UN’OMBRA SULLA VERITÀ

UN’OMBRA SULLA VERITÀ

Con Un’ombra sulla verità, Philippe Le Guay tratta il tema del negazionismo dell’Olocausto nella forma di un teso thriller; lo fa offrendo una riflessione che vuole estendersi ai complottismi di ieri e di oggi, e al loro potere manipolatorio, tanto più efficace quanto più capace di dissimulare i suoi scopi.

Il mostro in cantina

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Il tema dei negazionismi e dei complottismi, tornato prepotentemente alla ribalta negli ultimi due anni a causa della pandemia di Covid-19, è stato affrontato dal cinema, finora, in modo solo occasionale e intermittente. Una considerazione vera in particolare per il negazionismo più odioso, ovvero quello della Shoah, un po’ in controtendenza rispetto alla grande mole di opere audiovisive che sono state dedicate (com’è normale che sia) all’Olocausto in sé. Un motivo – quello di chi punta a minimizzare, o addirittura a negare in modo esplicito, la più sistematica opera di sterminio etnico che il ‘900 abbia ricordato – spinoso e trasversale, che aveva ricevuto una delle sue rare trattazioni dirette, qualche anno fa, nel dramma processuale di Mick Jackson La verità negata. Una strada molto diversa – seppur complementare – rispetto a quella seguita dal francese Phillippe Le Guay in questo Un’ombra sulla verità: un’opera, quella di Le Guay, che prende di petto il negazionismo della Shoah dandogli un volto e un corpo (quello dell’ottimo attore François Cluzet), colorandolo di toni da thriller e portandolo nel contesto di una famiglia della media borghesia parigina.

All’improvviso uno sconosciuto

Un'ombra sulla verità, François Cluzet, Jérémie Rénier e Bérénice Bejo in una scena
Un’ombra sulla verità, François Cluzet, Jérémie Rénier e Bérénice Bejo in una scena del film

Al centro della trama ci sono Simon Sandnerg e sua moglie Hélene, una coppia di mezza età – con una figlia adolescente, Justine – che decide di vendere la cantina annessa al loro appartamento, sito in un condominio di un quartiere residenziale parigino. L’acquirente, Jacques Fonzic, è un ex professore di liceo, che dice di voler utilizzare la cantina solo per appoggiarvi alcuni suoi oggetti; appena preso possesso dello spazio, però, l’uomo vi si trasferisce stabilmente e ne fa la propria abitazione, provocando il disagio e la diffidenza degli altri condomini. Indagando sul passato di Fonzic, Simon arriva presto alla verità: l’ex insegnante è stato infatti licenziato dal liceo in cui lavorava a causa delle sue tesi negazioniste sull’Olocausto. Simon, di famiglia ebrea, e con un prozio deportato ad Auschwitz, tenta in tutti i modi di annullare la vendita e di liberarsi dello scomodo ospite, ma Fonzic non ha nessuna intenzione di lasciare la cantina. Nel frattempo, il matrimonio di Simon inizia ad andare in crisi, con sua moglie che lo accusa di ignavia, e sua figlia che inizia a mostrarsi oscuramente accondiscendente rispetto alle idee dell’ex professore.

Manipolazioni trasversali

Un'ombra sulla verità, Bérénice Bejo e Jérémie Rénier in una scena
Un’ombra sulla verità, Bérénice Bejo e Jérémie Rénier in una scena del film

È tanta, la carne al fuoco messa da Un’ombra sulla verità (il cui titolo originale era un più sfumato, ma calzante, L’homme de la cave): c’è ovviamente il tema specifico del negazionismo della Shoah, venuto prepotentemente alla ribalta negli ultimi due decenni – e cresciuto in forza e capacità persuasiva parallelamente al ridursi del numero dei testimoni diretti degli eventi; c’è lo spinoso argomento del confine tra libertà di pensiero (e di espressione) e pretesa di piegare la realtà a proprio piacimento, facendo conto su un overload di notizie e messaggi all’interno del quale è sempre più facile perdersi; c’è il tema più generale del complottismo, che si accompagna ai negazionismi di ieri e di oggi, e quello del suo potenziale attrattivo – spesso irresistibile – su menti sempre meno avvezze a discernere qualità e fondatezza dell’informazione. Da quando il film di Le Guay scopre le sue carte, infatti, è evidente l’intenzione del regista di allargare lo sguardo, compiendo una riflessione a 360 gradi che impatti il carattere liquido dell’informazione diffusa in rete, ma anche l’abilità mistificatoria (spesso dissimulata in forme vittimistiche) dei diffusori di fake news; lo stesso trasformismo del personaggio interpretato da François Cluzet, additato come lupo ma ostinatamente e abilmente deciso ad apparire agnello, offre un efficace saggio dei meccanismi di manipolazione (anche personali) su cui si regge certa propaganda.

Il babau (auto)recluso

Un'ombra sulla verità, Bérénice Bejo e François Cluzet in una scena
Un’ombra sulla verità, Jérémie Rénier e François Cluzet in una scena del film

Se gli intenti di monito di Un’ombra sulla verità sono evidenti e manifesti, meno scontato è il modo in cui il regista arriva a realizzarli, nella forma di un thriller capace di scavare attraverso il topos dello sconosciuto (che il cinema ha sfruttato a più riprese, da Teorema di Pier Paolo Pasolini in poi) dentro la fragilità e l’illusoria stabilità della vita borghese. Il film di Le Guay, regista abile nel declinare lo spaccato sociale nella forma del cinema di genere, analizza con acume la realtà familiare dei due protagonisti, mettendone in evidenza uno per uno i non detti, portati alla luce – forse non del tutto inconsapevolmente – dalla presenza sempre meno “neutra” dello sconosciuto. Come una macchia sul soffitto (immagine dal forte portato simbolico) frutto di un’infiltrazione vecchia ma mai sanata, i cui effetti rischiano da un momento all’altro di tracimare; un’immagine che trova il suo contraltare ideale nel buio angusto dello spazio in cui resta rinchiuso il personaggio di Cluzet, reclusione scelta ma abilmente dissimulata come crudele imposizione, in un beffardo contrappasso della sorte toccata a tante vittime di quella tragedia che lui stesso vuole negare. Un contrappasso che nell’immagine fortemente simbolica della cantina – anche quale luogo del rimosso, nonché favolistico spazio in cui si annida il babau – trova la sua espressione più compiuta.

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Un virus che trova terreno fertile

Un'ombra sulla verità, Jérémie Rénier in una scena
Un’ombra sulla verità, Jérémie Rénier in una scena del film

In questo senso, il regista tiene ben presenti i meccanismi del thriller francese ad ambientazione borghese (da Claude Chabrol in su) recuperando il carattere avvolgente della sua messa in scena, l’ambiguità di visione e la lettura del “mostro” come essere tutt’altro che alieno all’ambiente sociale rappresentato, ma anzi da esso, organicamente, nutrito. In fondo, l’antisemita Jacques Fonzic fa proseliti all’interno di una classe sociale che non ha saputo opporre i giusti anticorpi alla sua opera di mistificazione, contestando spesso la forma estrema delle sue tesi piuttosto che la sostanza; anzi, nella pretesa di quella stessa borghesia di non fare i conti con la propria storia, anche laddove si sia stati vittime – incarnata nel rifiuto del personaggio di Simon di venire a patto col proprio passato familiare, o persino di nominarlo – c’è il terreno più fertile per revisionismi e negazionismi di ogni genere. Il mostro può nascondersi in cantina laddove si siano scelti la rimozione consapevole e il buio (della memoria, del senso critico come della ragione). La metafora di Un’ombra sulla verità è in questo senso esplicita e trasparente, magari a tratti urlata, ma non certo priva di efficacia.

Un'ombra sulla verità, la locandina italiana

Scheda

Regia: Philippe Le Guay
Paese/anno: Francia / 2021
Durata: 114’
Genere: Drammatico
Cast: Bérénice Bejo, Denise Chalem, François Cluzet, Laëtitia Eïdo, Martine Chevallier, Patrick Descamps, Ambroise James Di Maggio, François-Eric Gendron, Jérémie Renier, Jonathan Zaccaï, Sacha Attal, Sharif Andoura, Victoria Eber
Sceneggiatura: Philippe Le Guay, Gilles Taurand, Marc Weitzmann
Fotografia: Guillaume Deffontaines
Musiche: Bruno Coulais
Produttore: Philippe Le Guay, Anne-Dominique Toussaint
Casa di Produzione: France Télévisions, Les Films des Tournelles, Canal+, Big Sur Films, Ciné+, Cinémage 15, La Banque Postale Image 14, Sofica Manon 11, France 2 Cinéma
Distribuzione: BiM Distribuzione

Data di uscita: 31/08/2022

Trailer

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Marco Minniti
Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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