Nicolas Cage

Una foto dell'attore Nicolas Cage

Nato il 7 gennaio 1964 a Long Beach, in California, Nicolas Kim Coppola è figlio di August Coppola — professore di letteratura comparata e fratello di Francis Ford Coppola — e di Joy Vogelsang, ballerina e coreografa. La parentela con uno dei registi più importanti del cinema americano è, fin dall’inizio, il peso specifico che Cage deve trasformare in risorsa: abbandona il liceo di Beverly Hills a diciassette anni e, dopo una breve comparsa nei titoli di coda di Fuori di testa (1982) firmata ancora con il cognome Coppola, cambia il proprio nome professionale prendendo ispirazione dal personaggio dei fumetti Luke Cage e dal compositore John Cage, in un gesto che è già una dichiarazione di poetica — costruirsi un’identità attraverso la cultura popolare e l’avanguardia, non attraverso la famiglia. È proprio leggendo le battute degli attori che si presentano ai provini di Rusty il selvaggio (1983) dello zio Francis che ottiene il suo primo ruolo significativo: un ingresso laterale, quasi accidentale, che diventa il trampolino per La ragazza di San Diego (1983), commedia romantica uscita nello stesso anno in cui Cage interpreta il protagonista e si impone immediatamente come presenza di rara intensità.

Gli anni Ottanta sono il decennio in cui Cage costruisce, con una coerenza che la critica dell’epoca fatica a riconoscere, una poetica recitativa del tutto originale. Cage ha teorizzato il proprio stile come “Nouveau Shamanic”, una caratterizzazione che attinge a fonti tanto diverse quanto le pratiche religiose indigene, l’espressionismo tedesco e il teatro kabuki: un approccio che rigetta il naturalismo psicologico della tradizione Strasberg in favore di qualcosa di più fisico, più rituale, più disposto all’eccesso come strumento di verità. Birdy – Le ali della libertà (1984) di Alan Parker, in cui interpreta un veterano del Vietnam che tenta di recuperare l’amico d’infanzia chiuso nel mutismo, è il film in cui quella poetica si manifesta per la prima volta in forma compiuta. Seguono In gara con la luna (1984) di Richard Benjamin, Peggy Sue si è sposata (1986) di Francis Ford Coppola — in cui impone al personaggio una voce nasale e bizzarra che lo zio avrebbe voluto diversa — e soprattutto Arizona Junior (1987) dei fratelli Coen e Cuore selvaggio (1990) di David Lynch: due film in cui la sua predisposizione per l’eccesso trova registi capaci di contenerne e amplificarne la portata simultaneamente. Stress da vampiro (1989) è forse il film più rappresentativo di questa stagione: Cage vi interpreta un agente letterario convinto di trasformarsi in un vampiro, con una performance così deliberatamente oltre i confini del naturalismo da diventare oggetto di culto e poi, decenni dopo, fonte inesauribile di meme.

La svolta verso il cinema commerciale arriva a metà degli anni Novanta, e porta con sé la più clamorosa delle contraddizioni: diventare una star del blockbuster per potersi permettere di fare i film che nessuno finanzierebbe. Nel 1994 Nicolas Cage vale circa quattro milioni di dollari a film, ma accetta di recitare in Via da Las Vegas (1995) di Mike Figgis per soli 240.000 dollari in ragione della forza del ruolo. Il film — in cui interpreta Ben Sanderson, uno sceneggiatore alcolizzato che va a Las Vegas a bere fino a morire — è una delle interpretazioni più devastanti e fisicamente impegnative della storia del cinema americano degli anni Novanta: Cage diventa il quinto attore più giovane di sempre a vincere l’Oscar come miglior attore protagonista, a trentadue anni, con una performance che non assomiglia a nulla di quanto avesse fatto prima. Il premio arriva nel momento in cui Cage sta già scegliendo la strada opposta: il cinema d’azione di massa, i compensi da venti milioni, la presenza in tre dei film di maggiore incasso della seconda metà degli anni Novanta. The Rock (1996), Con Air (1997) e Face/Off – Due facce di un assassino (1997) — quest’ultimo diretto da John Woo, in cui Cage e John Travolta si scambiano letteralmente le facce — sono film in cui lo stile recitativo espressionista di Cage trova una collocazione paradossalmente perfetta: nell’eccesso del cinema d’azione hollywoodiano, il suo rifiuto del realismo non è una stonatura ma una norma.

Il 2002 è l’anno in cui Cage torna al centro dell’attenzione critica con Il ladro di orchidee di Spike Jonze, sceneggiato da Charlie Kaufman: un film in cui interpreta il doppio ruolo dello sceneggiatore Charlie Kaufman e del fratello immaginario Donald, in una performance che naviga con precisione assoluta tra il registro del dramma intimista e quello della commedia surreale. Il film gli vale la seconda nomination all’Oscar e una nuova attenzione da parte della critica cinematografica, ma la traiettoria commerciale della sua carriera procede parallela e autonoma: Il mistero dei Templari – National Treasure (2004) e il suo seguito Il mistero delle pagine perdute (2007), Ghost Rider (2007), Bangkok Dangerous – Il codice dell’assassino (2008) lo proiettano in una dimensione di cinema di massa sempre più distante dalle sue zone di elezione. Poi i debiti fiscali — Cage ha trascorso anni accumulando una collezione di proprietà immobiliari, yacht, auto esotiche e oggetti d’arte di valore straordinario, finendo per dover decine di milioni al fisco americano — lo costringono ad accettare qualunque ruolo gli venga proposto, generando tra il 2010 e il 2017 una serie di film diretti al mercato del video domestico che la critica smette quasi del tutto di seguire.

È in questo periodo di apparente declino che qualcosa di inatteso accade. Un pubblico giovane e cinefilo scopre nelle performance più estreme di Cage — Il prescelto (2006), remake de The Wicker Man di Robin Hardy; Il cattivo tenente – Ultima chiamata New Orleans (2009) di Werner Herzog; i film del mercato DTV — non la conferma di un attore allo sbando, ma i frammenti di una coerenza stilistica che il cinema commerciale non aveva mai saputo contenere davvero. La cultura dei meme trasforma le sue espressioni più eccessive in oggetti di culto, e quella trasformazione porta paradossalmente a una rivalutazione critica seria. Mandy (2018) di Panos Cosmatos — storia di vendetta psichedelica ambientata in una foresta del 1983, in cui Cage interpreta un taglialegna che cerca i membri del culto che ha bruciato viva la sua compagna — è il film che cristallizza la rinascita: una performance di pura intensità emotiva, acclamata dalla critica per la capacità di fondere emozione grezza e intensità viscerale, che dimostra come la poetica del Nouveau Shamanic funzioni meglio quando il materiale è all’altezza della sua radicalità. Il colore venuto dallo spazio (2019) di Richard Stanley, adattamento lovecraftiano in cui interpreta un padre di famiglia che assiste alla dissoluzione cosmica della propria casa e del proprio corpo, conferma la direzione: il cinema di genere estremo come habitat naturale.

La consacrazione della rinascita arriva con Pig – Il piano di Rob (2021) di Michael Sarnoski, in cui interpreta un cercatore di tartufi recluso nelle foreste dell’Oregon che scende a Portland per recuperare il maiale rubato. Il film permette a Cage di esplorare temi di perdita, identità e redenzione ed è stato acclamato come forse la sua migliore performance degli ultimi vent’anni: un lavoro di straordinaria sottrazione, in cui la stessa intensità delle performance più estreme viene convogliata in un registro quasi sussurrato, rivelando una profondità emotiva che il blockbuster non aveva mai potuto ospitare. Il talento di Mr. C (2022) — in cui interpreta una versione di se stesso costretta a recitare per un miliardario fan ossessivo — è il film in cui Cage abbraccia consapevolmente la propria mitologia pubblica, trasformandola in materiale drammaturgico con una leggerezza e una consapevolezza che chiudono il cerchio di una carriera costruita sull’eccesso come metodo. Longlegs (2024) di Osgood Perkins, thriller soprannaturale in cui interpreta un serial killer satanista, divide la critica ma conferma che il suo nome è tornato ad essere, per il cinema di genere, una garanzia di attenzione.

Nicolas Cage sembra attratto dal surreale: da Cuore selvaggio di Lynch al Prisoners of the Ghostland di Sion Sono, ha attraversato decenni di cinema bizzarro, cupo e sinistro con la stessa disponibilità a portare la propria tecnica fino all’undicesimo grado — per citare la battuta di This is Spinal Tap che la critica usa spesso a suo proposito. Nel cinema che esplora il lato oscuro e strano della natura umana, Cage non risparmia mai nulla: è questa la sua coerenza, quella che attraversa indifferentemente il capolavoro e il film di serie B, il premio Oscar e il direct-to-video, e che rende la sua carriera — nella sua irregolarità sistematica, nei suoi crolli e nelle sue rinascite — uno degli oggetti più singolari e più discussi nella storia del cinema americano contemporaneo.