BUTCHER’S CROSSING

BUTCHER’S CROSSING

Tratto da un romanzo che ebbe una certa importanza nel ridefinire il western letterario, Butcher’s Crossing soffre di una messa in scena piana e di un andamento privo di guizzi, da un lato troppo esplicito nel ribadire i suoi assunti, dall’altro incapace di valorizzare la teorica affinità di un interprete come Nicolas Cage col suo personaggio. Presentato nella sezione Grand Public della Festa del Cinema di Roma 2022.

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In questa 17a edizione della Festa del Cinema di Roma, nella stessa giornata che ha visto l’approdo all’Auditorium di Django (nei primi due episodi del reimagining televisivo targato Sky), il western è andato in scena anche con questo Butcher’s Crossing, adattamento dell’omonimo romanzo del 1960 di John Edward Williams. Un romanzo, quello di Wiliams, che ha avuto una certa importanza, alla sua uscita, nel portare uno sguardo più crudo e realistico sulla Frontiera (e sugli uomini che l’hanno animata); un’opera pionieristica che viene adattata qui, a oltre mezzo secolo di distanza, dal quasi esordiente Gabe Polsky (già documentarista nonché co-regista, con suo fratello Alan, del precedente The Motel Life). Una vicenda, quella trasposta al cinema da Polsky, che si svolge nella seconda metà dell’800 nella wilderness che circonda la cittadina di Butcher’s Crossing, quattro case in croce e un’economia che si regge principalmente sul commercio di pelli di bufalo. Qui giunge, in cerca di avventure, il ventitreenne Will Andrews, figlio di una famiglia borghese proveniente da Boston, deciso a toccare con mano le durezze della vita dell’Ovest; il ragazzo, ingenuo e idealista, accetta di finanziare e partecipare a una spedizione guidata da Miller, un esperto cacciatore di bufali che promette di realizzare “la più grande battuta di caccia della storia”. Insieme allo scuoiatore Fred e al veterano Charlie, Will si mette così in viaggio, inconsapevole che la sua avventura si trasformerà presto in un incubo.

Dalla rottura alla convenzionalità

Butcher's Crossing, Nicolas Cage in un'immagine del film
Butcher’s Crossing, Nicolas Cage in un’immagine del film di Gabe Polsky

Laddove il romanzo originale fu un’opera in qualche modo “di rottura” rispetto alla precedente tradizione del western, il Butcher’s Crossing cinematografico appare al contrario un lavoro fin troppo classico, persino compassato nel suo andamento piano e privo di scossoni. La sceneggiatura delinea parallelamente due percorsi umani, quello del giovane protagonista Will (un convincente Fred Hechinger) e quello del cacciatore visionario Miller, interpretato da un b rasato che sembra riproporre – con mestiere ma anche un po’ di maniera – un modello affine a molti dei suoi personaggi recenti. Se il coming of age del giovane segue le tappe di molte figure analoghe, introdotte dal (mancato) rapporto sessuale con una prostituta locale (che evidenzia come il ragazzo sia insolitamente “giovane e morbido” in un luogo di uomini vecchi e duri), il personaggio interpretato da Cage appare sfacciatamente sopra le righe nella sua maniacale avidità, ma soprattutto privo di una reale evoluzione. L’intera vicenda, una volta che il gruppo dei cacciatori arriva sulla collina in cui si trovano le centinaia di esemplari di bufalo (“un terreno colorato di nero”, viene detto in un esplicito dialogo) resta immobilizzata in una staticità certo prevista, ma che la scolastica regia non fa molto per rendere appagante. Il racconto segue pedissequamente lo scorrere delle stagioni, con un’estetica patinata che finisce per lasciare in secondo piano le storie umane – ivi comprese quelle due due comprimari, descritti in modo un po’ sommario – che lo popolano.

Una freddezza non voluta?

Un racconto scarno di eventi come quello di Butcher’s Crossing, ridotto all’essenziale e tutto concentrato sugli archi narrativi dei suoi personaggi, necessitava probabilmente di un approccio meno letterale (e meno preoccupato di mantenersi fedele, in ogni passaggio, alla fonte originale) rispetto a quello mostrato da Polsky. Qui, la brutalità originale della storia finisce per tradursi in una vicenda leccata, spesso alla ricerca – non sempre giustificata – della bella immagine e dell’ingresso del paesaggio come elemento significante della storia; un approccio che dimentica spesso la carne viva dei personaggi e l’afflato drammatico delle loro vicende. In questo, appaiono un po’ gratuiti i flashback/incubi che ci mostrano scorci del passato del protagonista, mentre il suo rapporto col cacciatore Charlie – sostanziato da un sottotesto religioso appena appena accennato – resta pretestuoso e poco approfondito. La durezza della vicenda, anche quando lo sfondo diventa quello della neve, della furia degli elementi e della fame che attanaglia i protagonisti, resta più suggerita che effettivamente mostrata; una sensazione di distanza (forse non voluta), e di scarsa empatia del regista per i personaggi, che non viene meno neanche quando la follia e l’omicidio irrompono nelle vicende dei quattro personaggi.

Un messaggio esplicito, ma inerte

Butcher's Crossing, un primo piano di Nicolas Cage nel film
Butcher’s Crossing, un primo piano di Nicolas Cage nel film di Gabe Polsky

Da par suo, un interprete come Nicolas Cage – la cui bravura resta indiscutibile, così come la sua teorica affinità col personaggio – non riesce a dare tridimensionalità al “suo” Miller, bloccato anche da una sceneggiatura che non ha mai il coraggio di metterne in primo piano (lasciandola debordare) la follia. Butcher’s Crossing, da questo punto di vista, appare da un lato troppo esplicito e privo di nuances, fastidiosamente letterale nel voler sottolineare a ogni passaggio i suoi assunti (l’avidità insensata della corsa alle pelli di bufalo, la rapacità capitalista che porta a un’appropriazione vorace e priva di reale utilità, il rapporto malato col territorio, e uno sfruttamento selvaggio che diventa sangue e (auto)distruzione); dall’altro, tuttavia, il film di Gabe Polsky resta fastidiosamente controllato ed esteticamente inerte, bloccato dalla ricerca della bella immagine e privo di quei guizzi narrativi che dovrebbero sostanziare un dramma di quella portata. Un dramma che da personale – racchiuso principalmente nelle vicende intersecate di Will e Miller – vorrebbe farsi collettivo, col beffardo epilogo a sottolineare (ancora una volta con mano calcata e approccio esplicito) la fine della Frontiera e l’insensatezza dell’impresa in cui i due si sono imbarcati. Un messaggio che ci è stato più volte enunciato, nel film, ma di cui raramente abbiamo sperimentato, come spettatori, la reale portata.

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Scheda

Titolo originale: Butcher's Crossing
Regia: Gabe Polsky
Paese/anno: Stati Uniti / 2022
Durata: 105’
Genere: Drammatico, Western
Cast: Fred Hechinger, Nicolas Cage, Jeremy Bobb, Xander Berkeley, Rachel Keller, Amber Rose Mason, Duncan Vezain, Gabriel Clark, Jeff Medley, Lance Otto, Matthew Padgett, Miles Auckland, Paul Raci, Scott McCauley, Zuzu Weingart
Sceneggiatura: Gabe Polsky, Liam Satre-Meloy
Fotografia: David Gallego
Montaggio: Nick Pezzillo
Musiche: Leo Birenberg
Produttore: Amanda Bowers, Molly Conners, Madison Horton, Andy Mayson, Gabe Polsky, Will Clarke, Jeri Rafter
Casa di Produzione: Ingenious Media, Conqueror Productions, Gabriel Polsky Productions, Saturn Films, Altitude Film Entertainment, Phiphen Pictures

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Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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