Cillian Murphy

Nato il 25 maggio 1976 a Douglas, nei pressi di Cork, in Irlanda, figlio di Brendan Murphy, funzionario del Dipartimento dell’Istruzione irlandese, e di una madre insegnante di francese, Cillian Murphy cresce in una famiglia di solida tradizione educativa, lontanissima dal mondo dello spettacolo. La prima vocazione non è il teatro ma la musica: prima di intraprendere la carriera d’attore è il cantante, pianista e cantautore di un gruppo rock chiamato The Sons of Mr. Green Genes, e la possibilità di un contratto discografico è concreta prima che Murphy decida di non firmare. Si iscrive a giurisprudenza all’University College Cork ma abbandona dopo circa un anno: due rinunce consecutive — la musica, il diritto — che convergono verso l’unica direzione che non aveva ancora provato. Ottiene un’audizione alla Corcadorca Theatre Company grazie alla propria insistenza nei confronti di Pat Kiernan, e nel settembre 1996 debutta come attore professionista sul palcoscenico, interpretando un volubile adolescente di Cork in Disco Pigs di Enda Walsh: un testo furioso e fisico, scritto da un drammaturgo allora sconosciuto, che diventa un evento teatrale di prima grandezza. Walsh ha ricordato l’incontro con Murphy affermando: “C’era qualcosa in lui: era incredibilmente enigmatico, entrava in una stanza con una presenza autentica, e ti veniva da dire: ‘Mio Dio'”.
Lo spettacolo, inizialmente previsto per poche settimane al Triskel Arts Centre di Cork, diventa un grande successo e dà il via a una tournée mondiale di diciotto mesi attraverso Europa, Australia e Nord America: un esordio che non assomiglia a nessun percorso convenzionale. Murphy riprende il ruolo nell’adattamento cinematografico di Disco Pigs (2001), mentre nel mezzo accumula piccoli ruoli — tra cui The Tale of Sweety Barrett (1998), accanto all’amico Brendan Gleeson, e The Trench – La trincea (1999), con un giovane Daniel Craig in ascesa — prima che arrivi il film che cambia tutto.
28 giorni dopo (2002) di Danny Boyle — storia di un uomo che si sveglia dal coma in un’Inghilterra devastata da un virus letale — porta Murphy alla ribalta internazionale in un ruolo da protagonista assoluto: Jim, ordinario e spaesato, che attraversa una Londra deserta con una presenza scenica che la critica anglosassone riconosce immediatamente come qualcosa di nuovo. Il film è un successo inaspettato e rivela in Murphy una qualità rara: la capacità di portare una fisicità ordinaria in situazioni straordinarie senza mai perdere la credibilità del personaggio. Seguono Intermission (2003), commedia corale irlandese diretta da John Crowley, e poi il primo incontro con Christopher Nolan. Il suo accento americano all’audizione per Batman Begins (2005) è così convincente che i casting director non si accorgono che fosse irlandese: ottiene il ruolo dello Spaventapasseri — Dr. Jonathan Crane, villain del film — e inizia una delle collaborazioni più lunghe e fruttuose nella storia del cinema contemporaneo tra un attore e un regista.
La ragazza con l’orecchino di perla (2003), Red Eye (2005) e soprattutto Breakfast on Pluto (2005) di Neil Jordan — in cui interpreta Kitten, una giovane irlandese transgender alla ricerca della propria madre — ampliano rapidamente il registro: il ruolo gli vale la prima nomination al Golden Globe come miglior attore in un film commedia o musicale, e rivela una disponibilità al travestimento e all’eccentricità che coesiste naturalmente con la sua predisposizione per i personaggi chiusi e minacciosi. Il vento che accarezza l’erba (2006) di Ken Loach — Palma d’oro a Cannes — lo inserisce nel cinema politico europeo di prima grandezza, con un personaggio di fervore ideologico e tragica integrità che è tra i suoi lavori meno citati e più significativi. Sunshine (2007), ancora con Boyle, è un film di fantascienza sull’equipaggio di un’astronave incaricata di riaccendere il sole morente, accolto con reazioni miste ma con un seguito di culto crescente.
Il sodalizio con Nolan si approfondisce con Inception (2010) — in cui è Robert Fischer, il giovane erede miliardario che Leonardo DiCaprio e il suo team tentano di infiltrare nei sogni — e con Dunkirk (2017), in cui il suo soldato anonimo e in stato di shock emerge da ogni inquadratura con una intensità che occupa più spazio della propria presenza fisica. Ma è la televisione a costruire, tra il 2013 e il 2022, la dimensione più popolare della sua carriera. Peaky Blinders — sei stagioni BBC sulla famiglia criminale Shelby nella Birmingham del primo dopoguerra — trasforma Thomas Shelby in uno dei personaggi più iconici nella storia della serialità britannica: Murphy ha dichiarato di amare le zone oscure, strane, imprevedibili della psicologia dei personaggi, quelle in cui nulla sembra semplice, e Shelby è il distillato di quella preferenza. Il personaggio — freddo, strategico, devastato da un trauma di guerra che non si risolve mai del tutto — è costruito con una parsimonia espressiva che amplifica ogni gesto: uno sguardo vale un monologo, una pausa vale una confessione.
Il lavoro più impegnativo della carriera di Cillian Murphy arriva nel 2023. Per interpretare J. Robert Oppenheimer in Oppenheimer di Christopher Nolan — il fisico teorico che guidò il Progetto Manhattan e poi divenne il simbolo dell’ambiguità morale dell’era nucleare — Murphy si prepara con un’intensità che i colleghi di set descrivono con stupore. “Dovevo perdere molto peso: Oppenheimer era magrissimo, quasi emaciato, viveva di martini e sigarette”, ha dichiarato Murphy, aggiungendo che la trasformazione fisica richiedeva di lavorare su silhouette ed espressioni prima di girare un solo fotogramma. Matt Damon ha ricordato che il cast lo invitava a cena ogni sera e lui non si presentava mai; Emily Blunt ha scherzato dicendo che mangiasse “circa una mandorla la sera”. Il risultato è un’interpretazione di straordinaria concentrazione, in cui la fisicità del personaggio — quei grandi occhi chiari, quel corpo consumato — diventa il veicolo di una crisi morale che Murphy porta sullo schermo senza mai cadere nell’illustrazione. Il film gli vale il BAFTA, il Golden Globe e l’Oscar come miglior attore protagonista nel 2024: un riconoscimento unanime che nessun commentatore trova eccessivo.
Parallelamente al percorso da attore, Murphy sviluppa una dimensione produttiva in crescita. Piccole cose come queste (2024) — adattamento del romanzo di Claire Keegan su un uomo di provincia irlandese degli anni Ottanta che scopre le pratiche criminali di un convento locale — è il primo film prodotto dalla sua società Big Things Films, co-fondata con il produttore Alan Maloney e finanziata da Artists Equity di Matt Damon e Ben Affleck, cui Murphy aveva proposto il progetto direttamente sul set di Oppenheimer: un gesto che dice qualcosa sulla fiducia reciproca che quel set aveva generato. Nel 2025 produce Steve, film sul preside di un istituto di rieducazione minorile, e firma come produttore esecutivo il sequel 28 anni dopo di Danny Boyle, chiudendo simbolicamente un cerchio aperto vent’anni prima. Nel marzo 2026 esce Peaky Blinders: The Immortal Man, film cinematografico che chiude definitivamente la saga di Thomas Shelby collocandolo nella Seconda Guerra Mondiale, con Murphy anche in veste di produttore: l’ennesima conferma di un’autonomia creativa che va consolidandosi con la stessa lentezza deliberata con cui costruisce ogni personaggio.
Cillian Murphy ha detto che la prima volta in cui ha sentito quella qualità di energia che insegue ancora oggi è stata con la musica, poi sul palcoscenico con Disco Pigs: “Non accade sempre, e ci sono serate piatte e non buone. Ma è per questo che si continua: per inseguire quel momento di trascendenza”. È una dichiarazione che illumina meglio di qualunque analisi critica il tipo di attore che è — uno che non considera i premi il punto d’arrivo, e che torna al teatro, all’Irlanda, ai testi di Enda Walsh ogni volta che il cinema commerciale rischia di fargli dimenticare da dove viene.
