UNA LUCERTOLA CON LA PELLE DI DONNA

UNA LUCERTOLA CON LA PELLE DI DONNA

Generalmente messo in secondo piano rispetto ai suoi gialli successivi, Una lucertola con la pelle di donna segna in realtà una tappa fondamentale per il cinema di Lucio Fulci; questo inizia qui a liberarsi della necessità della coerenza narrativa, anticipando la graficità – ma anche la voglia di osare – che saranno proprie dei suoi film a venire.

Libidine thriller

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Era il 1971, quando usciva nelle sale italiane questo Una lucertola con la pelle di donna. Un anno in cui il filone del giallo all’italiana era ormai consolidato – pur nelle differenze tra i suoi vari esponenti – e in cui la “trilogia degli animali” di Dario Argento (composta, lo ricordiamo, da L’uccello dalle piume di cristallo, Il gatto a nove code e Quattro mosche di velluto grigio) aveva riscosso ottimi riscontri al botteghino, sdoganando definitivamente il filone presso il grande pubblico. In questo contesto, non deve stupire che un film come quello di Lucio Fulci, seconda incursione del regista romano nel thriller dopo il precedente Una sull’altra, abbia potuto mettere insieme un cast di tutto rispetto: al Jean Sorel già protagonista del precedente film, si va a unire la vincitrice del David di Donatello Florinda Bolkan – qui nel ruolo principale – e l’attore britannico Stanley Baker. A firmare la colonna sonora, un Ennio Morricone in vena di sperimentazioni jazz-fusion, dopo la già proficua collaborazione con Argento nei suoi primi tre film.

Fulci e il thriller

Una lucertola con la pelle di donna recensione

Guardando Una lucertola con la pelle di donna, si avverte chiaramente di trovarsi di fronte a un regista maturo, che utilizza il thriller in modo del tutto personale, e si libera dei legacci che avevano tenuto imbavagliato – pur nella sua godibilità – il suo film precedente. Come Una sull’altra, Una lucertola con la pelle di donna ha una forte componente erotica, ma non si tratta solo di cedimento al gusto pruriginoso – pur reale – del periodo; Fulci mette in fila col suo film una serie di escursioni oniriche tra Eros e Thanatos, tra carnalità perversa e pulsioni omicide, mettendo in scena una sciarada di suggestioni che scuote e destabilizza. Un film come quello di Fulci, solo dieci anni dopo, sarebbe stato probabilmente impossibile da realizzare, tanta è la radicalità di ciò che viene mostrato, e l’assenza di compromessi in fatto di sangue ed erotismo; ma il film ha dalla sua un gusto figurativo inedito nella maggior parte dei film del filone, un’eleganza che unisce una regia avvolgente e con picchi di assoluta visionarietà a una fotografia – firmata da Luigi Kuveiller – dalla cupa fattura espressionista.

Ti ho sognato, muori

Una lucertola con la pelle di donna recensione

Il plot, ambientato nella Londra post-sessantottina, vede la Bolkan nel ruolo di Carol Hammond, figlia di un rinomato avvocato candidato alle elezioni (col volto di Leo Genn) e moglie del giovane avvocato Frank (Jean Sorel), associato di suo padre; la donna ha per vicina di casa la bellissima Julia Durer (interpretata da Anita Strindberg), che organizza frequenti festini a base di sesso e droga, e per cui Julia ha una sorta di ossessione. La donna, una notte, sogna di uccidere Julia dopo una serie di effusioni sessuali, seguite a un’onirica fuga da un corridoio in cui si sta svolgendo un’orgia; il giorno dopo Carol racconta il sogno al suo psicanalista, per apprendere solo dopo poche ore che Julia è stata uccisa esattamente nel modo da lei sognato. La donna inizia a pensare di essere responsabile del delitto, avendo agito in una sorta di trance; gli indizi sembrano portare le indagini proprio nella sua direzione, ma qualcosa non convince l’ispettore di polizia Corvin – col volto di Stanley Baker – che inizia a indagare sulle conoscenze della vittima e sui frequentatori dei suoi party a luci rosse.

Psicanalisi destabilizzante

Una lucertola con la pelle di donna recensione

Generalmente messo in secondo piano rispetto ai successivi gialli fulciani (in particolare ai celebratissimi Non si sevizia un paperino e Sette note in nero) Una lucertola con la pelle di donna in realtà, per moltissimi versi non ha niente da invidiare a questi ultimi; almeno sul piano squisitamente visivo, e in un’atmosfera che dall’iperrealismo iniziale scivola lentamente verso un lucido delirio, il film di Fulci fa una cavalcata sulle ali dell’inconscio e delle più basiche pulsioni umane, non avendo paura a “sporcare” il genere – e il discorso psicanalitico che abbozza – con generose dosi di effetti gore. Effetti, questi ultimi, che tuttavia non risultano mai gratuiti, ma contribuiscono al contrario a quell’onirismo privo di compromessi, a quella voglia di destabilizzare le certezze di chi guarda – ivi compreso chi pensi di mettersi davanti a un giallo con dentro un po’ di erotismo – di cui il regista farà un po’ il suo marchio di fabbrica. Non a caso, molti anni più tardi, lui stesso si definirà un “terrorista dei generi”; quello stesso “terrorismo”, quella voglia di rovesciare il genere, contaminandolo e rivoltandolo da dentro, è già evidentissimo in questo suo secondo thriller.

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Oltre il giallo

Sarebbe sbagliato valutare Una lucertola con la pelle di donna (che originariamente doveva intitolarsi La gabbia, e fu in seguito rinominato per adeguarsi alla “moda” dei titoli con gli animali) con le lenti della pura coerenza narrativa, o soffermandosi semplicemente sui dettagli del suo intreccio giallo. Se preso squisitamente come thriller, il film di Lucio Fulci mostra più di una forzatura narrativa e diversi buchi logici, segno di una sceneggiatura su cui – com’era d’uopo all’epoca – misero le mani in molti. Lo script costruisce un meccanismo giallo più cervellotico di quello dei contemporanei film di Argento, ma a tratti sembra faticare a venirne fuori; ma quello che conta, qui – e questa risulta una novità nel panorama del thriller all’italiana – è la costruzione della singola sequenza più che il legame logico tra le stesse. Anzi, quanto più il regista sembra osare nell’impatto visivo (con un’abbondanza di zoom, panoramiche a schiaffo, dettagli di occhi e particolari truculenti) tanto più la trama pare distaccarsi dalle regole del genere, quasi irridendone le basi. Con un decennio di anticipo, il passaggio all’horror e alla graficità della “trilogia della morte” (Paura nella città dei morti viventi, …e tu vivrai nel terrore! – L’aldilà e Quella villa accanto al cimitero) è già ipotecato. Ne vedremo (ne abbiamo già viste) delle belle.

Una lucertola con la pelle di donna poster locandina

Scheda

Titolo originale: Una lucertola con la pelle di donna
Regia: Lucio Fulci
Paese/anno: Francia, Regno Unito, Italia, Spagna / 1971
Durata: 98’
Genere: Horror, Giallo, Thriller
Cast: Alberto de Mendoza, Basil Dignam, Ely Galleani, Erzsi Paál, Ezio Marano, Florinda Bolkan, Franco Balducci, Gaetano Imbró, George Rigaud, Jack Armstrong, Jean Degrave, Jean Sorel, John Clifford, Leo Genn, Luigi Antonio Guerra, Mike Kennedy, Penny Brown, Silvia Monti, Stanley Baker, Tony Adams
Sceneggiatura: Roberto Gianviti, Lucio Fulci, José Luis Martínez Mollá, André Tranché, Ottavio Jemma
Fotografia: Luigi Kuveiller
Montaggio: Giorgio Serrallonga, Vincenzo Tomassi
Musiche: Ennio Morricone
Produttore: José Frade, Edmondo Amati, Robert Dorfmann
Casa di Produzione: International Apollo Films, Les Films Corona, Atlántida Films

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Marco Minniti
Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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