ZERO

ZERO
di Ivan Silvestrini, Margherita Ferri, Mohamed Hossameldin, Paola Randi


Già portatrice di una sua importanza “storica” (come prima serie recitata prevalentemente da migranti di seconda generazione), Zero sfrutta l’interessante idea dell’invisibilità quale metafora sociale; il tono è ora drammatico, ora più lieve, laddove si descrive il mondo del protagonista e quello dei suoi nuovi amici; il ritmo, sostenuto, risente tuttavia un po’ della struttura seriale (e della non conclusione della storia). Comunque, un prodotto a cui dare una chance. Su Netflix.

Resistenza al Barrio

A prescindere dalla sua effettiva riuscita, Zero è un prodotto che ha senz’altro, già da ora, una sua importanza “storica”. La serie Netflix, infatti, nata da un’idea di Antonio Dikele Distefano (che ha liberamente adattato il suo libro Non ho mai avuto la mia età), prodotta da Fabula Pictures e Red Joint, è la prima serie italiana con un cast composto interamente dai “nuovi italiani”; immigrati di seconda generazione che parlano l’italiano come prima lingua e popolano – nel caso specifico – la periferia di Milano. Considerato il tema, e considerato che tra gli ideatori del prodotto c’è il fumettista Menotti, viene in mente un film che ha fatto un po’ da spartiacque per il cinema di genere italiano più recente, ovvero Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti, di cui proprio Menotti era co-sceneggiatore. Viene da pensare al film di Mainetti, oltre che per l’ambientazione, anche per l’idea di partenza: un ragazzo che ha un superpotere (qui quello di diventare invisibile) e e lo utilizza per salvare il suo quartiere da un’opera di selvaggia speculazione edilizia. Oltre al film di Mainetti, invero, viene in mente l’ovvio paragone con Il ragazzo invisibile di Gabriele Salvatores, ma anche il misconosciuto film indipendente La dolce arte di esistere di Pietro Reggiani; quest’ultimo, come Zero, legava l’invisibilità alle forti emozioni. La metafora, in questo caso, è trasparente: un giovane “invisibile” della periferia, trascurato finora tanto dai suoi coetanei quanto dal mondo adulto, trova nel suo potere di sparire un mezzo di affermazione e “presenza”. L’idea, seppur non nuovissima, è sicuramente interessante e centrata.

Il nuovo ragazzo invisibile
Zero (2021) recensione

Al centro della trama di Zero c’è dunque Omar (Giuseppe Dave Seke), un giovane rider di origini africane, che vive nell’immaginario quartiere del Barrio con suo padre e sua sorella Awa (Virginia Diop). Il ragazzo, che è stato separato da sua madre anni prima, espulsa quando Omar era piccolo, consegna pizze per sbarcare il lunario e disegna manga per passione; il suo sogno è quello di trasferirsi in Belgio e mantenersi lì come fumettista. Il suo personaggio principale è Zero, una versione super-eroistica di se stesso; ma presto, Omar dovrà davvero trasformarsi in Zero quando si renderà conto che contro il Barrio è in atto una selvaggia speculazione, resa possibile da bassa manovalanza criminale che crea degrado nel quartiere con atti vandalici. Il suo potere di diventare invisibile gli dà per la prima volta “visibilità” presso un gruppo di coetanei: tra questi, Sharif (Haroun Fall), Inno (Madior Fall), Momo (Richard Dylan Magon) e Sara (Daniela Scattolin), con cui Omar stringe un patto per salvare il quartiere ed evitare che i suoi residenti siano cacciati. Nel frattempo, il ragazzo troverà anche l’amore grazie ad Anna (Beatrice Grannò), una ragazza della Milano-bene che si mostra da subito incuriosita verso Omar, e che come lui ha il sogno di trasferirsi all’estero, per diventare architetta.

Cuore di periferia
Zero (2021) recensione

Colpisce da subito la cura visiva, in Zero: la fotografia di Ciprì evidenzia bene il contrasto tra i palazzi e le strade del Barrio (quartiere ispirato alla Barona, dove la serie è in gran parte girata) e i grattacieli della zona dei ricchi, ripresi in gran parte in notturna e quasi con un look futuristico; due mondi comunicanti ma separati, quasi due isole ognuna con le proprie regole in una metropoli del cui centro non vediamo che rapidi scorci, mentre seguiamo gli spostamenti in bicicletta del protagonista. Abbiamo citato prima Lo chiamavano Jeeg Robot, come termine di paragone per Zero, ma la serie di Distefano e Menotti vuole in realtà avere un tono più lieve rispetto al film di Mainetti; la rappresentazione della periferia – che qui è luogo da difendere e generatore di comunità – è molto meno cupa, e solo raramente la serie spinge sul pedale della violenza visiva. C’è in Zero, in modo abbastanza chiaro, la volontà di rivolgersi a un pubblico più vasto possibile, ivi compreso quello teen poco avvezzo ai toni più noir; la violenza, quando c’è, è spesso fuori campo. Pur restando salda nei territori di un dramma in cui viene innestato l’elemento fantastico, Zero mostra toni lievi, da commedia, laddove si appresta a descrivere il rapporto del protagonista coi suoi nuovi amici; il gergo giovanile è in primo piano, così come l’onnipresente musica hip-hop (tra gli artisti coinvolti, Mahmood e Marracash); ma la vita di strada non è mai rappresentata con il registro cupo che pure si poteva immaginare.

Il ritmo e la (non) conclusione
Zero (2021) recensione

Ha un ritmo sostenuto, Zero, con otto episodi che vanno dai 20 ai 27 minuti, e i cliffhanger piazzati ad arte alla fine di ognuno; la serie corre con naturalezza dalle vie del Barrio e dai locali dello studio di registrazione di Sara, punto di ritrovo insieme alla piazza con quel singolare “monumento all’immigrato” all’”alieno” mondo dei ricchi, trovando il tempo per definire il personaggio del protagonista e quelli dei suoi amici. L’appunto che ci sentiremmo di fare a una serie come questa, dai buoni valori produttivi e dall’indubbia valenza “di testimonianza”, è quello di una costruzione narrativa che impiega un po’ di tempo per giungere al cuore della vicenda; la prima metà della serie parte da un evento specifico – il distacco della corrente nel quartiere – per poi interrompersi e preparare quello che sarà il vero plot (il piano criminale ordito dall’agenzia immobiliare); nel momento in cui quest’ultimo entra nel vivo, con l’ingresso nella vicenda di un nuovo personaggio e alcune interessanti digressioni sul passato del protagonista, la serie si interrompe in previsione di una seconda stagione. Una sintesi maggiore nella prima parte, e una chiusura meno brusca (magari facendo progredire un po’ di più la storia) avrebbero a nostro avviso giovato al risultato finale. Restano, comunque, i motivi di interesse per un prodotto pensato (anche) per il mercato internazionale, che pur nelle sue imperfezioni mostra una cura nella confezione – e una sincerità di intenti – che ne fa comunque un’opera a cui dare una chance.

Zero (2021) poster locandina

Titolo originale: Zero
Regia: Ivan Silvestrini, Margherita Ferri, Mohamed Hossameldin, Paola Randi
Paese/anno: Italia / 2021
Genere: Commedia, Drammatico, Fantastico
Cast: Alberto Basaluzzo, Alex Van Damme, Ashai Lombardo, Beatrice Grannò, Daniela Scattolin, Dylan Magon, Elisa Wong, Federica Torchetti, Frank Crudele, Giordano De Plano, Giovanni Crozza Signoris, Giuseppe Dave Seke, Haroun Fall, Livio Kone, Madior Fall, Miguel Gobbo Diaz, Roberta Mattei, Serena de Ferrari, Stefano Taza, Susanna Acchiardi, Thierry Toscan, Virginia Diop
Sceneggiatura: Antonio Dikele Distefano, Carolina Cavalli, Lisandro Monaco, Massimo Vavassori, Menotti, Stefano Voltaggio
Fotografia: Daniele Ciprì
Montaggio: Pietro Morana
Produttore: David Fischer, Marco De Angelis, Nicola De Angelis
Casa di Produzione: Fabula Pictures, Red Joint
Distribuzione: Netflix

Data di uscita: 21/04/2021

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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