FOG

FOG
di John Carpenter


Horror che segue di due anni il fortunato Halloween – La notte delle streghe, Fog prefigura molti dei temi del John Carpenter che verrà – dalla pervasività del male alla sua capacità di minare le basi di una comunità umana – mantenendo un appeal visivo capace di fare scuola ancora 40 anni dopo la sua uscita.

La nebbia che svela

Due anni dopo l’inaspettato successo di Halloween – La notte delle streghe (1978), e dopo la breve trasferta televisiva contrassegnata da Pericolo in agguato (1978) e Elvis – Il re del rock (1979), John Carpenter torna con Fog a dirigere un’opera destinata al grande schermo. Un nuovo horror, nella fattispecie, dalla fattura apparentemente classica: un genere che il regista aveva finora affrontato direttamente solo nel film precedente, ma che era già presente nelle pieghe della sua (breve) filmografia pregressa, dal fondo funereo – nascosto sotto la patina giocosa e parodistica – di Dark Star (1974) alle atmosfere metropolitane lugubri e agli oscuri teppisti senza volto di Distretto 13 – Le brigate della morte (1976). In Fog, Carpenter può contare su un budget nettamente superiore a quello di Halloween – circa un milione e mezzo di dollari – e su un cast in cui, insieme ad amici, conoscenti e presenze dei film precedenti (l’allora compagna Adrienne Barbeau, la scream queen in ascesa Jamie Lee Curtis) si andava ad aggiungere qualche nome di peso – la madre della Curtis, Janet Leigh, il caratterista Hal Holbrook.

L’incipit di Fog, con la storia di fantasmi narrata da John Houseman a un gruppo di bambini radunati attorno a un falò, è l’introduzione perfetta per un’opera che vuole essere favola oscura, racconto della mezzanotte in forma di immagini, ma anche e soprattutto parabola/monito in cui un’intera comunità svela (e sconta) le sue colpe, i suoi fantasmi secolari tornati – letteralmente – a riscuotere il loro tributo di sangue. Antonio Bay, prospera cittadina costiera, sta per celebrare i suoi cento anni di vita, ma la sua fondazione è frutto del sangue di innocenti: una colonia di lebbrosi attirati con l’inganno verso un fuoco di bivacco, fatti colare a picco con la propria nave contro gli scogli e depredati dell’oro che portavano con sé. Sei furono i cospiratori che ingannarono i naufraghi, guidati da quel padre Malone che era l’antenato del prete locale, e il cui diario, dissepolto dalle fondamenta della vecchia chiesa, svela l’orribile misfatto; sei sono le vittime pretese ora come tributo dagli spettri di quegli sventurati, accompagnati dalla stessa nebbia che allora celò l’inganno di cui furono vittime.

Come in Halloween, Carpenter esplora in Fog la minaccia senza volto, esterna e (apparentemente) aliena che porta l’orrore in una piccola comunità, sconvolgendone per sempre gli equilibri e squarciando il velo di ipocrisia che la avvolge. Se nel film precedente il Male andava a colpire proprio in quella notte catartica in cui la cittadina metteva in piazza i suoi fantasmi, per poter rassicurare sé stessa sul loro carattere fittizio – ed esorcizzare la reale presenza di un mostro cresciuto nel suo grembo – qui l’orrore arriva dal passato e dalle stesse fondamenta (marce) della comunità: i fantasmi che invadono Antonio Bay vengono dal mare, ma il Male che essi personificano ha radici nella stessa fondazione della cittadina, ha infettato la sua vita fin dalla sua nascita, si è sovrapposto alla sua stessa esistenza aspettando pazientemente il momento in cui richiedere il suo tributo. La nebbia che ha celato col suo velo l’orrenda fine di Blake e dei suoi compagni torna ora ad annunciarne la vendetta: ma è una nebbia luminosa, che stavolta svela anziché nascondere, annuncia l’orrore e la sua capacità di penetrare ovunque, abbattendo qualsiasi difesa.

Fa una certa impressione guardare oggi un film come Fog, e leggere le parole pronunciate all’epoca dal suo regista; Carpenter dichiarò di essere rimasto molto deluso dal primo montaggio del film, e di averne rigirato una buona parte per rendere la storia “più comprensibile e più spaventosa”. Fa impressione perché quest’opera, quarant’anni dopo, non solo regge benissimo alla prova del tempo, ma mostra altresì una compattezza e un ritmo tali da far invidia a molti prodotti contemporanei. La narrazione è sì frammentata in più subplot, ma mai disarmonica, e risulta capace di organizzarsi e ricomporsi in un climax il cui esito finale ha i crismi dell’inesorabilità. L’idea degli orrori che fuoriescono dalla nebbia – nella sua assoluta semplicità – è capace ancora oggi di colpire nel segno, specie per l’uso antinaturalistico delle luci, e per quei campi lunghi e lunghissimi in cui il propagarsi della coltre dà un’idea diretta della pervasività della minaccia. L’ottima fotografia, e l’uso del formato anamorfico (così inusuale per una produzione dell’epoca a basso budget) donano al film un impatto visivo notevole, unito al commento musicale dello stesso regista, sicuramente tra le sue composizioni più riuscite.

C’è tanto del Carpenter che verrà, in Fog, c’è il pessimismo del regista verso gli uomini e la loro capacità di redimersi dalle loro malefatte, c’è l’orrore che cresce contaminando le basi (sociali, giuridiche, familiari) di un’intera comunità, c’è la trasparente metafora sulla nascita degli stessi Stati Uniti d’America, edificati sul sangue dei nativi e sulla deliberata predazione delle loro risorse. Temi che torneranno in tutta la filmografia del regista, con una capacità che farà scuola di unire il genere – e l’intrattenimento del tipo più viscerale e immediato – all’esplorazione sempre attenta della contemporaneità e delle sue degenerazioni. Un cinema di cui oggi, più che mai, si sente l’assoluta mancanza.

Fog poster locandina

Titolo originale: The Fog
Regia: John Carpenter
Paese/anno: Stati Uniti / 1980
Durata: 89’
Genere: Horror
Cast: Adrienne Barbeau, Bill Taylor, Charles Cyphers, Charles Nicklin, Christopher Cundey, Darrow Igus, Darwin Joston, Don Ramey Logan, Fred Franklyn, George 'Buck' Flower, Hal Holbrook, James Canning, Jamie Lee Curtis, Janet Leigh, Jim Haynie, Jim Jacobus, John Carpenter, John F. Goff, John Houseman, John Vick, Lee Socks, Lindsey Arent, Nancy Kyes, Regina Waldon, Ric Moreno, Rob Bottin, Shari Jacoby, Tom Atkins, Tommy Lee Wallace, Ty Mitchell
Sceneggiatura: Debra Hill, John Carpenter
Fotografia: Dean Cundey
Montaggio: Charles Bornstein, Tommy Lee Wallace
Musiche: John Carpenter
Produttore: Barry Bernardi, Debra Hill, Pegi Brotman
Casa di Produzione: AVCO Embassy Pictures, Debra Hill Productions, EDI
Distribuzione: Cineriz

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Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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