PIOVE

PIOVE

Secondo lungometraggio di Paolo Strippoli (il primo diretto in solitaria) Piove è un intelligente esempio di via italiana – e personale – al “genere”, che articola la sua vicenda orrorifica sullo sfondo di un dolente dramma familiare. A fare da teatro a quest’ultimo, una Roma cupa e inusuale, che pare aver introiettato in se un male antico e forse inestirpabile.

Mi bagno d’orrore

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C’era una discreta curiosità intorno a questo Piove, opera seconda di Paolo Strippoli nonché suo primo lungometraggio diretto in solitaria, dopo la co-regia con Roberto De Feo, risalente allo scorso anno, dell’apprezzato A Classic Horror Story. Una curiosità derivata in primis dalla perizia tecnica già mostrata dal regista nell’esordio dell’anno scorso con De Feo, intelligente rilettura dell’horror alla luce di una sensibilità all’insegna della contaminazione, e del gioco col gusto del pubblico (a più riprese anche parodiato) delle piattaforme; un approccio obliquo che in qualche modo – pur da un’ottica totalmente diversa – torna anche in questo esordio in solitaria di Strippoli. Una curiosità che, almeno per una fetta di pubblico, viene alimentata anche dal divieto ai minori di 18 anni imposto al film poco prima della sua presentazione in anteprima ad Alice nella Città (sezione autonoma e parallela della Festa del Cinema di Roma); una decisione che, sul piatto della bilancia costi/benefici, risulterà comunque fortemente penalizzante per un lavoro indipendente come questo, sorretta da motivazioni che evocano una “violenza” – termine quantomai generico – che in realtà è insieme premessa e svolgimento della storia stessa. Una storia che innesta suggestioni di genere sul tappeto narrativo di un cupo e poco conciliatorio dramma familiare.

La capitale del male

Piove, Fabrizio Rongione e Ondina Quadri in una sequenza del film
Piove, Fabrizio Rongione e Ondina Quadri in una sequenza del film di Paolo Strippoli

Il film si svolge sullo sfondo di una Roma costantemente bagnata dalla pioggia, dal cui sistema fognario fuoriesce una misteriosa nebbia che sembra indurre gli individui ad atti di crudeltà e violenza. In questo scenario si muove la famiglia di Thomas, ex cuoco di origini francesi che ha da poco perso sua moglie Cristina in un drammatico incidente d’auto; un incidente che ha lasciato sfregiato suo figlio adolescente Enrico e ha tolto l’uso delle gambe alla figlia minore, Barbara.

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Da allora, padre e figlio vivono in un’atmosfera di mute accuse e costante rancore represso, alimentato dalle rabbiose, taglienti parole del ragazzo e dai silenzi dell’uomo; uno stato di tensione perenne che ferisce profondamente Barbara, la cui motivazione a tornare a camminare si fa sempre più flebile. Nel frattempo, la città sembra precipitare sempre più nella violenza, di pari passo col tracimare, dai tombini, della melmosa materia che pare essere origine della nebbia killer; una solidificazione del male e dell’odio da sempre insiti nell’uomo, forse inestirpabili e connaturati alla stessa idea della vita in società.

Distopia periferica

Piove, Francesco Gheghi in una inquietante sequenza del film
Piove, Francesco Gheghi in una inquietante sequenza del film di Paolo Strippoli

Vola decisamente alto nelle ambizioni, Piove, offrendo una rilettura autoriale degli stilemi dell’horror, riadattati non solo alla sensibilità moderna, ma anche alla specifica realtà della società e del cinema italiani degli ultimi decenni. L’idea carpenteriana dell’orrore come contagio, nonché solidificazione-moltiplicazione di un male che già infetta in nuce una comunità (il riferimento a Fog è esplicito) si va a sommare a una rarefazione delle atmosfere, e a una costruzione delle sequenze atta a cercare il disagio e l’angoscia, più che il terrore esplicito, che sono figlie dirette di certo J-Horror. In più, il film di Strippoli offre uno sguardo decisamente inusuale sul tessuto sociale romano, troppe volte indagato con lo sguardo addomesticato e pigro del cinema borghese contemporaneo, che lascia fuori campo la periferia (o, quando la include, lo fa con un’ottica paternalista e stereotipata); qui, gli individui che abitano la Roma dei complessi abitativi fuori dal raccordo – o nelle sue immediate vicinanze – emergono in una dolente umanità che prescinde dai dialoghi, spesso ridotti all’osso o sussurrati svogliatamente con mezze parole. La fisicità e le azioni di Thomas ed Enrico – ottimamente interpretati da Fabrizio Rongione, attore-feticcio dei Dardenne, e da un sorprendente, versatile Francesco Gheghi – i luoghi che abitano e gli individui con cui interagiscono (il padre dell’uomo malato, l’amico estraniato del ragazzo, riluttante a seguirlo sulla china autodistruttiva da lui imboccata) definiscono il dramma e preparano il terreno all’orrore. L’incidente è un trigger per la famiglia di Thomas, verosimilmente uno dei tanti di una città il cui volto scivola sempre più verso la consapevole distopia.

Tre fasi, un’idea forte

Piove, Fabrizio Rongione in una inquietante sequenza del film
Piove, Fabrizio Rongione in una inquietante sequenza del film di Paolo Strippoli

Scandito da tre fasi (Evaporazione, Condensazione e Precipitazione) legate all’idea che sottende il racconto più che al suo effettivo svolgimento, aperto da un prologo teatrale che vuole rimarcare l’universalità – e la trans-storicità – del male, Piove mostra un’altra delle vie possibili a quella “rinascita del cinema di genere” di cui forse, nel 2022, sarebbe opportuno smettere di parlare. Il film di Paolo Strippoli – inserendosi in una scena nostrana vitale e variegata, pur se qualitativamente altalenante – sembra infatti (ri)aprire vie possibili, per il cinema italiano tout court, che sarebbe limitante legare a un singolo filone cinematografico. Il suo pregio maggiore, nell’eleganza della sua messa in scena, e nella capacità di donare l’espressività dolente dei suoi personaggi agli stessi ambienti, sta nel voler conferire una sostanza nuova – e tutta personale – al “genere”, senza tuttavia negarne le premesse o stravolgerne l’impianto; anzi, le scelte narrative adottate, nonché molte soluzioni di regia e iconografiche del film, paiono proprio voler rimarcare quella capacità spesso negata dell’horror (propriamente detto) di parlare della contemporaneità. In questo senso, quindi, poco importa che il lungo flashback della fase finale finisca per spezzare un po’ il ritmo, o che un pubblico artificialmente separato tra amanti dell’”autorialità” e del cinema popolare possa restare spiazzato di fronte alla scelta del film di oscillare – anche spregiudicatamente – tra le due polarità; nella sua atipicità – e anche nel suo carattere sanamente provocatorio – Piove resta un film da sostenere. Anche in virtù di quel divieto che rischia di azzopparne le potenzialità commerciali.

Piove, la locandina del film
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Scheda

Titolo originale: Piove
Regia: Paolo Strippoli
Paese/anno: Italia, Belgio / 2022
Durata: 95’
Genere: Horror, Thriller
Cast: Pietro Bontempo, Ottavia Pacitto, Andrea Ottavi, Leon de la Vallée, Cristiana Dell'Anna, Ondina Quadri, Elena Di Cioccio, Aurora Menenti, Giulia Pacitto, Carmen Pommella, Daniele Mariani, Fabrizio Rongione, Francesca Della Ragione, Francesco Gheghi, Francesco Russo, Nicolò Galasso, Orso Maria Guerrini
Sceneggiatura: Gustavo Hernández, Paolo Strippoli
Fotografia: Cristiano Di Nicola
Montaggio: Marco Spoletini
Musiche: Raf Keunen
Produttore: Mattia Oddone, Joseph Rouschop, Marina Alessandra Marzotto
Casa di Produzione: Gapbusters, Polifemo, Shelter Prod, Propaganda Italia
Distribuzione: Fandango

Data di uscita: 09/11/2022

Trailer

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Marco Minniti
Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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