Leonardo DiCaprio

Una foto dell'attore Leonardo DiCaprio

Nato l’11 novembre 1974 a Los Angeles, California, Leonardo Wilhelm DiCaprio cresce in un contesto familiare tutt’altro che convenzionale: il padre George è un distributore di fumetti underground e scrittore, la madre Irmelin una segretaria legale di origini tedesche e russe, entrambi separati quando Leonardo ha un anno. Cresce nel quartiere di Los Feliz, a Los Angeles, e comincia ad apparire in spot pubblicitari da bambino prima di ottenere ruoli ricorrenti in serie televisive agli inizi degli anni Novanta, tra cui la sitcom Genitori in blue jeans, in cui interpreta un ragazzo senzatetto accolto dalla famiglia protagonista. È la strada più rapida verso il cinema, e DiCaprio la percorre senza esitazioni.

Dopo il primo ruolo da protagonista nell’horror direct-to-video Critters 3 (1991), il salto al grande schermo avviene nel 1993 con Buon compleanno Mr. Grape di Lasse Hallström: qui interpreta Arnie, il fratello minore con disabilità cognitiva del protagonista Johnny Depp. A diciannove anni ottiene la prima nomination all’Oscar e al Golden Globe come miglior attore non protagonista, diventando il settimo attore più giovane nella storia della categoria: un esordio che stabilisce immediatamente la cifra della sua carriera, quella del giovane capace di abitare personaggi psicologicamente complessi senza mai ridurli a performance di superficie. Nello stesso anno recita accanto a Robert De Niro in Voglia di ricominciare di Michael Caton-Jones: è De Niro in persona a sceglierlo per il ruolo, un riconoscimento generazionale che non passa inosservato. La reputazione da attore serio è già solidissima quando, nel 1995, Ritorno dal nulla di Scott Kalvert e nel 1996 il Romeo + Giulietta di Baz Luhrmann lo consacrano come teen idol globale — una condizione che DiCaprio accetterà con profonda ambivalenza per tutta la vita.

La consacrazione planetaria arriva con Titanic di James Cameron (1997). DiCaprio aveva avuto la possibilità di interpretare Dirk Diggler in Boogie Nights di Paul Thomas Anderson, ma onorò il precedente accordo con Cameron: una scelta che cambia la storia della sua carriera e, a lungo termine, del cinema americano. Il film diventa il più alto incasso di tutti i tempi fino ad allora, e DiCaprio si ritrova in una posizione scomoda: troppo famoso per tornare al cinema indipendente, troppo identificato con il romanticismo da copertina per essere creduto come attore drammatico serio. Gli anni immediatamente successivi sono un periodo difficile: La maschera di ferro (1998) e The Beach (2000) si rivelano delusioni tanto commerciali quanto artistiche, e DiCaprio risponde nel modo più intelligente possibile: sparendo temporaneamente dai radar del blockbuster per calibrare il passo successivo.

Il rilancio avviene nel 2002 su due fronti simultanei. Con Prova a prendermi di Steven Spielberg interpreta il truffatore Frank Abagnale Jr., accanto a Tom Hanks: un ruolo che richiede esattamente quella leggerezza e quella capacità di trasformismo che il pubblico non si aspettava da lui. Ma è Gangs of New York di Martin Scorsese, uscito nello stesso anno, a segnare il punto di svolta decisivo. È il primo di una serie di collaborazioni tra DiCaprio e Scorsese, e per il regista si rivela fondamentale: aveva difficoltà a trovare finanziamenti per il progetto finché DiCaprio non si unì al cast. Il sodalizio che nasce da quel film è destinato a diventare uno dei più fecondi nella storia del cinema americano, con DiCaprio che prende il posto che De Niro aveva occupato per vent’anni nell’immaginario del regista. Seguono The Aviator (2004), in cui interpreta Howard Hughes in una delle sue prove più tecnicamente impegnative, vincendo il Golden Globe ma perdendo l’Oscar; The Departed – Il bene e il male (2006), thriller poliziesco in cui è un agente sotto copertura nel crimine organizzato di Boston — uno dei film in cui DiCaprio dimostra la capacità di reggere il confronto con un ensemble di attori tra i più formidabili della sua generazione; Shutter Island (2010); e The Wolf of Wall Street (2013), in cui porta il broker Jordan Belfort a un grado di eccesso e amoralità che richiede un controllo fisico e comico del tutto nuovo nel suo repertorio.

Nel mezzo di questa stagione scorsesiana, DiCaprio accumula collaborazioni con i registi più importanti della sua generazione. The Departed si sovrappone a Blood Diamond – Diamanti di sangue (2006) di Edward Zwick, per cui ottiene un’ulteriore nomination all’Oscar. Revolutionary Road (2008) di Sam Mendes lo riporta accanto a Kate Winslet in un film che usa la coppia di Titanic per raccontare l’esatto contrario di quella storia: non l’amore romantico trionfante ma la sua erosione quotidiana nel conformismo suburbano americano degli anni Cinquanta. Con Inception (2010) di Christopher Nolan entra in una delle produzioni più complesse e ambiziose del cinema commerciale del decennio. Django Unchained (2012) di Quentin Tarantino gli offre il primo ruolo da villain della sua carriera — il plantation owner Calvin Candie, crudele ed elegante — con risultati che stupiscono chi pensava di averlo già visto in tutto. Il grande Gatsby (2013) di Baz Luhrmann è il secondo incontro con il regista australiano, meno riuscito del primo ma capace di sfruttare il bagaglio iconografico di DiCaprio come nessun altro ruolo avrebbe potuto fare.

Con Revenant – Redivivo (2015) di Alejandro González Iñárritu, DiCaprio vince finalmente l’Oscar come miglior attore protagonista — il primo di una carriera straordinariamente riconosciuta dalla critica ma a lungo trascurata dall’Academy, in una delle traiettorie di candidature-senza-vittoria più dibattute della storia recente dei premi. Il film — girato in condizioni di produzione estreme, tra ghiacciai canadesi e foreste artiche — richiede un’interpretazione quasi interamente fisica, e DiCaprio risponde con un’intensità che silenzia qualunque residua ironia sul tema. Complessivamente la sua carriera conta sei nomination all’Oscar come miglior attore protagonista, a cui si aggiunge quella da non protagonista per Buon compleanno Mr. Grape: sette candidature in trent’anni, un record che poche carriere nel cinema contemporaneo possono avvicinare. C’era una volta a… Hollywood (2019) di Tarantino lo riporta nel periodo della sua infanzia losangelina, in un film in cui la nostalgia e la riscrittura della storia si intrecciano con una leggerezza che DiCaprio esplora con visibile piacere. Killers of the Flower Moon (2023) di Scorsese è il sesto film insieme — il settimo è in preparazione, con Jennifer Lawrence — e porta il loro sodalizio nel territorio della tragedia storica e della complicità come condizione morale: DiCaprio interpreta Ernest Burkhart, marito compiacente e partecipe dello sterminio sistematico della nazione Osage, in un ruolo che richiede di incarnare la mediocrità del male senza nessuna delle esaltazioni che i suoi personaggi precedenti concedevano.

Nel 2025 arriva Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson, l’occasione che DiCaprio inseguiva da trent’anni: aveva rinunciato a Boogie Nights per Titanic, e non aveva più incrociato Anderson fino a quando non arrivò la sceneggiatura di questo adattamento libero del romanzo Vineland di Thomas Pynchon. Il film — satira politica, commedia nera e action thriller insieme — lo vede nel ruolo di un ex rivoluzionario andato in clandestinità, costretto a riemergere quando la figlia scompare. Il film ottiene tredici nomination agli Oscar, tra cui quella per DiCaprio come miglior attore protagonista; ne vince infine sei, tra cui miglior film, miglior regia e migliore sceneggiatura non originale. Il coronamento, questo, di una stagione in cui DiCaprio ha trasformato la propria immagine pubblica — il sex symbol di Titanic, la star più pagata di Hollywood — in qualcosa di più difficile da etichettare e più difficile da dimenticare.

Parallelamente alla carriera d’attore, Leonardo DiCaprio ha costruito nel tempo una delle presenze più visibili nell’attivismo ambientale hollywoodiano: attore, produttore e attivista ambientale, ha fondato la Leonardo DiCaprio Foundation nel 1998 e ha finanziato negli anni decine di progetti di conservazione e ricerca climatica, portando queste battaglie davanti alle Nazioni Unite con discorsi che hanno avuto una risonanza mediatica rara per un personaggio del suo settore. È una dimensione che complica l’immagine pubblica e che DiCaprio non ha mai cercato di separare da quella professionale: come se la stessa urgenza che mette nel scegliere i propri registi — sempre i migliori disponibili, in qualunque momento della propria carriera — la riversasse anche nelle cause in cui crede, con una coerenza che, nel cinema come fuori, è probabilmente la sua qualità più rara.