IL SIGNOR DIAVOLO

IL SIGNOR DIAVOLO

Il signor Diavolo, atteso ritorno al genere di Pupi Avati, è un dramma horror che gioca coi temi cari al regista, facendo una descrizione puntuale e realistica di un microcosmo quasi atemporale, e innestandovi con naturalezza l'elemento sovrannaturale.

Grigio demoniaco

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Sono passati ormai dodici anni dall’ultima incursione di Pupi Avati nell’horror, risalente alla sua trasferta americana con Il nascondiglio, datata 2007; e ne sono passati cinque da quello che è stato, più in generale, l’ultimo lavoro del regista italiano per il grande schermo, il dramma Il ragazzo d’oro. Un’assenza, quella di Avati, che a prescindere dal genere si stava indubbiamente facendo sentire, in modo forse più pesante di quanto non fosse immediatamente avvertibile. Ed è senz’altro coraggiosa, dopo un periodo – poco fortunato – in cui si è dedicato alle fiction televisive, la scelta del regista di tornare sul grande schermo proprio con un film di genere: di quel “gotico padano”, più precisamente, che tanta fortuna gli ha fruttato nei suoi anni migliori – ma che Avati è tornato a frequentare, periodicamente, anche in tempi più recenti. Il signor Diavolo, nato praticamente in parallelo come romanzo scritto dallo stesso regista e come film, segue un filo rosso che dal celebrato La casa dalle finestre che ridono, passando per Zeder e L’arcano incantatore (per citare solo le sue regie) arriva al già citato Il nascondiglio; ma è anche un’opera che più in generale si inserisce in una ricerca sulla memoria, sul suo legame col territorio, e sulla privilegiata ottica infantile e preadolescenziale, che da sempre fa parte della poetica del regista. Un ritorno, quindi, pienamente coerente con l’identità del suo cinema.

Il plot muove da un’indagine ministeriale nell’Italia degli anni ’50, in un paese non ancora toccato dal boom e tuttora capace di esprimere suggestioni e riti ancestrali, anche nelle parti di territorio più “insospettabili” (qui il nordest, in un paesino vicino Venezia); il funzionario Fulvio viene inviato dal Ministero di Grazia e Giustizia a indagare sul delitto compiuto da un quattordicenne ai danni di un suo coetaneo, ucciso perché, a detta dell’omicida, era posseduto dal diavolo. Il lavoro dell’uomo – dal carattere non ufficiale – è quello di assicurarsi che la Chiesa locale, grande serbatoio di voti per la DC al governo, non venga in alcun modo coinvolta nella faccenda, e che nessun religioso finisca sul banco degli imputati. Leggendo gli atti dell’indagine di polizia, Fulvio viene letteralmente catapultato in una realtà tanto geograficamente vicina quanto culturalmente aliena, in cui il rispetto delle tradizioni va di pari passo con forme di brutale, violenta superstizione. L’uomo scopre così che la vittima era un ragazzo fisicamente deforme, giunto in paese da poco, che portava su di sé l’accusa, mai confermata, di aver ucciso a morsi la sorellina. La deposizione dell’omicida parla inoltre della morte di un suo coetaneo, e di presunti eventi sovrannaturali occorsi successivamente. La presenza del diavolo, se non provata fisicamente, sembra comunque indiscutibile nell’atmosfera del luogo e nei discorsi dei suoi abitanti.

La locuzione Il signor Diavolo (che potrebbe apparire curiosa, se non altro per un film horror) viene spiegata all’interno della trama come atto di superstizioso rispetto verso un’entità che incute naturalmente paura; ma, a un livello diverso, potremmo far risalire quest’espressione alla voglia di sottolineare, da parte del regista, una natura umana e sociale – ribadita dall’appellativo di marca “borghese” – dell’entità diabolica. Quest’ultima, nel film di Avati, sembra infatti presente nella comunità come spauracchio ed elemento funzionale all’ordine sociale – in un contesto come quello dell’Italia rurale degli anni ’50, in cui il peso della Chiesa era ancora maggiore che nei tempi odierni; ma, soprattutto, nel film il diavolo sembra confondere e confondersi nella società, assumendo le forme meno scontate. Forme, sempre e comunque, umane: anche laddove ha la voce di un amico morto da poco, o quella del pianto di un bambino proveniente da chissà dove, il diavolo non è un’entità mostruosa. Quando appare, appare con le fattezze di uno o più esseri umani, meglio se familiari; il male che compie è tanto invisibile quanto pervasivo, la sua portata può essere valutata solo a distanza. Magari da quei palazzi romani spaventati dalla consapevolezza che qualcosa, nel meccanismo messo in atto dal gioco di potere politico e religioso, si è rotto. Perché il diavolo, più di ogni altra cosa, è conservatore: solo quando la sua azione prende di mira – casualmente – un elemento del sistema (il giovane ucciso, figlio di una potente donna locale) allora c’è bisogno di un correttivo.

Dramma horror più complesso di quanto potrebbe apparire a prima vista, Il signor Diavolo lavora innanzitutto a livello politico e sociologico, offrendo uno spaccato vivido e realistico di un’Italia di provincia anni ’50, sospesa in una dimensione in qualche modo atemporale, tale da chiamare a immergersi nelle proprie regole, spogliandosi delle vestigia di una modernità solo falsamente (ri)conquistata; ma poi gioca anche con la memoria personale (quella del protagonista e quella del regista) ricollegandosi in questo alla poetica di Avati, delineando un microcosmo che è costantemente filtrato da un occhio – quello dello stupefatto protagonista – che sembra recuperare la meraviglia (e la crudeltà) infantile per poter comprendere appieno ciò che si trova davanti – che siano fenomeni umani o sovrannaturali. Qui, ritroviamo i rituali dell’amicizia e i misteri della crescita, i riti di passaggio (la visione del nudo femminile) e la conquista di oggetti-feticcio che vorrebbero simboleggiare il passaggio all’età adulta – la fionda, non a caso oggetto atto, nelle giuste circostanze, a dare la morte. Ma non c’è facile nostalgia, non c’è l’elegia di un’età che, nel racconto, si compenetra profondamente con la morte e il suo valore sacrale e sociale: la fotografia non è virata al seppia della nostalgia, quanto piuttosto desaturata, tesa solo a rappresentare un’età e un tempo che (forse) non ci sono più. O forse restano sempre lì, in quei luoghi senza età, che chiedono solo di (re)immergersi in tutto quel grigio. Un grigio più umano di quanto non ci piacerebbe pensare.

Scheda

Titolo originale: Il signor Diavolo
Regia: Pupi Avati
Paese/anno: Italia / 2019
Durata: 86’
Genere: Horror, Drammatico, Thriller
Cast: Alessandro Haber, Andrea Roncato, Cesare S. Cremonini, Chiara Caselli, Filippo Franchini, Gabriele Lo Giudice, Gianni Cavina, Lino Capolicchio, Massimo Bonetti
Sceneggiatura: Pupi Avati, Antonio Avati, Tommaso Avati
Fotografia: Cesare Bastelli
Montaggio: Ivan Zuccon
Musiche: Amedeo Tommasi
Produttore: Pupi Avati
Casa di Produzione: Duea Film, Ruggente Film, Rai Cinema
Distribuzione: 01 Distribution

Data di uscita: 22/08/2019

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Marco Minniti
Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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