CHE FINE HA FATTO BERNADETTE?

CHE FINE HA FATTO BERNADETTE?
di Richard Linklater


Complesso, stratificato, maltrattato oltre misura dalla critica americana, Che fine ha fatto Bernadette? (ri)mette in campo lo sguardo anticonvenzionale di Richard Linklater sulla famiglia americana, in un racconto a tratti disunito ma dalla limpidezza complessiva innegabile.

Fredde fughe familiari

Cinque anni dopo Boyhood, fluviale racconto familiare che estendeva il suo sguardo alla vita (e alla storia) americana tout court, Richard Linklater torna in Che fine ha fatto Bernadette? a esplorare, a modo suo, i temi della famiglia borghese. L’ispirazione, stavolta, è l’omonimo romanzo di Maria Semple, datato 2012, il cui sguardo anticonvenzionale sarebbe stato all’origine della decisione del regista di dirigere il film. Un motivo, quello dell’istituzione-cardine della società occidentale, che in realtà ha sempre attraversato il cinema del regista americano, e che qui viene filtrato dall’ottica di un personaggio sui generis, eccentrica architetta di successo ritiratasi a vita privata al culmine della sua carriera. Bernadette Fox, trasferitasi con marito e figlia dalla lussuosa abitazione di Los Angeles ai sobborghi di Seattle, è solitaria, asociale, ed evita appena possibile qualsiasi contatto al di fuori della famiglia; le sue incombenze quotidiane sono affidate, in gran parte, a un misterioso programma informatico. Da tempo in silenziosa crisi con suo marito Elgin, la donna sembra riuscire a stabilire un vero contatto solo con la figlia Bee. L’esistenza priva di legami di Bernadette, tuttavia, finirà per mettere in crisi la sua famiglia, ponendo le basi per un’improvvisa fuga da parte della donna.

Tra tutti i film di una carriera lunga e ricca di riconoscimenti come quella di Richard Linklater, Che fine ha fatto Bernadette? è quello che ha forse incontrato la maggior freddezza da parte della critica americana. Una freddezza che quasi fa il paio (ci si conceda lo smaccato accostamento intratestuale) con le landscape del viaggio in Antartide che aprono e chiudono il film – narrato, nel suo nucleo centrale, in un lungo flashback; un luogo, quest’ultimo, di assenza (o consapevole sospensione) della civiltà borghese come la conosciamo, e di una tentata, radicale rigenerazione per la vita della protagonista. Lo stesso clima di “freddezza” sembra caratterizzare, in una sovrapposizione troppo esplicita e diretta per essere altro che onesta, l’atteggiamento del personaggio interpretato da Cate Blanchett verso il mondo esterno, informato del fittizio calore di una vita urbana da cui tenersi – anche fisicamente, in un’abitazione posta ai margini del centro abitato, circondata dalla vegetazione – a prudente distanza. Una reclusione parziale, quella di Bernadette Fox, coperta da uno sguardo cinico che cela inquietudini dell’artista in crisi e le nevrosi della madre e moglie colta da sentimenti di inadeguatezza.

L’atteggiamento della critica d’oltreoceano nei confronti di Che fine ha fatto Bernadette? può essere in parte dovuto a una struttura obiettivamente inusuale per il cinema del regista americano, che per tre quarti della sua durata sembra puntare a costruire un setting anziché raccontare una storia. Il film appare quasi un Boyhood (molto) più contratto quanto a estensione temporale, e apparentemente privo di evoluzione; non fosse per la sequenza iniziale ambientata in Antartide – che rivela, nel racconto della ragazza interpretata dall’esordiente Emma Nelson, la sparizione del personaggio principale – ci si chiederebbe persino il motivo del titolo del film. Eppure, nell’apparente staticità della narrazione, Linklater procede in realtà per accumulo di dettagli, svela la portata e le ricadute delle idiosincrasie della protagonista, mette in luce in dialoghi familiari dapprima all’insegna dell’understatement, poi gradualmente sempre più tesi, le linee di tensione serpeggianti nel nucleo familiare. Il regista gioca coi toni da commedia in modo quasi sornione, facendo passare il disagio sociale della protagonista, e l’inquietudine di un’innaturale stasi, come simpatico e inoffensivo cinismo. Uno svelamento di un carattere complesso e sfaccettato che la Blanchett (anche lei oggetto di giudizi non proprio lusinghieri per la sua prova) gestisce al meglio nel corso del film.

Cambia faccia e forma più volte, Che fine ha fatto Bernadette?, ed è stato forse (anche) questo suo carattere mutevole, e riottoso a qualsiasi facile definizione, a disorientare i critici americani. Il film di Linklater assume dapprima i contorni di una commedia familiare borghese tutta caricata sulle spalle della sua protagonista, poi quelli di un dramma incentrato sul tema del disagio psicologico e della fuga, infine le fattezze di un melò insolitamente esplicito, almeno per il cinema del regista e le sue abituali atmosfere. Il film di Linklater svela gradualmente vari strati, al di sotto dei quali batte una inusuale, ma non sgradita, anima melò; un approccio che pare negare il programmatico e grottesco cinismo che anima, quasi fieramente, movenze e azioni della protagonista. Strati, quelli del film, che (saremmo disonesti a negarlo) non sempre vengono amalgamati al meglio dalla sceneggiatura: non mancano, in tutta la prima parte del film, lungaggini e parentesi superflue (i lunghi video che svelano il passato di Bernadette), oltre a forzature di trama abbastanza evidenti (ne è esempio l’ultimo incontro col personaggio interpretato da Kristen Wiig). Eppure, con tutte le sue forzature, in un’evoluzione che sfida in modo quasi spudorato il concetto di credibilità narrativa, Linklater offre un nuovo ritratto umano e familiare di indubbio spessore. Un ritratto che forse fatica più che in passato a emergere, stretto tra la sua origine letteraria e un intervento del regista realizzatosi solo in un secondo momento, ma la cui limpidezza finale – che fa il paio con la purezza incontaminata del suo scenario (ricostruito tra i ghiacciai della Groenlandia) – resta innegabile.

Che fine ha fatto Bernadette? poster locandina

Titolo originale: Where'd You Go, Bernadette
Regia: Richard Linklater
Paese/anno: Stati Uniti / 2019
Durata: 109’
Genere: Commedia, Drammatico
Cast: Adam Hicks, Billy Crudup, Cate Blanchett, Claudia Doumit, Emma Nelson, James Urbaniak, Jóhannes Haukur Jóhannesson, Judy Greer, Kate Burton, Kate Easton, Katelyn Statton, Kathryn Feeney, Kelley Davis, Kristen Wiig, Lana Young, Laurence Fishburne, Lee Harrington, Megan Mullally, Peter Georgo, Richard Robichaux, Steve Zahn, Tom Bonello, Troian Bellisario, Zachary Davis Brown, Zoe Chao
Sceneggiatura: Holly Gent, Richard Linklater, Vincent Palmo Jr.
Fotografia: Shane F. Kelly
Montaggio: Sandra Adair
Musiche: Graham Reynolds
Produttore: Brad Simpson, Ginger Sledge, Megan Ellison, Nina Jacobson
Casa di Produzione: Annapurna Pictures, Color Force
Distribuzione: Eagle Pictures

Data di uscita: 12/12/2019

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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