MEN

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Men, già discusso horror femminista di Alex Garland, è visivamente elaborato, accattivante e ricco d’atmosfera quanto concettualmente semplice. Il regista fa una riflessione sul femminile e sulla mascolinità tossica forse priva di nuances, ma la cala in un magnetico incubo campestre, contando su due interpreti (la protagonista Jessie Buckley e la sua nemesi Rory Kinnear) dall’ottima versatilità.

Mascolinità tossica in un Eden da incubo

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La carriera da regista di Alex Garland, iniziata con la sci-fi umanista di Ex Machina e proseguita con quella più filosofica e simbolica del successivo Annientamento, fa con Men una decisa virata verso l’horror. E lo fa andando a battere territori – quelli della riflessione sulla figura femminile, e sul rapporto con la mascolinità tossica come innesco per la trama orrorifica – per loro natura problematici, già affrontati dal cinema a più riprese negli ultimi anni. Viene in mente, come termine di paragone più immediato per questo lavoro, il recente Midsommar – Il villaggio dei dannati, con cui il film di Garland condivide l’afflato da folk horror, qui tuttavia più suggerito che diretto; non a caso, a co-produrre il nuovo lavoro del regista e scrittore inglese c’è la A24, compagnia che sembra volere dividere la sua produzione di genere (più o meno equamente) tra opere all’insegna di un approccio più autoriale e simbolico – vengono in mente, a questo proposito, anche i primi due film di Robert Eggers – e altre più dirette e improntate alla classicità retrò (si pensi al recente X – A Sexy Horror Story). E, pur tenendo presente il semplicismo di questa suddivisione, potremmo dire che questo Men – con la sua rarefazione di atmosfere e le sue figure retoriche forti, ma a ben vedere piuttosto leggibili – si situa tendenzialmente nella prima categoria. Con un approccio, da parte del suo regista, che tende a innestare le sue visioni – ma anche un gusto figurativo debitore al suo passato di disegnatore – su un canovaccio che (passateci il gioco di parole) vuole riflettere sul “genere”. In una doppia accezione.

Harper nel paese degli uomini

Men, Jessie Buckley e Paapa Essiedu in una scena del film
Men, Jessie Buckley e Paapa Essiedu in una scena del film di Alex Garland

Il plot di Men è piuttosto essenziale: Harper Marlowe, dopo la morte di suo marito James, decide di trasferirsi per un po’ nel villaggio di Cotson, dove ha preso in affitto una grande villa sita nel bel mezzo della campagna. La donna cerca di superare lo shock e il senso di colpa per la perdita di James, apparentemente suicidatosi dopo una lite in cui Harper l’aveva messo alla porta; la donna, già da tempo intenzionata a divorziare a causa degli abusi psicologici di lui, aveva cacciato di casa Harper dopo che lui l’aveva colpita, ignorando le sue minacce di suicidio.

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Il soggiorno di Harper nel villaggio, che appare dapprima come una sorta di Eden immerso in un onnipresente verde, viene presto turbato da strani eventi. Nello specifico, la donna viene dapprima perseguitata da un uomo nudo e col volto ferito che arriva persino a tentare di entrare in casa sua, e successivamente incontra l’apparente ostilità e la condiscendenza di tutti gli altri uomini del villaggio (tra cui il prete locale, un ragazzo che la insulta, e il poliziotto a cui si era rivolta per denunciare il persecutore). Presto, il soggiorno di Harper nel villaggio si trasforma in un incubo, con gli uomini che paiono guidati da una sorta di volontà collettiva con lo scopo di soggiogarla.

Un fil rouge misogino

Men, Jessie Buckley e Rory Kinnear in una scena del film
Men, Jessie Buckley e Rory Kinnear in una scena del film di Alex Garland

Il terreno su cui Garland si è avventurato, con questo suo nuovo lavoro, appare spinoso, e per sua natura passabile delle accuse di aver voluto costruire un film smaccatamente “a tesi” utilizzando i meccanismi del genere. Men è colmo di simbolismi di varia natura e origine, attraverso i quali il regista costruisce un climax in cui l’iniziale realismo del plot digrada sempre più verso l’incubo allegorico; un incubo che stringe progressivamente una morsa intorno a una protagonista (l’efficace Jessie Buckley) che di fatto regge da sola l’intero peso della trama. Una protagonista che trova il suo contraltare narrativo – altrettanto simbolico, e di lettura altrettanto facile nel suo rappresentare un universo maschile tossico, pur con modalità varie – nell’attore Rory Kinnear: quest’ultimo interpreta di fatto, con apprezzabile versatilità, tutti i principali ruoli maschili del film, dall’eccentrico proprietario della villa all’inquietante stalker, passando per il vicario, il ragazzo incontrato in chiesa, il poliziotto e il proprietario del pub. Intorno a questi due poli, Garland costruisce una vicenda onirica che unisce rimandi biblici (l’albero dell’Eden, il frutto proibito e il ruolo della donna, la crocefissione e il suo portato sacrificale) ad altri di origine mitologica e pagana (il mito di Ulisse e il canto della sirena, le raffigurazioni dell’uomo verde e della Sheela na Gig) a suggerire un fil rouge storico e simbolico in cui il femminino è rappresentato parimenti in termini negativi e/o di subalternità, pur con gradazioni diverse. Un universo in cui il maschile tenta persino di replicare, grottescamente, l’attitudine della donna a dare la vita, riuscendo solo a reiterare ad libitum il rancore, espresso in una manipolativa richiesta d’amore.

Elaborazione visiva e semplicità concettuale

Men, Jessie Buckley in un'inquietante sequenza del film
Men, Jessie Buckley in un’inquietante sequenza del film di Alex Garland

Se si va a smontare la trama di Men, esaminandone attentamente le simbologie, la costruzione portata dal regista appare più semplice di quanto non potesse sembrare a uno sguardo superficiale, e il suo messaggio abbastanza diretto e privo di nuances. Un appunto concreto che si può forse muovere al film è quello di aver voluto celare concetti semplici dietro un impianto visivo elaborato e (a tratti) sovrabbondante, “mascherando” l’essenzialità del messaggio col fascino di un approccio lirico e autoriale al genere. Tuttavia, la leggibilità non è sempre un male, e d’altra parte va sottolineato che la complessità visiva del film (che fa conto sull’accattivante resa fotografica dei boschi intorno alla residenza, a costruire un incubo bucolico e campestre a tratti ubriacante) resta sempre al di qua di quello che potremmo chiamare compiacimento autoriale. Garland, insomma, a tratti esagera ma non straborda, mantenendo le sue visioni sempre funzionali alle esigenze della vicenda che mette in scena. Una vicenda che, nella recitazione attentamente modulata della protagonista, non dimentica il tema del senso di colpa, facendolo collidere efficacemente con l’accerchiamento a cui il personaggio di Harper, vittima per costituzione e carnefice per necessità, viene sottoposta. E l’ambiguità del finale, d’altro canto – dopo un’esplosione di grand guignol efficace quanto narrativamente giustificata – fa segnare un punto a favore di un’opera problematica, a tratti sbilanciata quanto indubbiamente affascinante.

Men, la locandina italiana del film
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Scheda

Regia: Alex Garland
Paese/anno: Regno Unito / 2022
Durata: 100’
Genere: Horror, Drammatico, Fantastico
Cast: Jessie Buckley, Sonoya Mizuno, Rory Kinnear, Gayle Rankin, Paapa Essiedu, Sarah Twomey, Zak Rothera-Oxley
Sceneggiatura: Alex Garland
Fotografia: Rob Hardy
Montaggio: Jake Roberts
Musiche: Geoff Barrow, Ben Salisbury
Produttore: Joanne Smith, Andrew Macdonald, Cahal Bannon, Allon Reich
Casa di Produzione: A24, DNA Films
Distribuzione: Vertice 360

Data di uscita: 24/08/2022

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Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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