LA TIGRE BIANCA

LA TIGRE BIANCA
di Ramin Bahrani


Tratto dall’omonimo successo letterario di Aravind Adiga, La tigre bianca è un dramma sociale colorato di noir e con sprazzi di cinico humour, attraverso il quale il regista Ramin Bahrani esplora le caratteristiche della “nuova” società indiana e le incarna in un personaggio ben delineato, grazie anche all’ottima prova attoriale di Adarsh Gourav. Su Netflix dal 22 gennaio.

La mobilità sociale secondo Ramin Bahrani

Le co-produzioni tra i paesi occidentali e l’India finiscono spesso per concedere troppo, sul piano stilistico e rappresentativo, ai codici del cinema “classico” di Bollywood, magari mescolandone le basi con un taglio narrativo più tipicamente hollywoodiano. È stato così per il blockbuster The Milllionaire, non troppo “amorevolmente” preso di mira da questo La tigre bianca (in una scena che evitiamo di raccontare), trasposizione a firma Ramin Bahrani del romanzo omonimo del 2008 di Aravind Adiga; e il film di Bahrani, nel suo cinismo, rappresenta davvero per molti versi l’antitesi di quello di Danny Boyle, in una lettura tutta particolare del tema dell’ascesa sociale – ancora controverso nella società indiana – che si colora di noir senza perdere nulla della sua pregnanza di contenuti. Hollywood è lì dietro l’angolo, per il “nuovo” cinema indiano, così come nel film i modelli di vita occidentali (nel bene e nel male) sono a un passo dalla nuova, rampante potenza indiana.

Protagonista de La tigre bianca è Ashok, il ricco fondatore di una startup di successo, che per la prima volta svela la sua storia in una lettera indirizzata al primo ministro cinese, in visita nel paese: l’uomo rivela di essere nato in un villaggio povero del nord dell’India, di chiamarsi in realtà Balran, e di aver fatto per molto tempo l’autista per una ricca famiglia indiana. La voce fuori campo di Balran/Ashok, mentre segue la missiva inviata al capo di stato straniero, accompagna lo spettatore alla scoperta della sua vita, dall’infanzia con il prematuro (e doloroso) abbandono della scuola, all’impiego forzato nell’attività di famiglia, dalla morte del fratello alla decisione di trasferirsi nella metropoli di Delhi quando sente che la famiglia Ashok è in cerca di un autista. L’uomo riuscirà a ingraziarsi il viziato figlio del patriarca e sua moglie Pinky, cresciuta a New York, finché le angherie subite dalla famiglia, culminate in un drammatico episodio, non lo convinceranno a prendere una decisione radicale.

Fonde abilmente dramma sociale e sprazzi di commedia nera, il film di Ramin Bahrani (regista che ricordiamo già alle prese con temi sociali di una certa rilevanza nel dramma 99 Homes); specie nella prima metà del film, l’ingresso di Balran nel mondo dell’alta borghesia, la sua posizione subordinata un po’ accettata, un po’ subita, sono spesso fonte di caustico humour, con siparietti che evidenziano a più riprese l’impossibilità di un approccio “progressista” verso un rapporto di lavoro pensato e configurato come servile. Non a caso, la voce fuori campo del protagonista parla esplicitamente di servo e padrone, e usa la trasparente metafora dei polli rinchiusi nelle stie e allevati per diventare carne commestibile, rassegnati al proprio destino perché semplicemente non ne immaginano un altro. Con questa metafora efficace, anche se non proprio sottile, il film gioca a carte scoperte, descrivendo la realtà della “nuova” società indiana come una contaminazione del vecchio sistema delle caste col rampantismo occidentale, in una fusione che incarnerà le sue contraddizioni proprio nella figura del protagonista.

Oltre al già citato The Millionaire, esempio preso “per contrasto”, viene spesso in mente Parasite di Bong Joon-ho, durante la visione di La tigre bianca; e questo non perché il film di Bahrani sia in qualche modo assimilabile a quello di Bong, o perché abbia la stessa lucidità o la stessa compiutezza narrativa (entrambe le componenti sono qui a un livello non paragonabile); ma piuttosto perché c’è una sensibilità analoga nella rappresentazione del contatto tra poveri e ricchi, uno sguardo similmente (amaramente) divertito su due società che hanno assimilato il peggio dal modello occidentale capitalista, e semplicemente ne replicano le logiche predatorie e di esclusione sociale del più debole. Ma mentre la vendetta dei poveri di Parasite ha tutti i crismi del nichilismo, e dell’amara constatazione che le classi più basse finiranno per assumere abitudini e modelli di comportamento propri di chi le aveva schiacciate, ne La tigre bianca c’è un approccio decisamente (e paradossalmente) più positivo al tema, con la descrizione di un affrancamento che viene sì realizzato attraverso la cinica furbizia e l’inevitabile violenza, ma che giunge a un risultato verso cui il film, neanche troppo velatamente, simpatizza.

È caratterizzato da un montaggio rapido ed efficace – dal taglio decisamente hollywoodiano – questo La tigre bianca, da un ritmo narrativo vivace che non fa pesare i 125 minuti di durata, e da una scrittura attenta, che si concentra intelligentemente sulla figura del protagonista e ne descrive puntualmente l’evoluzione/trasformazione – aiutata dalla notevole prova attoriale di Adarsh Gourav. Il senso del titolo, spiegato in apertura, viene ribadito dall’ascesa sociale del protagonista con le sue caratteristiche di unicità, a trasmettere il senso di una positività (e di un paradossale ottimismo) che informa di sé tutto il racconto, compreso il finale meta-cinematografico. Il tutto si traduce in un lavoro accattivante per l’occhio e tematicamente di spessore, a cui si potrà forse contestare il carattere a volte esplicito e spesso sopra le righe del messaggio, ma di cui non si possono negare la lucidità e la buona tenuta spettacolare.

La tigre bianca poster locandina

Titolo originale: The White Tiger
Regia: Ramin Bahrani
Paese/anno: India, Stati Uniti / 2021
Durata: 125’
Genere: Drammatico
Cast: Adarsh Gourav, Akshay Sharma, B. Shantanu, Balvinder Singh Baryah, Harshit Mahawar, Kamlesh Gill, Lokesh Mittal, Mahesh Manjrekar, Mahesh Pillai, Nalneesh Neel, Priyanka Chopra, Rajinder Singh Pancharia, Rajkummar Rao, Sandeep Singh, Sanket Shanware, Satish Kumar, Swaroop Sampat, Tilak Raj, Vedant Sinha, Vijay Maurya
Sceneggiatura: Ramin Bahrani
Fotografia: Paolo Carnera
Montaggio: Ramin Bahrani, Tim Streeto
Musiche: Danny Bensi, Saunder Jurriaans
Produttore: Mark Sean Haynes, Mukul Deora, Ramin Bahrani
Casa di Produzione: ARRAY Filmworks, Lava Media, Netflix, Noruz Films
Distribuzione: Netflix

Data di uscita: 22/01/2021

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *