DON’T LOOK UP

DON’T LOOK UP

Commedia satirica a tema fantascientifico, ritratto al vetriolo del rapporto tra informazione social e politica, Don’t Look Up intrattiene con spirito sanamente eversivo: Adam McKay valorizza bene il suo cast di all-stars, richiamando il riso sardonico sullo sfondo di un’apocalisse imminente. Su Netflix dal 24 dicembre.

It's the End of the World as We Know It

Già da tempo a suo agio nei territori della commedia satirica, capace di intrattenere guardando con occhio tutt’altro che benevolo la politica e l’informazione statunitensi, Adam McKay prosegue il suo personale percorso dietro la macchina da presa con questo Don’t Look Up. Un titolo, quello dell’ultimo film di McKay, che laddove sembra originarsi in modo piuttosto ovvio dal tema del film (un asteroide in procinto di schiantarsi sulla Terra, con la disperata, tragicomica lotta di due scienziati per avvisare il mondo del pericolo imminente) ha in realtà una valenza più specificamente comunicativa e sociologica, come si scoprirà più avanti nel film: una valenza legata ai meccanismi dell’informazione – e in particolare di quella, ormai dominante, dei social network – e alla sua capacità di generare polarizzazione anche laddove questa non avrebbe ragione di esistere. Di nuovo, il regista ed ex comico americano, ormai stabilmente dietro la macchina da presa, sceglie di costruire una satira sociale e di costume che è anche e soprattutto politica: lo fa descrivendo l’incredibile odissea a cui sono costretti il professore di astronomia Randall Mindy (un quasi irriconoscibile Leonardo DiCaprio) e la sua dottoranda Kate Dibiasky (col volto di Jennifer Lawrence) per ottenere l’attenzione istituzionale e mediatica per la loro terribile scoperta, laddove tutti i meccanismi dell’informazione – anche di quella di più vitale importanza – sono legati alle convenienze dei potentati economici e di quelli politici.

Consonanze pandemiche

Don’t Look Up (2021) recensione

Pur considerando che la sceneggiatura di Don’t Look Up è stata scritta in epoca pre-Covid, è difficile non ravvisare nel film di Adam McKay evidenti consonanze con la situazione che il mondo, da ormai due anni, sta vivendo a causa della pandemia: consonanze che si esprimono soprattutto nel modo in cui il calderone mediatico contemporaneo – con l’incessante flusso di informazioni, messaggi, news real e fake a cui ormai i nostri cervelli sono sottoposti 24 ore su 24 – tratta un argomento che dovrebbe riguardare in primis la salute e la sicurezza della popolazione mondiale. La minaccia dell’asteroide killer, così come quella del virus che ancora sta tenendo in ansia il mondo, è cinicamente data in pasto a un flusso social illusoriamente democratico, in cui i dati di fatto si confondono con le opinioni, la realtà è continuamente decostruita e oggetto di qualsiasi (im)possibile interpretazione, e l’osservazione oggettiva dei fatti viene trattata alla stregua di un qualsiasi punto di vista. Anche laddove la minaccia già paventata dai due scienziati appare infine nel cielo, in tutta la sua oggettività, l’opinione pubblica si divide incredibilmente tra coloro che scelgono di alzare gli occhi a guardarla e coloro che invece rifiutano di farlo; l’evidenza fattuale della realtà viene ridotta a scelta politica, a sua volta soggiacente a predominanti logiche economiche (quelle dell’impero dell’industriale/utopista Peter Isherwell). Le analogie col modo in cui la politica americana, in particolare quella dell’era Trump, ha inizialmente trattato il tema della pandemia (arrivando a un passo dal negazionismo) sono evidentissime.

Tutto è politico

Don’t Look Up (2021) recensione

La narrazione di Don’t Look Up fin da subito evidenzia la distanza tra l’immagine mediatica (inevitabilmente grottesca) che i due protagonisti proiettano quando tentano di portare il loro allarme all’opinione pubblica, e il loro reale spessore umano e professionale: in un magma comunicativo in cui ormai le logiche dei vecchi media – in primis quelle dell’informazione televisiva – si sono saldate col tribunale popolare (e populista) dei social, qualsiasi news appare irrimediabilmente come fake, i titoli di studio e le competenze di chi comunica non vengono neanche considerati, e il sospetto del complottismo (così come quello di una nascosta contiguità col potere) è ormai un mantra che coinvolge indifferentemente tutti, a prescindere dal contenuto del messaggio. La fragilità del professore interpretato da DiCaprio, con le sue nevrosi e le sue crisi ansiose, trova speculare corrispondenza nell’urgenza comunicativa senza filtri, scambiata per disturbo mentale, della sua collega col volto di Jennifer Lawrence: fin quando il potere politico non li appoggia, i due sono trattati dall’opinione pubblica alla stregua di pittoreschi teorici del complotto. Solo quando l’apparato della Casa Bianca, incarnato dalla cinica presidente col volto di Meryl Streep (e dal di lei figlio, uno spaesato e divertente Jonah Hill) decide infine di appoggiarli a seguito di un preciso calcolo politico, i due iniziano a essere visti diversamente dal pubblico: ma ancora una volta, con le sue lusinghe – anche di natura sessuale – il potere saprà corrompere lo spirito indipendente di una delle due figure, emarginando spietatamente l’altra.

Un cast “stellare”

Don’t Look Up (2021) recensione

Arguto e sostanzialmente privo di sbavature nella sceneggiatura (se si eccettua, forse, qualche passaggio eccessivamente affrettato nella seconda parte), Don’t Look Up si giova anche di un cast all-star, per una volta tutto al servizio del racconto: ai nomi già citati, si aggiungono quelli di Rob Morgan nel ruolo di un improbabile e simpatico scienziato della NASA, di Mark Rylance nei panni del già citato magnate industriale Isherwell (con un personaggio per certi versi vicino, eppure diametralmente opposto per la “simpatia” che ispira, a quello interpretato dall’attore in Ready Player One), di Ron Perlman a impersonare un generale ultrareazionario e sopra le righe, di Cate Blanchett nei panni di una cinica conduttrice televisiva, e di Timothée Chalamet in quelli di un giovane junkie che rivela un inaspettato spessore umano. Il tono del film, dapprima improntato alla commedia satirica e a un approccio sopra le righe al racconto con uno stretto contatto con la realtà, si apre al dramma nell’ultima parte, ad alto contenuto emozionale senza perdere lucidità e carica (sanamente) eversiva. Divertenti (anche se in fondo superflue, per quello che il film era già stato capace di dire) risultano le due scene mid-credits e post-credits: riuscita e centrata in special modo la prima, che demolisce con sana cattiveria il sogno utopico e plasticosamente new age dell’appena menzionato industriale interpretato da Rylance.

Don’t Look Up (2021) poster locandina

Scheda

Titolo originale: Don't Look Up
Regia: Adam McKay
Paese/anno: Stati Uniti / 2021
Durata: 143’
Genere: Commedia, Drammatico, Fantascienza
Cast: Ariana Grande, Cate Blanchett, Himesh Patel, Jack Alberts, Jennifer Lawrence, Jonah Hill, Kid Cudi, Leonardo DiCaprio, Mark Rylance, Melanie Lynskey, Meryl Streep, Michael Chiklis, Paul Guilfoyle, Rob Morgan, Robert Joy, Ron Perlman, Timothée Chalamet, Tomer Sisley, Tyler Perry
Sceneggiatura: Adam McKay
Fotografia: Linus Sandgren
Montaggio: Hank Corwin
Musiche: Nicholas Britell
Produttore: Adam McKay, Cate Hardman, David Sirota, Jennifer Madeloff, Kevin J. Messick, Ron Suskind, Staci Roberts Steele, Tony Grazia
Casa di Produzione: Bluegrass Films, Hyperobject Industries
Distribuzione: Lucky Red, Netflix

Data di uscita: 24/12/2021

Trailer

Marco Minniti
Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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