MOTHERING SUNDAY

MOTHERING SUNDAY
di Eva Husson


Al di là della valida confezione, tanto curata da sfiorare il formalismo, il terzo film da regista di Eva Husson Mothering Sunday mostra troppe lungaggini nella sua struttura, oltre a una scarsa disponibilità ad approfondire il tema del tempo (insieme a quello parallelo del racconto scritto) che pure la sua storia evoca. Alla Festa del Cinema di Roma 2021 dopo il passaggio al Festival di Cannes.

L'amore segnato

Ha una confezione lucente, per molti versi sfavillante, questo Mothering Sunday, terzo lungometraggio della cineasta francese Eva Husson. Un film che vede la regista trasferirsi nel Regno Unito del primo dopoguerra, dopo i ritratti sempre internazionali, ma contemporanei, dei precedenti Bang Gang (A Modern Love Story) e Girls of the Sun. L’occasione è il romanzo omonimo (uscito in Italia col titolo Un giorno di festa) dello scrittore Graham Swift: il giorno a cui il titolo si riferisce è quello che, un tempo, i ricchi possidenti concedevano alla servitù per andare a trovare le proprie madri. Qui siamo nel 1924, e la giornata viene sfruttata dalla giovane orfana Jane Fairchild (Odessa Young) per fare visita al suo amante Paul Sheringham (Josh O’Connor), rampollo di una famiglia altolocata molto amica di quella in cui lei è a servizio. I due si amano, ma Paul è promesso sposo a una giovane della sua stessa condizione sociale; il loro incontro nel “giorno della madre” dovrà comporsi di una fetta di tempo ritagliata, strappata agli impegni sociali – e familiari – del giovane. Ma il tempo, quando i due entrano a contatto, sembra fermarsi. E quello stesso tempo si farà forse, per la “futura” Jane, materiale da rivivere e raccontare.

Tempo di vita, tempo narrato
Mothering Sunday recensione

La struttura narrativa di Mothering Sunday gioca in effetti, principalmente, con la dimensione temporale, restringendola e dilatandola a proprio piacimento, con un continuo andirivieni tra passato e presente, tra materiale vissuto, raccontato o (re)immaginato. Una scelta che provoca un principio di confusione e stordimento, nello spettatore avvezzo a narrazioni più convenzionali, specie laddove la vicenda raccontata, in sé, è al contrario piuttosto semplice e lineare. In questa “gratuità” della struttura narrativa, che appare più un vezzo che una reale esigenza, possiamo cogliere uno dei principali problemi del film di Eva Husson: laddove potrebbe essere giustificata (o almeno compresa) la struttura a flashback che alterna il presente della Jane scrittrice al suo passato di domestica di umili origini, molto meno giustificati appaiono i piani temporali sfalsati all’interno dei due macro-segmenti, che finiscono per restituire uno spiazzamento poco motivato sul piano della storia, oltre che un po’ frustrante. Si finisce spesso per disperdere l’interesse dello spettatore, anziché concentrarlo e accompagnarlo, come una vicenda dal taglio melò dovrebbe teoricamente fare.

Una “cornice” difettosa
Mothering Sunday recensione

Quella che il film di Eva Husson mette in scena è, nel suo cuore narrativo, la più classica delle love story di marca interclassista, racconto di un amore impossibile e della cattura di attimi effimeri e per questo tanto più intensi. A un livello leggermente più alto (e più profondo) Mothering Sunday sembra invece puntare a riflettere sul tempo e sulla natura intrinsecamente “narrativa” dei ricordi, così come sulla capacità terapeutica della scrittura, mezzo che la giovane protagonista scopre e fa proprio, e attraverso il quale riesce a creare un ponte col proprio passato. Ed è proprio questo proposito a restare in realtà, nel film della Husson, a livello di mero enunciato, con uno scollamento tra i due principali piani temporali (quello della Jane scrittrice e quello della protagonista nel ruolo di domestica/amante) che col progredire della storia si fa sempre più evidente. Il subplot che ritrae la protagonista negli anni ‘40, e ancor più la sua relazione (involutissima e poco approfondita) col nuovo compagno – interpretato dall’attore di origini nigeriane Sope Dirisu – sembrano fungere da meri riempitivi, non riuscendo a raggiungere una continuità e un’omogeneità stilistica con la linea narrativa principale. In più, la sceneggiatura non riesce a evitare alcune lungaggini, mentre la regia sceglie di dilatare i tempi laddove sarebbe stato invece opportuno concentrarli.

La confezione e gli interpreti
Mothering Sunday recensione

Resta comunque in Mothering Sunday, come si diceva in apertura, l’ottima confezione, talmente ricercata da sfiorare il formalismo: una confezione che esalta le luci e i giochi cromatici sul volto e sul corpo della protagonista, interpretata da una comunque efficace Odessa Young (l’abbiamo vista recentemente nella serie tv The Stand). Il comparto attoriale, nel suo complesso, si difende in ogni caso piuttosto bene, a cominciare dall’intensa prova di Josh O’Connor (il premiato principe Carlo della serie The Crown) nel ruolo del giovane amante, per continuare con un Colin Firth il cui personaggio si fa gradualmente più umano e vulnerabile man mano che la sceneggiatura svela pezzi del suo passato. Un personaggio comunque non sfruttato al meglio dallo script, specie laddove l’ultima parte della storia suggerisce una sua consapevolezza degli eventi che la sceneggiatura non aveva evocato o suggerito. Una segnalazione la merita anche la sempre notevole Glenda Jackson, presente con un cameo di inaspettata ma ben accetta intensità. Resta comunque, al termine delle quasi due ore di durata del film di Eva Husson, la sensazione di aver assistito contemporaneamente a troppo e a troppo poco: troppo per la voluta, eccessiva rarefazione di una vicenda con pochissimi eventi fondamentali, troppo poco per quei non detti (sui volti dei personaggi così come negli eventi) che il film non vuole o non sa approfondire.

Mothering Sunday poster locandina

Titolo originale: Mothering Sunday
Regia: Eva Husson
Paese/anno: Regno Unito / 2021
Durata: 110’
Genere: Drammatico
Cast: Albert Welling, Alfredo Tavares, Caroline Harker, Charlie Oscar, Colin Firth, Craig Crosbie, Deano Mitchison, Forrest Bothwell, Georgina Frances Hart, Glenda Jackson, Josh O'Connor, Nathan Chester Reeve, Odessa Young, Olivia Colman, Sarita Gabony, Simon Shepherd, Sope Dirisu
Sceneggiatura: Alice Birch
Fotografia: Jamie Ramsay
Montaggio: Emilie Orsini
Musiche: Morgan Kibby
Produttore: Elizabeth Karlsen, Simon Ofenloch, Stephen Woolley
Casa di Produzione: British Film Institute (BFI), Film4, Lipsync Productions, Number 9 Films, ZDF/Arte
Distribuzione: Lucky Red

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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