IL PARADISO DEL PAVONE

IL PARADISO DEL PAVONE

Con Il paradiso del pavone, suo terzo film da regista, Laura Bispuri fa un passo indietro rispetto alle due opere precedenti: questo nuovo lavoro mostra infatti un’algidità che si traduce in manierismo, generando nello spettatore distacco emotivo dalle vicende narrate.

Una famiglia in cerca d'autore

Pubblicità

Chiunque sia cresciuto e viva tutt’ora gli equilibri di una famiglia mediamente numerosa, sa perfettamente come le mura domestiche e le celebrazioni possano dimostrare di avere un potenziale detonante. A saltare in aria sono soprattutto gli equilibri più fragili, quelli basati su di una consuetudine assodata e, soprattutto, sostenuta per il mantenimento del cosiddetto quieto vivere. Per portare scompiglio in questa armonia dai sottotoni dissonanti, però, basta veramente poco. È sufficiente una stonatura, un elemento disarmonico per l’insieme per trasformare un normale pranzo di famiglia in un viaggio all’interno della fragilità dei rapporti umani. Non è un caso, dunque, che questo particolare ambito sia stato preso in considerazione, dal cinema e dalla letteratura, come una sorta di teatro dove far interagire l’umanità e lasciare che gli eventi accadano.

Una combinazione di luogo e intenti quasi sempre efficaci ma che, nel caso de Il paradiso del pavone, fallisce il suo intento. La terza pellicola di Laura Bispuri sembra soffrire eccessivamente l’esigenza di compiacere una certa intelligentia, puntando su un uso del simbolismo e delle attese che sfavorisce nettamente la parte più emotiva e personale del racconto. Un esito che risulta effettivamente estraniante, soprattutto se messo in relazione con le altre due pellicole della Bispuri, Vergine giurata e Figlia mia, in cui la regista era riuscita a portare sullo schermo dei personaggi fortemente carnali e capaci di rimandare al pubblico un riflesso di onestà interpretativa.

Lessico famigliare

Il paradiso del pavone, Dominique Sanda e Maya Sansa in una scena
Il paradiso del pavone, Dominique Sanda e Maya Sansa in una scena del film

Al centro dell’azione, dunque, ci sono i membri della famiglia di Nena, una signora sottilmente chic che, per il suo compleanno, decide di riunire figli, generi e nuore intorno a un tavolo. Una normale giornata di festeggiamenti in cui, però, questa varia umanità sembra essere slegata e costantemente in dicotomia l’uno con l’altro. Delle normali incomprensioni e differenze che, in questo caso, si trasformano in una continua attesa di accadimenti. Tra le parole sussurrate di una nuora misteriosamente problematica e il matrimonio fallito di una figlia, anche se mai ammesso, si mette in scena una girandola estetica eccessivamente soffusa e rapporti mai effettivamente affettivi. Come se mostrare un sentimento e le dissonanze che spesso lo accompagnano non fosse elegante o raffinato.

Ascolta “Verso l’infinito e oltre con Lightyear!” su Spreaker.

Quello che si avverte ne Il paradiso del pavone, infatti, sia nell’interpretazione sempre volta al minimalismo che in una fotografia volutamente sporca, è una sorta di algidità che non giova in nessun modo allo svolgimento narrativo. Al contrario, invece, porta a una sorta di estraneità nei confronti delle situazioni che non si evolvono e dei personaggi che rimangono essenzialmente immobili nelle loro incompiutezze. In questo modo, dunque, questa voluta assenza di “stile” e di forma non fa altro che evidenziare il manierismo e la volontà insita dietro una scelta estetica ben precisa. Un’atmosfera capace di coinvolgere anche le interpretazioni dai toni “problematici” che definiscono Alba RohrwachereMaya Sansa, stigmatizzandole in una definizione di attrici d’autore. Un intellettualismo, dunque, che ci consegna dei personaggi non spiacevoli ma semplicemente incomprensibili, incapaci di creare empatia o alcun tipo di collegamento e immedesimazione con lo spettatore.

La bellezza del pavone

Il paradiso del pavone, un momento
Il paradiso del pavone, un momento del film

In quest’atmosfera algida e apparentemente refrattaria al colore e al calore, l’unica nota d’originalità è rappresentata dalla presenza di un pavone che, per motivi del tutto misteriosi, la nuora di Nena porta con se in ogni luogo. Anche questo animale cosi fiero e naturalmente consapevole di se, però, ha un ruolo simbolico chiaro e deciso. Prendendo spunto dalla mitologia che accompagna la sua presenza nella cultura popolare, il pavone è l’emblema di una nuova primavera, di una rinascita personale che, rapportata alle vicende famigliari messe in scena, dovrebbe volgere finalmente a un’onestà priva di timori. Nonostante la traiettoria narrativa sia chiara, anche l’utilizzo dell’uccello dai cento occhi soffre di un manierismo eccessivo che sembra spingere costantemente lo spettatore de Il paradiso del pavone a dimostrare la sua capacità di decriptare. Ancora una volta, dunque, ci si trova di fronte a un esercizio puramente intellettuale, che stenta a trovare la giusta via di mezzo tra l’espressione curata e accurata di una tematica e la sua naturalezza espressiva.

Il paradiso del pavone, la locandina

Scheda

Titolo originale: Il paradiso del pavone
Regia: Laura Bispuri
Paese/anno: Italia, Germania / 2021
Durata: 89’
Genere: Drammatico
Cast: Alba Rohrwacher, Carlo Cerciello, Fabrizio Ferracane, Leonardo Lidi, Maya Sansa, Tihana Lazovic, Carolina Michelangeli, Dominique Sanda, Ludovica Alvazzi Del Frate, Maddalena Crippa, Yile Vianello
Sceneggiatura: Silvana Tamma, Laura Bispuri
Fotografia: Vladan Radovic
Montaggio: Carlotta Cristiani
Musiche: Nando Di Cosimo
Produttore: Gregorio Paonessa, Michael Weber, Viola Fügen, Marta Donzelli
Casa di Produzione: Match Factory Productions, Vivo Film, Rai Cinema
Distribuzione: Nexo Digital

Data di uscita: 16/06/2022

Pubblicità

Trailer

Dagli stessi registi o sceneggiatori

Pubblicità
Tiziana Morganti
Fin da bambina, ho sempre desiderato raccontare storie. Ed eccomi qui, dopo un po’ di tempo, a fare proprio quello che desideravo, narrando o reinterpretando il mondo immaginato da altri. Da quando ho iniziato a occuparmi di giornalismo, ho capito che la lieve profondità del cinema era il mio luogo naturale. E non poteva essere altrimenti, visto che, grazie a mia madre, sono cresciuta a pane, musical, suspense di Hitchcock, animazioni Disney e le galassie lontane lontane di Star Wars; e un ruolo importante l’ha avuto anche il romanticismo di Truffaut. Nel tempo sono diventata giornalista pubblicista; da Radio Incontro e il giornale locale La voce di Roma, passando per altri magazine cinematografici come Movieplayer e il blog al femminile Smackonline, ho capito che ciò che conta è avere una struggente passione per questo lavoro. D’altronde, viste le difficoltà e le frustrazioni che spesso s’incontrano, serve un grande amore per continuare.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.