ALLA VITA

ALLA VITA

L’esordio dietro la macchina da presa dell’attore Stéphane Freiss mette in scena una love story in potenza, che è incontro fugace e confronto tra due complementari realtà familiari. Tutto ambientato in una tenuta agricola arsa dal sole, Alla vita è un dramma di sostanza, rigoroso malgrado l’assenza di grossi guizzi di regia.

Racconto d'estate

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Già attore di lungo corso, con frequenti puntate nel cinema hollywoodiano (lo abbiamo visto, tra le altre cose, in Munich di Steven Spielberg e Hereafter di Clint Eastwood) il francese Stéphane Freiss fa con questo Alla vita il suo esordio dietro la macchina da presa. Lo fa in una produzione italiana – seppur in buona parte parlata in francese – che vede nei ruoli principali Riccardo Scamarcio e un nome emergente del cinema francese contemporaneo, qual è l’attrice Lou de Laâge. Una sorta di love story in potenza, quella diretta da Freiss, quasi interamente ambientata nel terreno arso dal sole di una tenuta agricola del sud Italia: qui seguiamo la storia di Elio De Angelis, gallerista diventato imprenditore agricolo dopo la morte di suo padre – di cui ha ereditato la tenuta – ed Esther Zelnick, giovane di 28 anni oppressa da una famiglia di ebrei ortodossi. I due si incontrano quando la famiglia di Esther, che ha un’amicizia di vecchia data con quella di Elio, viene a raccogliere i cedri durante l’estate. Ma mentre Elio ha deciso di proseguire la tradizione familiare, dedicandosi alla gestione della tenuta e subendo per questo l’abbandono di sua moglie, Esther sta meditando di dare un taglio con le tradizioni religiose della sua famiglia. Due percorsi inversi che cercheranno un punto di contatto.

Una nuova/vecchia onda

Alla vita, Riccardo Scamarcio in una scena
Alla vita, Riccardo Scamarcio in una scena del film

Ha un tono narrativo piuttosto classico, Alla vita, debitore in parte a un cinema post Nouvelle Vague (invecchiato – non necessariamente in senso negativo – insieme ai suoi protagonisti), e in parte a un neorealismo ad ambientazione rurale, tutto stretto nella location assolata, ariosa eppure opprimente, di una tenuta agricola del sud Italia. Il personaggio interpretato da Scamarcio, nel film di Freiss, sembra avere il destino (di)segnato da altri, stretto da un vincolo familiare che lo porta a sacrificare finanche l’affetto di moglie e figli; le testimonianze della sua arte si riducono a ritratti appesi alle pareti di casa, come un malinconico rimando a un passato rapidamente accantonato, o eseguiti di soppiatto su un bloc notes, a cogliere, in dettagli quasi rubati, l’obliqua figura di Esther.

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Una figura, quest’ultima, che si appresta a superare la giovinezza senza averla di fatto mai vissuta, cercandone un tardivo anelito proprio quando la famiglia la instrada sulla via del matrimonio combinato. Due figure che si scrutano con curiosità e malcelata attrazione reciproca, osservando una vita altra che appare a ognuno dei due l’anello mancante della propria. Uno scrutarsi parco di parole – perché l’espressione verbale può riaprire ferite che neanche si sospettava di avere – ma sempre più teso a rubare momenti alle rispettive quotidianità, consapevole della fugacità di quell’incontro.

Percorsi complementari

Alla vita, Lou de Laâge in una scena
Alla vita, Lou de Laâge in una scena del film

L’ambientazione estiva (e prevalentemente diurna) di Alla vita rimanda a un Eric Rohmer con personaggi anagraficamente più anziani, ma in qualche modo analogamente inquieti e irrisolti. Il carattere effimero dell’incontro tra Elio ed Esther – provvisorio e fragile come la stessa stagione (e le circostanze che l’hanno reso possibile) – si traduce in consapevolezza del peso delle richieste sociali, e necessità di “rubare” al quotidiano attimi di intimità; un furto portato avanti non più, come in gioventù, per un sentire fine a se stesso, quanto piuttosto allo scopo di comprendere il percorso dell’altro, e trarne qualcosa di utile per la propria esistenza. Sono percorsi che sembrano entrare in conflitto, quelli dei due protagonisti, ma in realtà complementari; ed è interessante, a questo proposito, come il personaggio di Esther – apparentemente anello debole, in quanto schiacciata da una realtà familiare di assoluta rigidità – si riveli in realtà il personaggio più coraggioso, quello capace di ridefinirsi in una rottura definitiva col passato. Rottura annunciata già a inizio film – con una scelta coraggiosa – che si sostanzierà in quell’incontro fugace, in cui la componente verbale più importante (non a caso) sarà mediata dallo strumento tecnologico di una chat.

La sobrietà del tono

Alla vita, Sasson Gabai e Riccardo Scamarcio in una scena
Alla vita, Sasson Gabai e Riccardo Scamarcio in una scena del film

Alla vita ha il pregio di mantenere uno sguardo equilibrato sulla realtà che circonda i due protagonisti, scegliendo l’indagine curiosa (quella reciproca dei due, e quella dello stesso spettatore) piuttosto che il giudizio tranchant. Una trappola, quest’ultima, che viene evitata anche quando lo script indugia sulla descrizione di un sistema di norme – quello della famiglia di Esther – che appare illogico e anacronistico. La regia sceglie deliberatamente la sobrietà, anche laddove il soggetto sembra richiamare l’impennata emotiva – come nella scena della danza di Esther verso la fine del film, osservata dal personaggio di Scamarcio dall’alto – a ribadire un approccio teso a entrare in punta di piedi nell’intimità dei protagonisti. La stessa “svolta” compiuta dalla ragazza, come si accennava sopra, è in realtà uno sviluppo preannunciato; alla logica del twist narrativo, il film di Stéphane Freiss preferisce l’esplicitazione del percorso, la rivelazione delle tappe che lo compongono. Tappe che si sostanziano anche grazie alle buone prove dei due protagonisti, in primis quella di una Lou de Laâge penetrante e dolente. Così, pur senza mostrare grossi guizzi di regia, e mantenendo un forte rigore nel racconto, Alla vita riesce a rendere bene la tridimensionalità dell’incontro che mette in scena, immortalata anche da un’ultima sequenza che (per quanto forse prevedibile) mostra una sua indubbia forza espressiva.

Alla vita, la locandina del film
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Scheda

Titolo originale: Alla vita
Regia: Stéphane Freiss
Paese/anno: Italia / 2022
Genere: Drammatico
Cast: Astrid Meloni, Luigi Diberti, Nicola Rignanese, Riccardo Scamarcio, Anaël Guez, Anna Sigalevitch, Coraly Zahonero, Jérémie Galiana, Liv del Estal, Lou de Laâge, Maxime Huriguen, Natacha Krief, Pierre-Henry Salfati
Sceneggiatura: Caroline Deruas-Garrel, Audrey Gordon, Stéphane Freiss, Laure Deschenes
Fotografia: Michele Paradisi
Montaggio: Aline Hervé
Musiche: Giovanni Mirabassi
Produttore: Daniel Campos Pavoncelli, Fabrizio Donvito, Benedetto Habib, Marco Cohen, Fabio Conversi
Casa di Produzione: Indiana Production
Distribuzione: Vision Distribution

Data di uscita: 16/06/2022

Trailer

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Marco Minniti
Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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