STATE A CASA

STATE A CASA

Tra i film finora usciti sulla pandemia di Covid-19, State a casa di Roan Johnson è quello che più di tutti sceglie una strada sua, cambiando pelle più volte come il serpente che appare all’inizio del film; il messaggio è chiaro, esplicito, forse troppo. Eppure, l’approccio cinicamente divertito del regista, dall’anima noir tra sprazzi sempre presenti di commedia, colpisce nel segno. E ci fa riflettere sulla natura di ciò che ancora non ci siamo lasciati alle spalle.

Lockdown in nero

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Cominciano a moltiplicarsi, a tutte le latitudini, i film che trattano della pandemia di Covid-19. Se Locked Down di Doug Liman sceglieva per approcciarsi al tema la strada della commedia mista all’heist movie, e l’indipendente Il giorno e la notte di Daniele Vicari trasfigurava l’evento usando il tema del terrorismo (raccontando il lockdown, di fatto, mentre questo si svolgeva), in questo State a casa Roan Johnson percorre una strada tutta sua. Il suo film parte come una commedia, con forti accenti generazionali ed echi espliciti del precedente Fino a qui tutto bene (2014) – citando nel frattempo anche L’odio (1995) di Mathieu Kassovitz; prosegue introducendo dosi di humour sempre più black, man mano che i suoi protagonisti si infilano in un guaio più grande di loro; finisce come un noir cupo e senza speranza, citando (forse) il semidimenticato Soldi sporchi (1998) di Sam Raimi, e chiudendo idealmente un cerchio attraverso il collegamento diretto col prologo. Sicuramente, quello del film di Johnson è l’approccio più originale al tema visto finora, pur essendo il connubio humour/noir, al cinema, tutt’altro che nuovo. Nell’ambito del cinema italiano, tuttavia, c’è sicuramente da applaudire all’approccio del regista. Un approccio fatto di una certa carica iconoclasta, e di un cinismo sicuramente apprezzabile.

Poveri e confinati

State a casa recensione

Al centro di State a casa ci sono Paolo, Benedetta, Nicola e Sabra (coi volti rispettivamente di Dario Aita, Giordana Faggiano, Lorenzo Frediani e Martina Sammarco). Tutti poco sotto i trenta, tutti rinchiusi nell’appartamento in cui convivono, in pieno inizio pandemia. Tutti, soprattutto, con lavoretti precari e in balia dei capricci del loro padrone di casa, l’ambiguo Spatola (un obliquo e inquietante Tommaso Ragno), ricco settantenne che si è rifiutato di diminuir loro il canone d’affitto, a dispetto delle difficoltà del periodo. Un serpente, portato a casa da Sabra, scappa a causa di un gioco mal riuscito dei tre amici della ragazza, e inizia ad aggirarsi per l’appartamento. Quasi un presagio di ciò che verrà; un presagio che contribuisce (insieme alla reclusione forzata) a minare l’equilibrio del già inquieto e perennemente insoddisfatto Paolo. L’occasione per dare una svolta alla propria vita, proprio nel momento più lugubre, sembra presentarsi per tutti quando il gruppo organizza – con la contrarietà di Paolo – uno strampalato piano per sottrarre soldi al padrone di casa. Le cose non andranno affatto come previsto, ovviamente. Anzi, precipiteranno verso sviluppi del tutto inaspettati.

Quale virus?

State a casa recensione

Sembra delittuoso rivelare di più, sulla trama di State a casa, anche se la locandina del film (in cui appaiono – quasi – tutti i membri del cast) è di suo abbastanza esplicita. Non importa, in fondo. Perché nel film di Roan Johnson è interessante immergersi, lasciandosi guidare dai suoi cambi di registro e riscoprendo un gusto della sorpresa continua – diremmo dello spiazzamento – che il cinema italiano da troppo tempo sembra aver (in gran parte) dimenticato. “Immergersi” ci sembra proprio il termine giusto, vista la netta scelta di regia adottata – una serie di lunghi piani sequenza, con pochi e calcolati stacchi – e la conseguente vicinanza ricercata coi protagonisti. Vicinanza fisica e mentale, se vogliamo imposta da un regista che letteralmente ci chiude in casa coi suoi personaggi, riportandoci a un anno e mezzo fa: alla paura, all’incertezza, allo spettro del Covid che si andava a sovrapporre (o a mescolare senza soluzione di continuità) a una precarietà esistenziale che una grossa fetta di popolazione già sperimentava nella sua quotidianità. Il titolo, in fondo, ha in sé un che di beffardo: i quattro protagonisti seguono (quasi) alla lettera l’invito, restano nel loro opprimente appartamento, lasciato solo quand’è il momento di mettere in atto il piano, per raggiungere quello del dirimpettaio locatore. Lasciato una volta di troppo, probabilmente. L’esterno, invaso dal silenzioso e invisibile virus, è tenuto fuori campo, ma non c’è bisogno di mostrarlo. Bastano gli occasionali ululati delle ambulanze, per ricordarci in che contesto siamo: quello di una quotidianità violentata e stravolta. Eppure, sostiene con decisione il film, c’è un virus peggiore del Covid.

Ne usciremo uguali a prima

State a casa recensione

Il modo esplicito e un po’ didascalico con cui State a casa espone la sua tesi – accennata ma intuibile nel prologo, ribadita e sottolineata a doppio tratto nel finale – è forse un piccolo limite per il bel film di Roan Johnson. Forse si poteva esprimere lo stesso concetto senza urlarlo con forza allo spettatore: forse, così, sarebbe risultato persino più efficace. La discesa dei quattro protagonisti negli abissi del tradimento, dell’inganno, del disamore e della mancanza di fiducia (a dispetto di quel mantra, “mi fido di voi”, che diventa sempre più privo di contenuto) arriva alla fine a sfidare i limiti dell’improbabile, di un grottesco che forse fa un passo in più del dovuto. Tuttavia, il film di Johnson, per gran parte della sua durata, centra lucidamente il bersaglio. Cambiando pelle – come l’invisibile serpente – oltre che atmosfera e genere, State a casa mantiene la sua identità di cinica e divertita riflessione sull’umanità, su quella che sosteneva senza elementi probanti che ne saremmo usciti migliori. Non ne siamo ancora usciti: ma di certo, al momento, non siamo diventati migliori (e non ci sono motivi per pensare che lo diventeremo). Ci vuole ben più di un virus – o forse molto meno – per mettere da parte le nostre pulsioni più bieche, per chiudere in un cassetto (o in una cassaforte) avidità, inganno, voglia di sopraffazione. E in ogni caso, probabilmente, ci sarà sempre qualcuno lì in agguato, con la combinazione giusta per liberarli. La pandemia non ha fatto altro che nasconderli. Neanche tanto bene, a ben vedere.

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Scheda

Titolo originale: State a casa
Regia: Roan Johnson
Paese/anno: Italia / 2021
Durata: 110’
Genere: Commedia, Drammatico, Thriller
Cast: Dario Aita, Fabio Traversa, Giordana Faggiano, Leonardo Maddalena, Lorenzo Frediani, Martina Sammarco, Natalia Lungu, Tommaso Ragno
Sceneggiatura: Roan Johnson
Fotografia: Gianluca Palma
Montaggio: Paolo Landolfi
Musiche: Lorenzo Tomio
Produttore: Carlo Degli Esposti, Nicola Serra
Casa di Produzione: Palomar, Vision Distribution
Distribuzione: Vision Distribution

Data di uscita: 01/07/2021

Trailer

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Marco Minniti
Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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