VETRO

VETRO

Thriller che si presenta inizialmente come esplorazione del tema degli hikikomori, per poi aprirsi a una più generale riflessione sulla percezione e sulla manipolazione, Vetro è un lavoro piccolo e ambizioso, che tuttavia si rivela troppo preoccupato di sovraccaricare di simboli (e inutili orpelli) un racconto in sé piuttosto semplice.

La visione imprigionata

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Il tema degli hikikomori – individui, perlopiù giovani, che volutamente si recludono nella propria stanza, evitando ogni contatto con l’esterno – non era finora mai stato affrontato in modo organico dal cinema italiano, perlomeno non in forma di fiction. Ci prova sulla carta, usando la formula del thriller, questo Vetro, film d’esordio di Domenico Croce già presentato in anteprima al Bif&st, in uscita ora nelle sale italiane. Il film, interpretato nel ruolo principale da Carolina Sala, sfrutta invero il tema più come spunto iniziale che come reale argomento di trattazione, addentrandosi poi in altri e differenti territori: il film di Croce punta infatti, dopo la presentazione del personaggio principale, a un ragionamento più ampio sui temi della percezione e della manipolazione, giocando con le aspettative dello spettatore e rovesciando più volte le sue premesse. Un meccanismo che certo thriller anglosassone – modello esplicito del film – ha usato più volte nella sua storia, qui essenzializzato e affidato perlopiù a un singolo personaggio, chiamato a reggere sulle sue spalle quasi l’intera storia.

Lei e il suo sospetto

Vetro, un'immagine di Carolina Sala
Vetro, un’immagine di Carolina Sala nel film di Domenico Croce

Al centro della trama di Vetro c’è una ragazza ventenne (chiamata semplicemente “Lei”) che da tempo immemorabile non esce dalla sua stanza, la cui unica compagnia fisica è il suo cane Hiro. La ragazza, che ha un talento particolare per il disegno, parla attraverso la porta chiusa con suo padre, che però non è autorizzato a entrare nella stanza; questi, che le passa i pasti attraverso lo sportello usato per far uscire Hiro, la incita a iscriversi a un social network per condividere le sue creazioni. La giovane, dopo molte esitazioni, decide di seguire il consiglio, conoscendo virtualmente un coetaneo con cui crea un forte legame d’amicizia. Contemporaneamente, però, scrutando l’appartamento di fronte attraverso le tapparelle abbassate, la ragazza nota qualcosa di sospetto: la giovane intuisce infatti che il dirimpettaio, un poliziotto, ha una compagna, che tuttavia non si fa mai vedere. Quando la ragazza nota che l’uomo mette in lavatrice degli indumenti sporchi di sangue, si fa strada in lei il sospetto di un delitto. Ma, forse, la realtà è ancora più complessa di come lei possa immaginarla.

Percezione solitaria

Vetro, un frame con Carolina Sala
Vetro, un frame con Carolina Sala, protagonista del film di Domenico Croce

Le ascendenze di Vetro sono piuttosto evidenti, muovendosi tra la lezione hitchcockiana – in primis quella de La finestra sul cortile, ovviamente – e le sue più recenti derivazioni (viene in mente il thriller di Joe Wright La donna alla finestra), innestate su una trama che vuole riflettere sulla contemporaneità e su una società sempre più atomizzata. Il personaggio interpretato (piuttosto bene) da Carolina Sala assurge a simbolo esplicito e trasparente di un’umanità – giovane, ma non solo – che ha scelto il ripiegamento su se stessa come modus vivendi, la dimensione domestica quale rifugio e non più solo base per la costruzione (e preservazione) dell’identità; una scelta che comporta la consapevole elisione del fuori, immaginato come fonte di continue e indefinite minacce.

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Una dimensione a cui ovviamente la pandemia ha dato una decisiva spinta, frutto tuttavia di basi preesistenti. Una dimensione che ha pervaso, invero, anche la stessa visione cinematografica, per cui lo streaming può essere visto come una sorta di “finestra” che finisce inevitabilmente per alterare (e in qualche caso deformare) la stessa ricezione del messaggio. Un meccanismo simile a quello sperimentato dalla protagonista.

I colori della solitudine

Vetro, un'immagine di Carolina Sala, protagonista del film
Vetro, un’immagine di Carolina Sala, protagonista del film di Domenico Croce

La prima parte di Vetro si muove principalmente sui territori del dramma, mostrando la rigida routine della ragazza, gli scambi verbali con suo padre attraverso la porta chiusa, delineando un mondo (apparentemente) autosufficiente, e indugiando sugli spazi della stanza e sui suoi oggetti. Il ristretto universo della protagonista del film è tanto solitario quanto artificialmente colorato, come le pareti e i tendaggi della sua camera, come i ninnoli che tiene con sé e gli stessi occhiali da sole (colorati di un acceso viola) attraverso cui scruta gli appartamenti dirimpetto. Anche quando la giovane decide di aprire un contatto col suo coetaneo via webcam, il loro “viaggio” virtuale è fatto unicamente di foto, immagini fisse che mantengono una distanza di sicurezza con una realtà che può essere al massimo immaginata. Tuttavia, presto, la giovane dovrà rendersi conto che la realtà è ancora più complessa (e forse più spaventosa) di come se la era figurata, e che il suo stesso mondo artificiale non è affatto immune dalla corruzione di quello esterno. Le sue stesse azioni rivelano gradualmente, e inconsapevolmente, il suo desiderio di fuga.

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Un superfluo sovraccarico

Vetro, Tommaso Ragno in una scena
Vetro, Tommaso Ragno in una scena del film di Domenico Croce

È proprio nella sua seconda parte – successiva al simbolico evento di un blackout – che il film di Domenico Croce mostra con più decisione la sua anima da thriller (nonché da riflessione cinematografica, e metacinematografica, sulla percezione); ma è proprio qui, altresì, che Vetro si rivela non all’altezza delle sue ambizioni. Nel ridefinire il mondo della protagonista, parallelamente alla sua indagine sugli eventi dell’appartamento di fronte – e su quelli che l’hanno portata a restare chiusa nella sua stanza – il film perde sovente la bussola; la sceneggiatura gioca un po’ maldestramente col confine tra realtà e allucinazione, e si incarta in una sequenza di eventi a volte superflui, a volte oscuri nella logica.

L’impressione, una volta terminata la visione, è che il regista abbia voluto complicare in modo programmatico una vicenda in sé piuttosto semplice, sovraccaricando il film di simboli (la chiave, il piccolo fiore velenoso della pianta della protagonista, le caramelle colorate) che restano a galleggiare, privi come sono di un ancoraggio solido con la storia. A tratti viene in mente persino Mulholland Drive, con la sua esplorazione della percezione e il suo meccanismo atto a ricollocare personaggi ed elementi nella storia, dando loro un diverso significato; ma Lynch, duole dirlo, è qui piuttosto lontano. Vetro vuole riflettere sull’atto del vedere (e dell’essere visti) partendo da una premessa basica, complicandola strada facendo e appesantendone oltremodo gli sviluppi. Un peccato, date le premesse, e la proposizione (in sé apprezzabile) di riflettere su un tema d’attualità attraverso gli strumenti del genere.

Vetro, la locandina del film

Scheda

Titolo originale: Vetro
Regia: Domenico Croce
Paese/anno: Italia / 2022
Durata: 90’
Genere: Thriller
Cast: Marouane Zotti, Tommaso Ragno, Carolina Sala
Sceneggiatura: Luca Mastrogiovanni, Ciro Zecca
Fotografia: Cristiano Di Nicola
Montaggio: Natalie Cristiani
Musiche: Ariel Lerner, Elisa Zoot
Produttore: Daniele Basilio, Silvio Maselli
Casa di Produzione: Rai Cinema, Vision Distribution, Fidelio
Distribuzione: Vision Distribution

Data di uscita: 07/04/2022

Trailer

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Marco Minniti
Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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