LA MIA VITA CON JOHN F. DONOVAN

LA MIA VITA CON JOHN F. DONOVAN
di Xavier Dolan


Dopo oltre un anno di invisibilità, seguita ai poco lusinghieri giudizi rimbalzati dalla première a Toronto, La mia vita con John F. Donovan approda in sala: un melodramma pretenzioso e poco centrato, incidente di percorso che speriamo resti tale per la carriera del talentuoso Xavier Dolan.

La penna che (non) unisce

Si è parlato molto dell’infausto destino distributivo, dovuto principalmente alle stroncature in occasione della sua unica presentazione al Toronto International Film Festival, di questo La mia vita con John F. Donovan. Il primo lavoro in lingua inglese dell’ex enfant prodige Xavier Dolan, dapprima selezionato per il Festival di Cannes 2018, poi ritirato dallo stesso regista, rimontato più volte, e infine presentato a Toronto, ha di fatto rischiato di rimanere invisibile in sala nella maggior parte dei paesi del mondo. Lo stesso Dolan, dopo la disastrosa première al festival canadese, aveva ipotizzato di tornare in cabina di montaggio per editare ulteriormente il girato, dopo che già un’interprete di un certo peso, come Jessica Chastain, era stata tagliata fuori dal film. Di fatto, slittamento dopo slittamento, il film di Dolan è uscito solo in Francia nel marzo scorso, riscuotendo risultati modesti; nel frattempo, il regista ha girato e presentato a Cannes un altro film, Matthias & Maxime, accolto da reazioni decisamente più benevole. Segno probabile che La mia vita con John F. Donovan era già stato bollato – da lui per primo – come una sorta di “incidente di percorso” cui non dedicare ulteriori energie.

Di fatto, guardando il film, si comprendono bene le ragioni delle critiche, ma anche la frustrazione del regista nel cercare in qualche modo di “aggiustare” un film che resta comunque dolaniano nei temi e nei motivi di base. Questo ormai penultimo lavoro del regista canadese – che comunque siamo felici sia emerso dall’assurdo status di film “invisibile” – tenta di portare su un piano più mainstream le tematiche care a Dolan, narrando di un rapporto di penna (di cui invero intuiamo ben poco, visto che il suo sviluppo resta praticamente tutto fuori campo) tra un ragazzino aspirante attore e una star della tv americana. Narrato in flashback, sulla traccia di un’intervista rilasciata dall’ormai adulto Rupert Turner a una mal disposta giornalista, il film ripercorre l’infanzia solitaria del ragazzino, trasferitosi forzatamente in Inghilterra con sua madre nella speranza di recuperare un rapporto col padre, il bullismo di cui è oggetto, il fanatismo per la star Donovan e l’inizio dell’improbabile corrispondenza. Parallelamente, seguiamo la vita dello stesso Donovan, i suoi difficili rapporti familiari e lavorativi, la singolare empatia che inizia a legarlo al giovane corrispondente. Fino a una morte (incidente? suicidio?) già anticipata dalla prima scena, e lasciata in una voluta vaghezza interpretativa.

È bizzarro, di fatto, come un film che ha al centro della sua trama un rapporto epistolare, non si sforzi di ricostruire e contestualizzare un minimo tale rapporto. Quello che interessa a Dolan in La mia vita con John F. Donovan, evidentemente, è altro: ci riferiamo, in particolare, al vecchio tema dei rapporti familiari (e in particolare a quello con la figura materna, motivo presente trasversalmente in tutta la sua filmografia), alle pressioni del successo che generano solitudine, all’impossibilità di vivere liberamente la propria vita affettiva e sessuale, allo star system che ruba l’individualità. Tutti motivi per niente nuovi, sicuramente molto sentiti dal regista – approdato in età giovanissima alla fama e al successo internazionali – ma altrettanto sicuramente necessitanti una scrittura meno episodica e (non troviamo termini migliori) schizofrenica. Non si riescono ad apprezzare fino in fondo le ragioni che portano lo stagionato Donovan a intraprendere una corrispondenza di penna – l’idea di snobbare l’email era anche apprezzabile, ma andava quantomeno approfondita – con uno dei tanti giovani fan; mentre della vita del ragazzino (un Jacob Tremblay che fa quel che può) ci vengono mostrati sprazzi, tra casa e scuola, dopo un trasloco transoceanico che scricchiola molto nelle sue motivazioni di base. In modo altrettanto bizzarro, il racconto del Rupert Turner adulto alla giornalista – presumibilmente corrispondente alle immagini mostrate – finisce per riguardare più la vita di Donovan che quella dello stesso personaggio.

Il tutto si configura – spiace dirlo, vista la stima che continuiamo a provare per il regista – come un pasticcio pretenzioso e poco centrato, in cui gli stilemi del cinema di Dolan vengono riproposti con mano pesante e senza una base narrativa valida. I ralenty, i fuori fuoco, le sovraesposizioni, tutto quell’armamentario di regia che nei lavori precedenti (pur coi suoi punti problematici) trovava un corrispettivo in trame melò dalla solida struttura, qui appare nient’altro che una serie di vuoti cliché. Narrativamente, il film è un susseguirsi di personaggi che entrano ed escono dalla trama (l’agente col volto di Kathy Bates), di subplot abbandonati e poi ripresi, o incollati alla linea narrativa principale alla bell’e meglio (la love story di Donovan con un suo collega), di parentesi melò che, decontestualizzate come sono, raggiungono l’unico risultato di apparire pacchiane. Una delle poche sequenze ben costruite del film – una tesa scena che coinvolge il personaggio interpretato da Kit Harrington e i suoi familiari – resta praticamente isolata, gettando per la prima volta un vero sguardo sul rapporto del protagonista con sua madre (una sprecatissima Susan Sarandon), ma lasciandone ancora una volta inesplicate le basi. Più in generale, tutto La mia vita con John F. Donovan ha l’aria di un lavoro incompiuto, che però lascia seri dubbi – vista la scarsa coerenza del materiale presentato, e la pretenziosità che emerge da molte delle sue immagini – sull’ipotesi che se ne potesse trarre qualcosa di valido. Forse, la dimensione produttiva più mainstream non ha fatto bene al cinema del regista: in questo senso, non si può che auspicare che si sia trattato davvero di un semplice incidente di percorso.

Titolo originale: The Death and Life of John F. Donovan
Regia: Xavier Dolan
Paese/anno: Canada / 2018
Durata: 127’
Genere: Drammatico
Cast: Amara Karan, Bella Thorne, Ben Schnetzer, Chris Zylka, Emily Hampshire, Jacob Tremblay, Jared Keeso, Kathy Bates, Kit Harington, Michael Gambon, Natalie Portman, Sarah Gadon, Susan Sarandon, Thandie Newton
Sceneggiatura: Jacob Tierney, Xavier Dolan
Fotografia: André Turpin
Montaggio: Mathieu Denis, Xavier Dolan
Musiche: Gabriel Yared
Produttore: Lyse Lafontaine, Michel Merkt, Nancy Grant, Xavier Dolan
Casa di Produzione: Lyla Films, Sons Of Manual, Warp Films
Distribuzione: Lucky Red

Data di uscita: 27/06/2019

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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