WANNA

WANNA

Docu-serie che ricostruisce una vicenda economica, mediatica e criminale praticamente unica, Wanna si muove tra il documentario propriamente detto e il reportage, prima avvincendo e poi respingendo (volutamente) lo spettatore. Uno spettatore che, anche laddove conosca i fatti, non può fare a meno di cercare una motivazione razionale per un male tanto consapevole quanto, in realtà, profondamente irrazionale.

Le tenebre di un impero

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Dopo l’annuncio a sorpresa dello scorso maggio, nell’ambito della presentazione dei nuovi progetti italiani di Netflix, la già discussa docu-serie Wanna approda finalmente sulla piattaforma. Un prodotto, questo creato da Alessandro Garramone, che ripercorre con dovizia di particolari la storia di quella che è stata per un ventennio la teleimbonitrice italiana per eccellenza: una vicenda che, nei suoi anni conclusivi, si è trasformata in un caso di truffa tra i più incredibili che la storia recente ricordi, col famoso “scoop” di Striscia la notizia, una gigantesca indagine da parte della Guardia di Finanza, e la scoperta di un raggiro miliardario per opera di Wanna Marchi, di sua figlia Stefania Nobile e del “maestro di vita” Mário Pacheco do Nascimento. Personaggi a cui questa miniserie, quattro puntate per poco più di tre ore complessive, dà ampio spazio, alternando il loro racconto dei fatti a quello della variegata schiera di testimoni, compagni di strada più o meno occasionali, amici, nemici e vittime.

A tal proposito, occorre sgomberare subito il campo da qualsiasi possibile dubbio: Wanna non è in alcun modo un prodotto assolutorio, e neanche tale da suscitare ambigue quanto tardive simpatie. La scelta di dare così ampio spazio alla narrazione dei fatti da parte dei protagonisti contribuisce semmai a creare un quadro più completo di una vicenda ventennale pressoché unica; una vicenda che anche nei suoi lati più grotteschi (così come in quelli più odiosi) rappresenta un po’ “l’altra faccia” di quella storia mediatica italiana che ebbe nell’irrompere delle tv private il suo evento propulsore. Una storia che, a più riprese, si è colorata inevitabilmente di tinte noir e da true crime.

Le radici di un insolito successo

Wanna, un'immagine di Roberto Da Crema nella docu-serie
Wanna, un’immagine di Roberto Da Crema nella docu-serie Netflix

Divisa in quattro episodi, ognuno teso al racconto di una specifica fase dell’impero creato da Wanna Marchi (eloquenti i titoli: Scoglipancia, Diavoli, Mago e Cattive), Wanna segue con dovizia di particolari quella che è stata una doppia parabola di ascesa, caduta, rinascita e definitivo crollo. Un racconto che muove dalla magmatica realtà televisiva italiana della fine degli anni ‘70, quando la liberalizzazione dell’etere provocò il proliferare delle reti private, con la conseguente ricerca di mezzi di finanziamento più specifici ed efficaci della semplice pubblicità. Le televendite, in fondo – mezzo di cui la conduttrice romagnola diverrà presto la capofila indiscussa – non furono altro che una naturale conseguenza di un modo diverso di intendere il mezzo televisivo, segnato da un rapporto insieme più intimo e più aggressivo con lo spettatore. Due aspetti che, come viene evidenziato dal primo episodio della serie, Wanna Marchi seppe cogliere alla perfezione, con uno stile comunicativo tanto rozzo quanto inconsapevolmente capace di cogliere gli umori del tempo. È significativo, a questo proposito, il racconto di una delle prime dirette della conduttrice all’interno di un contenitore di una rete privata; una puntata in cui, stando alle sue stesse parole, la Marchi pubblicamente si scusava con l’emittente per i magri risultati delle precedenti dirette, e annunciava affranta la sua volontà di ritirarsi. L’involontario (o forse no) spostamento di una trasmissione commerciale su un registro più emotivo provocò la simpatia del pubblico, e un “aggancio” che sarebbe stato mantenuto, in forme diverse, per circa un ventennio. Un registro emotivo che negli anni successivi si sarebbe declinato, piuttosto che nei termini dell’affetto, in quelli dell’aggressività (con le provocazioni e i veri e propri insulti a chi non acquistava i prodotti) e più tardi della paura e della manipolazione psicologica (con la vendita di numeri fortunati, talismani e rimedi di ogni tipo contro la malasorte).

Oscuri (non) comprimari

Wanna, un momento della docu-serie
Wanna, un momento della docu-serie Netflix

Dal suo secondo episodio in poi, la narrazione di Wanna assume toni decisamente più noir, paralleli alle vicende giudiziarie che hanno attraversato il percorso della conduttrice: dal rogo del suo negozio alla cronaca degli abusi domestici perpetrati dal primo marito (l’ex imprenditore, e padre di Stefania, Raimondo Nobile, a sua volta intervistato nella serie), dai vorticosi giri di denaro degli anni ‘80 agli investimenti sbagliati, fino alla bancarotta e al carcere nel 1990. In mezzo, i rapporti dell’azienda con l’inquietante figura di Milva Magliano, collaboratrice di Wanna e Stefania associata alla Nuova Camorra Organizzata, già condannata e successivamente sospettata di essere responsabile dell’attentato al negozio delle Marchi. Proprio l’intervista alla Magliano – con la disarmante facilità con cui questa utilizza un linguaggio tipicamente mafioso per parlare di quegli anni – risulta essere uno degli elementi più riusciti, e più positivamente spiazzanti, di questa docu-serie. Più in generale, nel suo esplorare vari aspetti di una vicenda economica, mediatica e criminale su cui restano ancora diversi punti oscuri, Wanna ha il merito di gettare luce su alcuni dei personaggi meno noti che gravitavano intorno all’impero-Marchi: tra questi, il misterioso marchese Attilio Capra de Carrè, imprenditore già associato alla P2, dalle importanti amicizie politiche, che aiutò le Marchi a ricostruire il loro impero, salvo poi essere scaricato – praticamente dall’oggi al domani – quando Wanna e Stefania tornarono sulla cresta dell’onda. Un coinvolgimento dai tratti oscuri, quello di Capra de Carrè, raccontato nei suoi vari aspetti dal giornalista investigativo Peter Gomez, la cui testimonianza contribuisce al variegato mosaico ricostruito dalla serie. Un mosaico la cui esplorazione viene “guidata” dal giornalista Stefano Zurlo, la cui presenza si limita comunque a fare da raccordo tra i vari pezzi di storia.

Perché?

Wanna, una foto che ritrae Wanna Marchi nella docu-serie
Wanna, una foto che ritrae Wanna Marchi nella docu-serie Netflix

Il primo paragone che viene in mente, per un prodotto come Wanna, è quello con SanPa: Luci e tenebre di San Patrignano, principalmente per il formato analogo e per il simile tentativo di indagare una singola, emblematica personalità di un preciso periodo di storia italiana. Tuttavia, mentre la docu-serie del 2020 manteneva un tono più uniforme nel suo svolgimento – coerentemente con un’impostazione che del suo oggetto voleva indagare, come da titolo, “le luci e le tenebre” – il registro di Wanna evolve parallelamente alla storia del suo oggetto: la cialtroneria trash e apparentemente innocua della prima Marchi (“all’inizio poteva apparire simpatica”, dichiara più volte l’ex televenditore Joe Denti) lascia presto il posto a un personaggio decisamente più inquietante; quello che forse, a un tratto, perse ogni residuo contatto con la realtà, colto da una sorta di patologico e (auto)distruttivo delirio di onnipotenza. La Marchi attuale, la donna ottantenne intervistata dagli autori, ripercorre anche nel modo di fare (inconsapevolmente?) tutte le fasi del suo personaggio, arrivando nella parte finale – quando ribadisce, in totale sintonia con sua figlia, l’assoluta assenza di pentimento per le truffe perpetrate – a farsi (di nuovo) odiare; e ci arriva provocando quella repulsione e quel senso di assoluta distanza in cui (forse) lei e Stefania Nobile si sentono tuttora a proprio agio. Della serie di Alessandro Garramone resta anche apprezzabile – almeno dal punto di vista giornalistico – la presenza del “maestro di vita” Do Nascimento, scovato in Brasile dopo una lunga ricerca; un personaggio – oggi quasi irriconoscibile – le cui parole (tipiche di chi è quasi inconsapevole della portata delle sue azioni) contribuiscono a delineare lo squallore umano e culturale in cui l’impero-Marchi crebbe e si sgretolò. Uno squallore che la serie riesce a rendere con piglio cronachistico piano ma apprezzabile, inframezzato da frammenti di fiction (le sequenze ricostruite, le simboliche danze delle due donne in mezzo al denaro) che avvicinano in qualche modo lo spettatore alla vicenda. Uno spettatore prima avvinto, e poi volutamente respinto dagli eventi, alla ricerca di una spiegazione (“perché hanno dovuto truffare la gente, se già erano tanto ricche?”, si chiede una testimone) che nessuna serie e nessun film potrà mai, probabilmente, dare.

Wanna, la locandina della docu-serie
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Scheda

Titolo originale: Wanna
Creata da: Alessandro Garramone
Regia: Nicola Prosatore
Paese/anno: Italia / 2022
Durata: 187’
Genere: Documentario, Biografico
Cast: Joe Denti, Roberto Da Crema, Milva Magliano, Raimondo Lagostena, Wanna Marchi, Peter Gomez, Stefania Nobile, Jimmy Ghione, Mário Pacheco do Nascimento, Stefano Zurlo, Maurizio Pagliari
Sceneggiatura: Alessandro Garramone, Davide Bandiera
Produttore: Gabriele Immirzi
Casa di Produzione: FremantleMedia Italia
Distribuzione: Netflix

Data di uscita: 21/09/2022

Trailer

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Marco Minniti
Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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