RIFKIN’S FESTIVAL

RIFKIN’S FESTIVAL

Doveva uscire in sala lo scorso novembre, arriva sempre al cinema ma dal 6 maggio Rifkin’s Festival, ultima regia di Woody Allen. Con Wallace Shawn, Gina Gershon, Elena Anaya e Christoph Waltz. Cinema e psicoanalisi, intreccio sentimentale, satira festivaliera e non solo. Consueta declinazione dei temi tipici del cinema di Allen incastonata nel divertito omaggio al cinema che lo ha segnato, da Fellini a Truffaut a Bergman e non solo. Fotografia di Vittorio Storaro.

Il cinema è psicoanalisi

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Esce in sala il 6 maggio, saltato novembre, Rifkin’s Festival. Ultimo film di Woody Allen, e c’è la possibilità che stavolta l’aggettivo contenga verità ulteriore. La carriera di Woody ha un problema e non si tratta dell’evidente condizionamento anagrafico (1935) che pure ha un suo ruolo. L’onda lunga delle controversie decennali tra Allen e il clan Farrow, per le ben note accuse di molestie sessuali recentemente inasprite dal documentario HBO sul tema, ha più che sabotato la credibilità artistica dell’autore newyorkese. Il film al momento non ha distribuzione USA, l’autobiografia al palo. L’immagine pubblica (e privata) sbriciolata.

Non è un caso che il nuovo lavoro trovi conforto nel portento scenografico di San Sebastián, incantevole città balneare basca sede dell’omonimo Festival che al film fa da sfondo. Oltre che da cornice per la prima ufficiale, nel settembre 2020. C’è un senso di clandestinità che accompagna l’intera operazione e coinvolge ogni cosa: il budget, il cast, la location straniera. L’Europa non dimentica Woody Allen, che dal canto suo prosegue l’esplorazione geografica-narrativa-sentimentale del Vecchio Continente, stavolta al prezzo di un isolamento che sa di esilio autoimposto.

Il solito Woody?

Rifkin's Festival recensione

È un film di Woody Allen, e cinquant’anni e più di carriera qualcosa valgono se si tratta di decifrarne le ossessioni, le nevrosi tematiche. Un discorso sul cinema e la vita talmente definito, nell’essenza e nelle pieghe, da far scuotere la testa ai molti che del suo percorso più recente poco o nulla sopportano, accusandolo di sadica e tediosa ripetitività. Rifkin’s Festival è il solito Woody, dunque?

Certo, e non potrebbe essere diversamente. Il cocktail ha un sapore consueto, e gioca con l’abisso di un’esistenza senza scopo e il conforto delle bugie consapevoli che ne attutiscono il vuoto e lo sgomento. E danno senso, illusorio ma necessario, un po’ a tutto. Stavolta l’incastro degli elementi valorizza la “leggibilità” psicoanalitica del cinema. Ma, per la tranquillità generale, con una leggerezza di fondo e un gusto per l’intreccio sentimentale che stemperano in una risata complice l’eventuale pesantezza dell’assunto di partenza.

Non ci sono più i festival di una volta

Rifkin's Festival recensione

Non ci sono più i festival di una volta, parola di Mort Rifkin (Wallace Shawn). Professore annoiato, aspirante scrittore, paladino del cinema d’autore classico anni ‘60 o giù di lì, critico feroce dell’imbarbarimento e della vacuità contemporanei. A San Sebastián per accompagnare al Festival la moglie Gina Gershon, addetto stampa dell’ultra pretenzioso autorino francese Louis Garrel, Mort misura la fragilità del suo matrimonio e la confronta con l’analoga solitudine dell’infelice dottoressa Elena Anaya, con cui ipotizza una romantica scappatella. Dalla realtà. La sua fantasticheria ambulante è puntellata e sostenuta da sogni-remake, reinterpretazioni ad hoc di filmografie eccellenti, Fellini Truffaut Godard Bergman Lelouch, adattate per l’uso con ammirevole ostinazione e coerenza interna. Attenzione al cameo del premio Oscar Christoph Waltz.

Si ride, sempre

Il Festival di Rifkin è la boa della memoria, intima e cinematografica. L’esplorazione dei sentimenti e chissà, a schermo muto, una razionalizzazione che permetta di fare i conti con la propria vita e andare avanti, con il lieto fine che uno si merita. La satira del cinema d’oggi festivaliero e non, narciso e arrogante, è implacabile e divertente. L’intreccio sentimentale abbastanza convenzionale e non troppo sviluppato. L’omaggio al tempo (e all’arte) che fu Allen lo modella con la forza plastica e l’impareggiabile senso del colore del nostro grandissimo Vittorio Storaro, coppia di fatto alla quarta collaborazione consecutiva.

Racchiuso nel guscio narrativo e simbolico di una sessione d’analisi, il racconto di Rifkin’s Festival riflette il ruolo che il cinema e la consolazione dell’arte rivestono nell’Allen pensiero. La luce che scava nei conflitti e nelle contraddizioni, lo sforzo di caricare di significato il vuoto. Già visto, già sentito. Ma la confezione è elegante, l’intelligenza è la stella polare, l’omaggio caloroso. E soprattutto, fa sempre (ancora) ridere. Alla faccia dei detrattori.

Rifkin's Festival poster locandina
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Scheda

Titolo originale: Rifkin’s Festival
Regia: Woody Allen
Paese/anno: Stati Uniti, Italia, Spagna / 2020
Durata: 88’
Genere: Commedia
Cast: Bobby Slayton, Christoph Waltz, Damian Chapa, Douglas McGrath, Elena Anaya, Georgina Amorós, Gina Gershon, Ken Appledorn, Louis Garrel, Luz Cipriota, Richard Kind, Sergi López, Stephanie Figueira, Steve Guttenberg, Wallace Shawn
Sceneggiatura: Woody Allen
Fotografia: Vittorio Storaro
Montaggio: Alisa Lepselter
Musiche: Stephane Wrembel
Produttore: Letty Aronson, Jaume Roures, Erika Aronson, Helen Robin
Casa di Produzione: The MediaPro Studio, Mediapro, Gravier Productions, Perdido Productions, Wildside, Orange, Televisió de Catalunya (TV3)
Distribuzione: Vision Distribution

Data di uscita: 06/05/2021

Trailer

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Francesco Costantini
Nato a Roma a un certo punto degli anni '80 del secolo scorso. Laurea in Scienze Politiche. Amo il cinema, la musica, la letteratura. Aspirante maratoneta.

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