Ridley Scott

Una foto del regista Ridley Scott

Nato il 30 novembre 1937 a South Shields, nel Tyne and Wear, figlio di un ufficiale degli ingegneri dell’esercito britannico, Sir Ridley Scott cresce seguendo i trasferimenti del padre attraverso il Regno Unito e l’Europa, prima di tornare nel nord-est dell’Inghilterra. Il padre lo incoraggia a sviluppare i propri talenti artistici piuttosto che seguire una carriera militare, e Scott si iscrive al West Hartlepool College of Art e poi al Royal College of Art di Londra, dove contribuisce a fondare il dipartimento di cinema. Nel 1962 entra alla BBC come scenografo in prova, frequenta un corso per aspiranti registi e ottiene il suo primo incarico registico su un episodio della popolare serie poliziesca Z Cars. Ben presto, frustrato dalle magre retribuzioni della televisione pubblica, lascia la BBC e fonda con il fratello Tony la società di produzione pubblicitaria RSA — Ridley Scott Associates — con cui girerà quasi tremila spot nell’arco di un decennio, costruendo uno stile visivo di rara precisione e raffinatezza. È la scuola che nessuna accademia cinematografica avrebbe potuto offrirgli: ogni trenta secondi di pellicola pubblicitaria diventa un esercizio di composizione dell’immagine, di atmosfera luministica, di ritmo. Come Scott stesso ha ammesso, è entrato a Hollywood a quarant’anni, quando Spielberg ne aveva diciannove e Lucas venti, portando con sé soltanto un eccellente showreel di spot televisivi.

L’esordio nel lungometraggio avviene nel 1977 con I duellanti, racconto della lunga rivalità tra due ufficiali di cavalleria durante le guerre napoleoniche. Il film conquista gran parte della critica, si aggiudica il premio speciale della giuria al Festival di Cannes — presieduta da Roberto Rossellini — e gli vale il David di Donatello, facendosi notare come debutto di assoluta maturità stilistica. Ma è con i due film successivi che Scott cambia la storia del cinema di genere. Alien (1979), thriller di fantascienza con Sigourney Weaver, e Blade Runner (1982), favola distopica tratta da un romanzo di Philip K. Dick con una visione cupa e inquinata del futuro, sono oggi unanimemente considerati tra i film più influenti del Novecento. Blade Runner in particolare — che Scott definisce il suo film più completo e personale — subisce all’uscita una distribuzione travagliata, con l’imposizione da parte degli studios di un montaggio e una voce narrante che tradiscono le intenzioni del regista: è la prima di una serie di interferenze produttive che lo segnano profondamente, e che spiega l’esistenza di almeno sette versioni diverse del film, di cui soltanto il Final Cut del 2007 riflette la sua piena volontà creativa. La recensione devastante di Pauline Kael sul New Yorker lo colpisce con tale violenza che, come ha raccontato più volte, smette definitivamente di leggere le critiche — e incornicia quelle pagine nel suo ufficio come monito permanente.

Gli anni Ottanta sono un decennio discontinuo. Legend (1985), fiaba allegorica con Tom Cruise, è un esperimento che non convince del tutto né il pubblico né la critica. La stagione di mezzo della sua carriera produce risultati alterni — Someone to Watch Over Me (1987), Black Rain (1989), 1492 – La conquista del paradiso (1992) — ma anche il lavoro più inaspettatamente personale e politico di tutta la sua filmografia: Thelma & Louise (1991), road movie al femminile che affronta con una lucidità allora rara nel cinema commerciale americano le strutture della violenza maschile e della fuga come unica risposta possibile. Il film porta a Scott la prima nomination all’Oscar per la miglior regia e innesca un dibattito culturale che va ben oltre i confini del cinema.

La seconda consacrazione — più ampia e definitiva della prima — arriva con Il gladiatore (2000). Il film, con Russell Crowe nel ruolo di un generale romano assetato di vendetta, reinventa e rivitalizza il genere del peplum praticamente dall’oggi al domani, aprendo la strada a un decennio di imitatori che tentano di replicarne lo stesso approccio epico alla storia. Il film vince l’Oscar come miglior film e vale a Scott la seconda nomination alla regia. L’anno successivo, Black Hawk Down (2001) gli frutta la terza nomination all’Oscar per la regia: due candidature consecutive, un record che conferma la sua centralità nella Hollywood del nuovo millennio. Segue la mancata regia di Gangs of New York, Kingdom of Heaven (2005) — altro film segnato da un conflitto con gli studios sulla durata e sul montaggio, e anch’esso rivalutato nella versione del director’s cut — e American Gangster (2007), solido affresco criminale con Denzel Washington e Russell Crowe.

Negli anni Dieci Scott torna alla fantascienza con Prometheus (2012) e Alien: Covenant (2017), prequel della saga che aveva contribuito a fondare, con esiti critici dibattuti ma con una coerenza tematica — l’origine della vita, il rapporto tra creatore e creatura — che rivela quanto quelle ossessioni siano rimaste vive. Nel mezzo, The Martian (2015), commedia di sopravvivenza spaziale con Matt Damon, è il suo maggiore successo critico e commerciale degli ultimi anni, nominato all’Oscar come miglior film. Gli anni Venti portano The Last Duel (2021), ricostruzione di un processo medievale per stupro scritta con Ben Affleck e Matt Damon, e House of Gucci (2021), melodramma criminale sulla famiglia Gucci con Lady Gaga, due film che pur nella diversità testimoniano la sua irriducibile curiosità per la storia come spazio drammatico. Napoleon (2023), con Joaquin Phoenix, è un ritorno al periodo della cui storia militare Scott aveva esplorato le prime fiammate con I duellanti quasi mezzo secolo prima.

Nel novembre 2024, all’età di ottantasette anni, esce Il gladiatore II, un sequel che la critica accoglie come il suo miglior film da anni. Come ha osservato The Guardian, Martin Scorsese ha cinque anni meno di Scott, eppure mentre Scorsese riflette spesso sulla mortalità nelle interviste, Scott le riempie di frecce ai francesi e di aneddoti sui babbuini. Formatosi non nelle aule di una film school ma sui set pubblicitari e nei corridoi della BBC, Scott è il caso probabilmente unico di un regista che ha raggiunto il cinema industriale tardi e lo ha trasformato in uno spazio personale attraverso la sola forza di uno stile visivo riconoscibile tra mille — quella luce nebbiosa e densa, quella composizione quasi pittorica dell’inquadratura che porta ancora impressa, dopo quasi cinquant’anni di mestiere, la firma inconfondibile del suo sguardo.