MARTIN SCORSESE: “THE IRISHMAN POTREBBE ESSERE IL MIO ULTIMO FILM”

MARTIN SCORSESE: “THE IRISHMAN POTREBBE ESSERE IL MIO ULTIMO FILM”

Il regista americano, intervistato dal Guardian, ha parlato della produzione del suo ultimo film, delle polemiche relative alla sua distribuzione, e della recente diatriba che lo ha opposto ai cinecomic targati Marvel. E ha ventilato, anche, un'ipotesi provocatoria.

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Si è parlato molto, negli ultimi mesi, della polemica che ha opposto Martin Scorsese ai Marvel Studios, con le dichiarazioni del grande regista americano che ha stigmatizzato i cinecomic ritenendoli “più parchi a tema che cinema”. Si è parlato altrettanto delle diatribe distributive legate a The Irishman, del modello portato da Netflix e del limitato passaggio in sala, più subito che voluto dallo stesso Scorsese. Ora, il regista è tornato su entrambi gli argomenti in una lunga intervista con il Guardian, facendo la provocatoria ipotesi che il film interpretato da Robert De Niro, Al Pacino e Joe Pesci possa essere la sua opera conclusiva. Un’ipotesi ovviamente da prendere con le dovute cautele, anche perché la produzione di Killers of the Flower Moon, prevista nuova regia di Scorsese, dovrebbe iniziare a primavera.

I cinema sono stati sequestrati dai film di supereroi”, ha detto il regista americano. “Ovvero, film di individui che volano in giro, sbattono e si schiantano: e questo va bene, se è ciò che vuoi vedere. Il problema è che non c’è spazio per nient’altro. Non so quanti altri film potrò fare: forse è così, forse The Irishman è davvero l’ultimo. L’idea era quantomeno di realizzarlo, e poi mostrarlo magari per un giorno alla Cinémathèque di Parigi. Non sto scherzando: siamo in una situazione in cui i cinema mostrano solo gli ultimi film di supereroi. Su dodici schermi, undici sono per film di supereroi. Va bene, ti piacciono questi film, ma hai bisogno di undici schermi? Ci sono film magari modesti, genuini, e che trovano anche un vasto pubblico. Il fatto che un film sia commerciale non significa che non possa anche essere arte”.

Il regista ha proseguito, analizzando quella che, a suo modo di vedere, è la differenza tra un film unicamente di consumo e un film pensato anche per il pubblico: “È il prodotto che ha consumato il cinema, perché il prodotto va consumato e gettato via. Guarda un film commerciale come Cantando sotto la pioggia: puoi guardarlo ancora e ancora. Quindi mi chiedo: come proteggiamo, oggi, la forma d’arte? Oggi non sarebbe possibile realizzare The Aviator, e neanche Shutter Island, nemmeno con me e DiCaprio a bordo. The Departed abbiamo potuto girarlo solo grazie alle star che includeva. Mentre portavamo avanti quest’ultimo progetto, abbiamo visto che le porte si chiudevano. Ho guardato i cinema in fondo alla strada: dieci sale che proiettavano lo stesso film. Molti si lamentano perché il film è rimasto in sala solo quattro settimane: abbiamo cercato di ottenere più tempo, ma gli esercenti e Netflix non sono riusciti a trovare un accordo. Però, in passato, anche altri miei film sono stati proiettati per una sola settimana e poi sono spariti. Negli Stati Uniti, The King of Comedy fu tolto dopo una settimana: quel film è stato ignorato per dieci anni”.

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Marco Minniti
Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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