. Una tradizione che è letteraria prima che cinematografica: è stato infatti proprio un suo significativo esempio, l’omonimo romanzo autobiografico datato 1973 scritto da Joseph Joffo, a fornire la fonte di ispirazione per il film di Christian Duguay, che ne è il secondo adattamento per il grande schermo. Un film che arriva in sala, in Italia, solo una settimana prima della tradizionale ricorrenza della Giornata della Memoria, e che giunge ben quarantatré anni dopo l’altro adattamento della medesima fonte letteraria: quasi a ribadire che certe vicende, per il loro portato storico e di monito per tutte le generazioni future, hanno bisogno di essere narrate più e più volte. Come in esempi del filone abbastanza recenti, quali Corri ragazzo corri di Pepe Dunqueart, e Il viaggio di Fanny di Loila Doillon, l’ottica della storia è quella di un bambino, che intraprende una fuga che diventa per lui viaggio avventuroso e scoperta, imposto ma capace anche di farsi valorizzare come metafora della crescita. Un taglio che, oltre che divulgativo e pedagogico, vuole essere anche fruibile e godibile per il pubblico più giovane.

Ad altezza di bambino

Un sacchetto di biglie recensione

La vicenda di Un sacchetto di biglie, ambientata nella Francia occupata del 1941, è quella di Joseph e Maurice, fratelli di origine ebrea, costretti a lasciare precipitosamente la loro casa parigina (e la loro famiglia) a causa dell’intensificarsi delle persecuzioni antisemite. I due ragazzini, seguendo le indicazioni del padre, si mettono così in viaggio verso la zona di occupazione italiana nel sud del paese, attraversando a piedi territori ostili e imparando a sfuggire ai controlli delle SS. Tutto intorno a loro, gli echi della guerra, l’ostilità di molte persone ma anche la solidarietà e la simpatia di altre.

Rispetto ad altre opere dal tema analogo, va detto che quello di Christian Duguay riesce a essere un film sia più lucido e più centrato nella narrazione, che più coerente nell’atmosfera e credibile negli sviluppi della storia. Il regista, che ha già avuto a che fare, in un recente passato, col mondo dell’infanzia (nel precedente Belle & Sebastien – L’avventura continua), si mette qui ad altezza di bambino e fa narrare il film allo stesso protagonista: la sua voce fuori campo è quella del Joseph bambino, in un fittizio fermo immagine del tempo che è una precisa scelta di ottica. In questo senso, il film accentua la sua natura di romanzo di formazione, ma anche la sua componente più strettamente avventurosa.

Un viaggio senza sconti

Un sacchetto di biglie recensione

La regia di Duguay segue in questo senso i dettami della storia, facendo un frequente uso dei primi piani sui volti dei due protagonisti (entrambi bravi, in primis il giovanissimo Dorian Le Clech), e affidandosi molto alla loro recitazione nonché al loro affiatamento reciproco. La dimensione avventurosa e genuinamente “infantile” – nel senso più ampio del termine – del racconto è sottolineata anche dalla scelta delle scenografie, dagli scenari naturali, non contaminati dalla potenzialmente letale presenza umana, a quelli urbani, tutti tesi a sottolineare con intelligenza le varie fasi del racconto. Nonostante ciò, e pur nel suo voler essere un film didattico e aperto allo sguardo dei coetanei dei due protagonisti, Un sacchetto di biglie risulta essere anche un film che non fa sconti: gli eventi che i giovani Joseph e Maurice vivono, le atrocità che scorrono davanti ai loro occhi, e che a volte loro stessi subiscono sui loro corpi, non vengono in alcun modo edulcorati. Il viaggio dei due, che non perde mai di vista l’ottimismo di fondo che li muove, resta all’insegna del dramma e di una tragedia che non viene mai messa tra parentesi. Un viaggio che si snoda lungo quattro anni di storia, e che viene narrato dal film facendo un inevitabile quanto sostanzialmente funzionale uso di ellissi.

La portata dello sguardo

Un sacchetto di biglie recensione

Il limite principale di questo comunque apprezzabile Un sacchetto di biglie sta nel non aver dato una forza ancora maggiore al contesto, alla realtà politica e sociale che dovrebbe rappresentare lo sfondo (ma inevitabilmente anche una parte integrante) della vicenda dei due giovanissimi protagonisti. Raramente, nel film di Christian Duguay, si avverte davvero l’atmosfera di terrore di una nazione occupata, il clima di paura pervasivo di una persecuzione etnica, l’insicurezza regnante nel quotidiano che qui è vista sempre e solo in funzione di opposizione, rispetto al ruolo e all’obiettivo dei due protagonisti. Non a caso, una delle frazioni teoricamente più interessanti del film – la parte in cui Joseph si trova ospite di una famiglia di collaborazionisti – viene sprecata in una poco convincente serie di cliché, che comprendono anche un fiacco accenno di love story tra il ragazzino e una sua coetanea. Un esempio, quest’ultimo, di uno sguardo che risulta efficace e a fuoco quando deve restare puntato sul viaggio dei due protagonisti, ma che finisce per perdersi laddove è chiamato ad allargarsi per rappresentare il contesto storico.

In ogni caso, Un sacchetto di biglie (titolo che esprime una metafora che, nella storia, viene richiamata solo in pochi e selezionati snodi) resta un film complessivamente interessante, efficace nel fondere impeto divulgativo (e pedagogico) e capacità di intrattenere, centrato anche nella gestione del registro più emotivo della storia: si pensi, in questo senso, al modo in cui è rappresentato il rapporto che lega i due ragazzini alla loro famiglia, e in particolare alla figura del padre col volto di Patrick Bruel. Non mancano i difetti e gli elementi poco credibili, nel film di Duguay, oltre a una certa ingenuità di fondo che pervade l’intera storia; ma il risultato è complessivamente funzionale ai suoi obiettivi, oltre che coerente con le sue premesse.

Un sacchetto di biglie poster locandina
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Scheda

Titolo originale: Un sac de billes
Regia: Christian Duguay
Paese/anno: Repubblica Ceca, Francia, Canada / 2017
Durata: 110’
Genere: Drammatico, Biografico
Cast: Batyste Fleurial, Bernard Campan, César Domboy, Christian Clavier, Coline Leclère, Dorian Le Clech, Elsa Zylberstein, Emile Berling, Éric Bougnon, Eva Leimbergerová, Holger Daemgen, Ilian Bergala, Jocelyne Desverchère, Joël Dupuch, Kev Adams, Michaël Erpelding, Patrick Bruel
Sceneggiatura: Laurent Zeitoun, Christian Duguay, Benoît Guichard
Fotografia: Christophe Graillot
Montaggio: Olivier Gajan
Musiche: Armand Amar
Produttore: Nicolas Duval Adassovsky, Laurent Zeitoun, Gaëtan David, Yann Zenou, Joe Iacono, Jean-Charles Levy, Marc Jenny, Lyse Lafontaine, André Logie, Tanguy Dekeyser
Casa di Produzione: TF1 Films Production, Quad, Gaumont, Main Journey, Proximus, IDL Films, Compagnie Cinématographique, Forecast Pictures, Panache Productions, Okko Productions
Distribuzione: Notorious Pictures

Data di uscita: 18/01/2018

Trailer

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Marco Minniti
Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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