2551.01

2551.01

Rileggendo Chaplin in chiave di incubo cyberpunk, 2551.01 risulta essere un affascinante esempio di cinema sperimentale, con un occhio alla storia della settima arte e un altro proiettato verso il futuro. Prima parte di un progetto più ampio, il film di Norbert Pfaffenbichler è stato presentato nel concorso del Fantafestival 2022.

L'uomo scimmia e il bambino

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L’enorme eredità lasciata dal cinema muto, quell’insieme di suggestioni derivate dall’idea di un’immagine “pura” e non (ancora) contaminata dalla parte verbale della narrazione, continua a far sentire ancor oggi la sua influenza sull’audiovisivo; un’influenza che conferma (laddove ce ne fosse bisogno) il carattere fondante di quel cinema per tutto ciò che è venuto successivamente, sia a livello estetico che tematico. Ne sono prova tanto esperimenti di recupero mainstream come il celebrato The Artist, quanto celebrazioni più d’essai di quel cinema come lo spagnolo Blancanieves; quanto, ancora, opere ancor più sotterranee e oscure, come questo 2551.01. Un film, quello del regista austriaco Norbert Pfaffenbichler, che si rifà nel suo canovaccio a un classico come Il monello di Charlie Chaplin, immergendone tuttavia le basi in una realtà distopica e disumanizzata, in cui convivono tanto le ombre e i chiaroscuri espressionisti – uniti alle visioni perturbanti di autori come Robert Wiene e Tod Browning – quanto frammenti di cyberpunk, ulteriormente contaminati dalle cupe suggestioni da futuro prossimo del kubrickiano Arancia meccanica. Il film, un vero e proprio esempio di cinema sperimentale che guarda alla storia della settima arte, è stato presentato nel concorso del romano Fantafestival, risultandone a nostro avviso la visione più originale e stimolante.

Due reietti tra i reietti

2551.01, una sequenza del film
2551.01, una sequenza del film di Norbert Pfaffenbichler

È scarnificata ed episodica, la narrazione di 2551.01, incentrata sulla vicenda di due personaggi che si muovono in un mondo sotterraneo, tra un’umanità di reietti che indossano maschere: un uomo col volto scimmiesco e un bambino, incontratisi in una manifestazione segnata da violenti scontri con le forze di polizia. L’uomo porta in salvo il bambino durante gli scontri, spostandosi poi con lui nei sotterranei della città, tra chirurghi che compiono mostruosi esperimenti su corpi umani e animali, rivoltanti cene cannibaliche, e mercatini gestiti da mostruosi ibridi vestiti di corpi di neonati. Un vero e proprio incubo distopico, in cui i due protagonisti, diversi tra i diversi (forse in quanto ostinatamente alla ricerca di un legame reciproco) si scontrano tanto con l’ostilità e l’indifferenza dei loro simili, quanto con la sempre presente minaccia del potere.

La purezza (im)possibile

2551.01, un frame del film
2551.01, un frame del film di Norbert Pfaffenbichler

Se è vero che il filone distopico, nel corso degli ultimi decenni, si è fatto sempre più standardizzato, replicando se stesso fino a diventare cliché, sono proprio opere underground come il film di Norbert Pfaffenbichler a recuperarne l’originaria forza eversiva, innestandola su un terreno di suggestioni assolutamente fecondo. Una forza che si nutre qui delle possibilità espressive del muto, sulla fiducia in una narrazione fatta esclusivamente di immagini e atmosfere (con un uso intelligente e funzionale del commento musicale), su un approccio che getta un occhio avanti e uno indietro, operando contaminazioni anche ardite. In 2551.01 ci sono Chaplin, Murnau, Wiene e Browning, ma ci sono anche schegge di commedia slapstick, oltre ad allucinate risate da sitcom a spezzare la tensione di alcune sequenze. C’è il rimando all’originale elegia chapliniana della solidarietà tra ultimi, traslata però in un mondo in cui il potere pare aver divorato (letteralmente) se stesso, e la fiducia nell’umanità sembra portata avanti soprattutto perché si è disperatamente incapaci di agire altrimenti. Non è un caso che tanto le forze di polizia quanto i reietti del sottosuolo indossino maschere; ma, sempre non a caso, l’unica maschera bianca e priva di fattezze mostruose è proprio quella del bambino, a testimonianza di una purezza che resiste ostinata in un contesto da incubo.

Collettivismo da incubo

2551.01, un'inquietante immagine del film
2551.01, un’inquietante immagine del film di Norbert Pfaffenbichler

L’idea di solidarietà di classe, portata avanti da un socialista come Chaplin nel suo film del 1921, è qui ormai perduta; al punto che gli stessi disperati che riescono a rimanere in piedi (e magari a rimediare un ributtante pasto fatto di resti umani, in una lurida taverna) non esitano a prendere a calci chi invece è a terra, raggomitolato e incapace di reagire. E non è neanche un caso che le uniche due scene corali del film – a esclusione di un prologo che evidenzia anch’esso un anarchismo di matrice individualista – siano quella del pestaggio del protagonista (sulle note di un martellante commento musicale elettronico) e quella, da incubo, ambientata nell’orfanotrofio. Proprio quest’ultima sequenza, che gioca con gli stilemi dell’horror – privati però di qualsiasi elemento sovrannaturale – rappresenta la rappresentazione più esplicita di un’idea di un “collettivismo” allucinato e gestito dal potere (la mostruosa bambola che “dirige” il luogo), da cui si può solo fuggire.

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Un progetto più ampio

2551.01, un'immagine del film
2551.01, un’immagine del film di Norbert Pfaffenbichler

Inventivo e in certa misura anti-narrativo, episodico ed erratico nella messa in scena del viaggio dei suoi due protagonisti, 2551.01 è un progetto in realtà più ampio di questo singolo lungometraggio (il cui sottotitolo è The Kid), che si conclude dopo poco più di un’ora di durata, in attesa di un’ipotetica seconda parte. Una visione certo lontanissima dal fantastico più mainstream, che concede poco al gusto patinato del genere così come viene – in gran parte – interpretato oggi; un esperimento che contamina una serie di filoni tra loro distinti (l’horror, la sci-fi distopica, il cyberpunk e la commedia slapstick), risultandone tuttavia in qualcosa di più della mera somma delle sue componenti. Un un’epoca di incubi rassicuranti e di futuri preconfezionati (che non mancano di ricordarci – spesso – la loro distanza da noi) vale la pena immergersi nell’esperienza sensoriale e radicale del film di Norbert Pfaffenbichler, magari auspicando di vederne, presto, una possibile prosecuzione.

2551.01, la locandina del film

Scheda

Titolo originale: 2551.01
Regia: Norbert Pfaffenbichler
Paese/anno: Austria / 2021
Durata: 65’
Genere: Horror, Fantascienza, Fantastico
Cast: David Ionescu, Stefan Erber
Sceneggiatura: Norbert Pfaffenbichler
Fotografia: Martin Putz
Montaggio: Norbert Pfaffenbichler
Musiche: Wolfgang Frisch, Simon Spitzer
Produttore: Norbert Pfaffenbichler, Bianca Jasmina Rauch
Casa di Produzione: Bundeskanzleramt (BKA), Land Oberösterreich, Magistrat der Stadt Wien – MA 7 Kulturabteilung

Trailer

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Marco Minniti
Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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