ENCANTO

ENCANTO
di Byron Howard, Jared Bush


Visivamente magniloquente, musicalmente ricco, ma anche narrativamente (troppo) semplice, Encanto rappresenta un piccolo passo indietro rispetto alle ultime produzioni animate di casa Disney: se spogliato dai lustrini e dai numeri musicali, il film di Byron Howard e Jared Bush sembra ridursi alla traduzione in immagini e musica di una bozza di racconto. Peccato, perché il potenziale, visivo e tematico, c’era.

La Disney che non incanta

Dopo la distribuzione mista cinema/streaming di Raya e l’ultimo drago, uscito poco dopo la riapertura delle sale dopo il lungo stop del lockdown, la Disney torna con questo Encanto a una distribuzione esclusiva in sala, almeno limitatamente ai trenta giorni che precedono il Natale: una strategia con cui la casa di Topolino punta a sfruttare il massimo del potenziale cinematografico del film, riservando poi il suo appeal “natalizio” per la successiva distribuzione in streaming (con un occhio, forse, anche a possibili nuove chiusure, vista la generale risalita dei contagi). Una strategia che è sicuramente figlia dei tempi, e di un periodo che ancora non vede il ristabilirsi di una normalità completa; ma che, tuttavia, sembra pensata anche per accontentare un po’ entrambe le fasce di pubblico (non sempre sovrapposte) a cui lo studio si rivolge. L’altra caratteristica rilevante del nuovo film di Byron Howard e Jared Bush, qui coadiuvati dalla co-regista Charise Castro Smith – ed è quella che ci interessa forse maggiormente – è il deciso recupero dell’elemento musicale, da sempre marchio di fabbrica delle produzioni Disney: l’idea interessante è qui la coniugazione del musical, affidato alle canzoni di Lin-Manuel Miranda, con un elemento di realismo magico che sposta l’azione in quella che è la patria di questa poetica, la Colombia che diede i natali allo scrittore Gabriel Garcia Marquez.

Rovesciamento di prospettive
Encanto recensione

I paragoni con Garcia Marquez, presente più come punto di riferimento ideale che come reale modello, vanno comunque presi con le molle, in un film come Encanto: un’opera le cui coordinate riposano comunque in una visione decisamente più “anglosassone” (e tipicamente disneyiana) del musical e della materia del fantasy. In fondo, l’elemento magico e fantastico del film di Howard e Bush resta qualcosa di esterno a un universo che si suppone (comunque) governato dalla razionalità: questo è ben esplicitato nel prologo, in cui vediamo la famiglia della matriarca Abuela Matrigal ricevere in dono la magia, ed edificare grazie a questa una casa in cui ogni abitante sarà destinatario di uno specifico potere. La dimora dei Madrigal è isola magica al di fuori del tempo e dello spazio: e, proprio per questo, l’unico membro della famiglia privo di poteri, la protagonista Mirabel, è considerata l’elemento strano e diverso. Un rovesciamento di prospettive in uno schema classico, che però non ne modifica sostanzialmente l’andamento: sarà la stessa Mirabel a prendere su di sé l’onere di proteggere la casa – e la sua stessa magia – da una minaccia che solo lei sembra in grado di percepire. Per far questo, dovrà andare a fondo, tra le altre cose, nel mistero di Bruno, membro ripudiato dei Madrigal di cui nessuno vuole parlare.

Girl Power
Encanto recensione

Nato, per esplicita ammissione degli sceneggiatori, dall’idea di fare un musical ambientato nel cuore delle terre latinoamericane – con la scelta di una nazione, come quella colombiana, che di quelle suggestioni riassumesse un po’ tutti gli aspetti – Encanto unisce lo schema disneyiano classico (quello di un personaggio che prende coscienza delle sue potenzialità, e attraversa un percorso di crescita che prevede il conflitto con la generazione più anziana) all’interessante slittamento del setting, che qui immerge la storia in un contesto matriarcale. A differenza delle principesse Disney vecchie e nuove, Mirabel non ha un elemento maschile come termine di paragone, a cui affidarsi o col quale stabilire un qualche confronto: gli uomini, nella famiglia Madrigal – nome già eloquente – hanno un ruolo secondario, quando non deviante (vedi il personaggio di Bruno). In un’epoca di ridefinizione dei ruoli di genere, il recupero di certe tradizioni matriarcali – qui di provenienza latinoamericana – vuole contribuire a quella lenta, ma costante, opera di svecchiamento del canone Disney (e delle sue regole) che lo studio da qualche tempo porta avanti. Uno svecchiamento che tuttavia non ne intacca la sostanza: Mirabel, come la protagonista di Oceania – ma anche come la Ariel de La sirenetta, e come tanti personaggi analoghi prima di loro – deve ribellarsi all’autorità per costruire la sua personalità e trovare la sua strada nell’universo che abita. Il suo percorso, in qualche modo, è già tracciato.

Un racconto involuto
Encanto recensione

Se l’elemento tematico di Encanto è quello più stimolante, con una commistione interessante di suggestioni provenienti da diversi contesti culturali, il problema principale del nuovo lavoro di Byron Howard e Jared Bush è stavolta la sceneggiatura. Complice, forse, la necessità di delineare un gran numero di personaggi – tutti introdotti dalla canzone cantata in apertura da Mirabel, che presenta uno per uno i membri della famiglia e i loro rispettivi poteri – Encanto sembra rinunciare a costruire un racconto cinematografico propriamente detto. Spogliato dei numeri musicali – tutti ovviamente notevoli, così com’è al solito notevole, più in generale, il livello tecnico del film – il soggetto sembra qui buono per un cortometraggio, tanto è breve e involuto il suo sviluppo. Pur abbagliati dalla magniloquenza visiva del film, dai giochi cromatici e dalla ricchezza dell’elemento musicale, non ci si sottrae a un senso di incompiutezza e di scarsa centratura, di mancata costruzione di un vero climax, di assenza di sviluppo vero dei personaggi e delle loro vicende. Si ha l’impressione, a più riprese, di star guardando la traduzione in immagini di una bozza di soggetto, più che di una sceneggiatura compiuta; al punto che, una volta concluso il film, viene da chiedersi se davvero fosse tutto lì. Influisce forse, in questo senso, l’assenza di un villain, e quindi di un reale contrasto narrativo che sia capace di innescare l’interesse; il viaggio di Mirabel è tutto interno (al perimetro della casa e alla sua coscienza) ma sembra anche inopinatamente breve e privo di sviluppo. Così, al termine del film di Howard e Bush, si finisce per restare con l’amaro in bocca, sia per la dissipazione dell’ottimo potenziale visivo (e musicale), sia per la mancata capacità di sfruttare un’innovazione tematica che la Disney continua, in modo discreto ma costante, a inserire nei suoi prodotti d’animazione. Peccato.

Encanto poster locandina

Titolo originale: Encanto
Regia: Byron Howard, Jared Bush
Paese/anno: Stati Uniti / 2021
Durata: 99’
Genere: Animazione, Commedia, Fantastico
Cast: Adassa, Alan Tudyk, Angie Cepeda, Carolina Gaitan, Diane Guerrero, Hector Elias, Jessica Darrow, John Leguizamo, Juan Castano, Maluma, María Cecilia Botero, Mauro Castillo, Noemi Josefina Flores, Ravi Cabot-Conyers, Rhenzy Feliz, Rose Portillo, Sarah-Nicole Robles, Stephanie Beatriz, Wilmer Valderrama
Sceneggiatura: Charise Castro Smith, Jared Bush
Fotografia: Alessandro Jacomini, Daniel Rice, Nathan Detroit Warner
Montaggio: Jeremy Milton
Musiche: Germaine Franco, Lin-Manuel Miranda
Produttore: Brad Simonsen, Bradford Simonsen, Clark Spencer, Nathan Curtis, Yvett Merino
Casa di Produzione: Walt Disney Animation Studios, Walt Disney Pictures
Distribuzione: Walt Disney Studios Motion Pictures

Data di uscita: 24/11/2021

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Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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