IO, DANIEL BLAKE

IO, DANIEL BLAKE

Dopo la parentesi documentaristica, e alcune opere in cui era emerso un inizio di maniera, il cinema di Ken Loach torna limpido e potente a registrare la realtà del proletariato inglese: Io, Daniel Blake, meritata Palma d’Oro a Cannes, è uno dei suoi migliori film, vibrante e rigoroso.

La lotta continua

Pubblicità

Daniel Blake, falegname di Newcastle sulla soglia dei 60 anni, è costretto a smettere di lavorare a causa di una grave crisi cardiaca. L’uomo, privato dello stipendio, si vede rifiutare l’indennità di malattia da parte dell’azienda di cui è dipendente, iniziando così un’incredibile odissea per ottenere almeno il sussidio statale di disoccupazione. Costretto dalle regole che disciplinano l’accesso al welfare a cercare un lavoro che non potrebbe accettare, Blake fa la conoscenza di Katie, madre single da poco trasferitasi in città, che non riesce a trovare un lavoro. Tra i due si crea immediatamente un sentimento di solidarietà: Daniel inizia ad aiutare la donna con piccoli lavori nel suo nuovo appartamento, affezionandosi inoltre ai suoi due figli. Daniel e Katie, tuttavia, si ritroveranno sempre più soli, costretti a scelte radicali dall’indifferenza di uno stato che sceglie di lasciar morire i suoi cittadini.

Dopo gli altalenanti risultati degli ultimi anni, che a detta di molti avevano segnato un appannamento nel vigore e nella capacità di catturare la realtà proletaria del cinema di Ken Loach, questo Io, Daniel Blake restituisce al suo pubblico un cineasta lucido e in piena forma. Fa piacere, per tutti gli spettatori dei film di Loach – ma anche per chi, in generale, ami un cinema realistico e allo stesso tempo capace di parlare a larghi strati di pubblico – rilevare che non solo il regista britannico è tornato al cinema di finzione, a dispetto della precedente, annunciata decisione di concentrarsi sui documentari; ma anche che quell’inizio di maniera, di tendenza alla reiterazione degli stessi temi e motivi narrativi, di facile manicheismo, che avevano caratterizzato alcune delle sue ultime opere, sono stati spazzati via. Io, Daniel Blake racconta una storia contemporanea, assolutamente calata negli umori e nelle contraddizioni (spesso grottesche) della Gran Bretagna odierna. Lo fa con cinismo partecipe, realismo, vibrante empatia. Un risultato che i giurati dell’ultimo Festival di Cannes hanno apprezzato, tributando a Loach la sua seconda Palma d’Oro (la prima arrivò, nel 2006, per Il vento che accarezza l’erba).

Scritto dal fidato Paul Laverty, il film racconta un’odissea umana e sociale che è un nuovo atto di denuncia, duro, diretto e senza mediazioni; il suo bersaglio è uno stato che ha perso non solo la capacità di garantire diritti, ma anche la più banale attitudine a considerare i suoi cittadini alla stregua di esseri umani. Quella di Daniel Blake, ottimamente interpretato da Dave Johns, è vicenda che di nuovo si fa emblema di un proletariato sempre più invisibile e forzatamente reso muto, quasi cancellato – come si farebbe con un colpo di gomma – dall’orizzonte della visibilità dei media. Una sorta di anomalia, da ridurre al silenzio o, nel più estremo dei casi, eliminare. Capace tuttavia di una solidarietà che ne ribadisce, con forza, l’indomita capacità di (r)esistere.

Caratterizzato, nella sua frazione iniziale, da toni quasi da commedia – con un protagonista costretto a una grottesca, quasi kafkiana odissea tra i gangli della burocrazia pubblica e privata – Io, Daniel Blake diviene presto un dramma, lucido e spietato come un teorema, sulla capacità dello stato di schiacciare ed eliminare i suoi cittadini. La sceneggiatura di Laverty è caratterizzata da un mirabile equilibrio, che vede il tono del film, dei suoi dialoghi e delle sue situazioni, evolvere gradualmente, ma inesorabilmente, verso una disperata e necessaria fotografia dell’odierna Gran Bretagna. Uno spaccato che dal particolare amplia progressivamente il suo sguardo verso l’universale, (ri)mettendo sotto i riflettori un proletariato che, lungi dall’essere sparito, finisce al contrario per estendere oltre i suoi confini le sue pratiche di vita e di lotta.

Un ritratto a tutto tondo, preciso nei contorni e multiforme come la realtà che mette in scena, in cui l’attitudine militante del regista non diventa mai schema preconfezionato, immergendosi al contrario (e traendone linfa vitale) nella carne viva e sofferente dell’umanità che racconta. Una descrizione che si nutre della genuina, umana e vibrante rabbia che da oltre un quarantennio il cinema di Loach trasmette da dietro la macchina da presa agli occhi dei suoi spettatori, illuminata da ottime prove attoriali e da un’eccellente direzione d’insieme del cast.

È un film difficilmente attaccabile, quello di Ken Loach – certo tra i migliori conseguimenti nella carriera del regista – se non da quegli spettatori che da anni nutrono pregiudizi nei confronti di un cineasta di rara coerenza, estetica e politica. Chi pensa che il cinema debba essere asettico racconto della realtà, o sua semplice negazione, che non tenti nemmeno di fornire di essa una chiave di lettura (e un progetto di trasformazione) farebbe probabilmente bene a stare lontano da questo Io, Daniel Blake. Ken Loach è regista popolare, capace di rivolgersi (nei migliori episodi della sua filmografia) a un pubblico vasto, portando in dote la sua visione del mondo e del cinema: assimilarla e farla propria (come per qualsiasi opera d’arte, e più in generale per ogni atto comunicativo) sta infine al ricevente. L’attitudine, e la disponibilità necessarie, non sono caratteristiche scontate.

Scheda

Titolo originale: I, Daniel Blake
Regia: Ken Loach
Paese/anno: Francia, Regno Unito / 2016
Durata: 100’
Genere: Drammatico
Cast: Briana Shann, Calum Cunningham, Dave Johns, Dylan McKiernan, Gavin Webster, Hayley Squires, Kate Rutter, Kema Sikazwe, Micky McGregor, Sharon Percy, Steven Richens
Sceneggiatura: Paul Laverty
Fotografia: Robbie Ryan
Montaggio: Jonathan Morris
Musiche: George Fenton
Produttore: Eimhear McMahon
Casa di Produzione: Wild Bunch, The Criterion Collection
Distribuzione: Cinema

Trailer

Dagli stessi registi o sceneggiatori

Pubblicità
Marco Minniti
Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

This site is protected by reCAPTCHA and the Google Privacy Policy and Terms of Service apply.