LOCKED DOWN

LOCKED DOWN
di Doug Liman


Concepito e girato in piena pandemia, Locked Down è una commedia romantica che vira sull’heist movie nella sua ultima parte, raccontando con efficacia lo stravolgimento e la sclerotizzazione di rituali e idiosincrasie della vita borghese, portati dal virus nel nostro quotidiano. Non è perfetto, il film di Doug Liman, ma risulta efficace e sentito nella scrittura dei personaggi e nel lento svelamento delle loro vicende. Sulle principali piattaforme di streaming.

Confinati e (s)contenti

Inizia con il dettaglio di un riccio mentre si ripiega su se stesso, Locked Down, nuovo film di Doug Liman scritto da Steven Knight, interamente concepito e realizzato durante la pandemia di Covid-19. Una metafora che non potrebbe essere più trasparente, quella del film di Liman, emblema di una situazione eccezionale che ha portato la stragrande maggioranza delle persone a chiudersi in se stesse, o al massimo all’interno del proprio nucleo familiare, comunicando esclusivamente (o quasi) attraverso i propri device elettronici. E, se ancora non fosse chiaro, il film prosegue con una serie di piani fissi sulle strade di Londra prive di persone, in una città desertificata in modo spettrale dal nemico invisibile rappresentato dal virus; un preambolo all’indagine del privato – più che mai precario – della coppia protagonista del film. Siamo nella primavera del 2020, e il mondo è shockato, confuso e confinato nelle rispettive abitazioni, a causa di una pandemia che ha avuto pochi precedenti nella storia.

Separati e scoppiati
Locked Down recensione

Nel contesto del lockdown imposto dal governo britannico si muovono Paxton e Linda – interpretati rispettivamente da Chiwetel Ejiofor e Anne Hathaway – coppia separata in casa costretta alla convivenza dalla difficile situazione sanitaria. Lui è un autista di camion che non riesce a ottenere lavori più qualificati a causa di una condanna per aggressione risalente a dieci anni prima; lei è stata da poco promossa a CEO di una grande compagnia di moda, e ha tra i suoi compiti quello (ingrato) di comunicare la cessazione del rapporto ai dipendenti licenziati. I due praticamente si ignorano, vivendo in aree separate della casa; ognuno comunica con i propri familiari attraverso il suo portatile. Ma l’inattività forzata sta logorando lentamente le risorse – e l’equilibrio mentale – della ex coppia, che inizia a interrogarsi sul perché del fallimento del rapporto. Nel frattempo, il destino vuole che una consegna assegnata a Paxton – quella di un diamante di inestimabile valore – sia supervisionata dalla compagnia di Linda; i due saranno forzati a collaborare poco prima della definitiva separazione.

Locke(d down)
Locked Down recensione

Sceglie la strada della commedia romantica d’ambientazione borghese, Locked Down, per narrare una storia che poteva essere trattata in chiave di dramma da camera, o spingere da subito sulla strada dell’heist movie – strada, quest’ultima, che il film imbocca con decisione solo nella sua ultima mezz’ora. Quello che interessava a Steven Knight (autore del copione – a quanto pare nato dopo una scommessa – e vero demiurgo dell’operazione) era entrare nel privato di una coppia già scoppiata prima della pandemia, la cui convivenza forzata sclerotizza ed esaspera tensioni, risentimenti e non detti. Per tre quarti della sua durata, il film di Doug Liman è girato prevalentemente in interni, puntando a ricostruire la storia della coppia attraverso i dialoghi (quelli tra i due, spesso mutati rapidamente in liti, e quelli con parenti, colleghi e amici collegati online). Nonostante l’apparente distanza tra i due film, la mente dello spettatore corre all’esordio da regista di Steven Knight, Locke (2013), tutto ambientato nell’abitacolo di un’automobile, e incentrato su un individuo la cui storia si rivela lentamente allo spettatore tramite le sue comunicazioni telefoniche. Analogo è lo sguardo disilluso, ma non meno partecipe, sulla vita borghese, analoga la fiducia nei dialoghi per costruire la tensione narrativa.

Biografie confinate
Locked Down recensione

E si rivela, di fatto, un film prevalentemente di scrittura, Locked Down, con la regia di Liman che diligentemente si adegua ai dettami del copione; lo fa scrutando il lento riavvicinamento tra i due protagonisti e raccontando parallelamente la loro storia passata – sempre più chiara man mano che la narrazione progredisce – dividendosi tra gli spazi claustrofobici della casa, la via sottostante in cui Paxton declama le sue poesie (difficile non pensare ai nostrani flashmob della scorsa primavera) e il “non luogo” virtuale delle chat, in cui seguiamo piccoli subplot e veri e propri drammi nel dramma (quello del licenziamento dei colleghi di Linda è il più pregnante narrativamente). Il Covid è una presenza invisibile ma costante, capace di filtrare tra le notizie diffuse in televisione e il suono di sottofondo delle ambulanze – che progressivamente diventa talmente costante che lo spettatore stesso smette di prestarvi attenzione. Dapprima sullo sfondo, ma sempre più in figura man mano che la narrazione progredisce, le biografie dei due protagonisti, adulti irrisolti che cercano di riassaporare il gusto della gioventù in una sigaretta, entrambi protagonisti di vite in cui sono incappati più per caso che per scelta.

Una normalità da ricostruire

Non è un film perfetto, Locked Down, che a tratti preme in modo eccessivo sul pedale del grottesco e della caricatura nella sua parte di comedy (perdendo di credibilità) e mette in campo la sua componente crime forse troppo tardi, lasciandone abbozzati e un po’ involuti gli sviluppi. Il piano dei due coniugi appare fin dall’inizio talmente raffazzonato e improbabile da essere plausibile in un universo come quello delineato dal film; viene richiesta una certa sospensione dell’incredulità per accettare i principali snodi narrativi (tra i quali l’esilarante falso nome del protagonista) e alcuni twist che, nell’ultima parte, non brillano esattamente per coerenza. Tuttavia, la consistenza della scrittura dei personaggi, da parte di uno Steven Knight tornato decisamente in buona forma (dopo lo scivolone di Serenity – L’isola dell’inganno) fa in modo che il film si tenga in buon equilibrio, tra una recriminazione e un ragionamento sui massimi sistemi, una lite estemporanea e il progetto di un futuro lontano da confinamenti imposti o voluti. La freddezza della critica d’oltreoceano è difficile da condividere, per un film che si giova (anche) di un’ottima alchimia tra i due protagonisti, riuscendo a raccontare con semplicità una favola con le radici ben piantate nel nostro quotidiano. In questi tempi confusi, tra riaperture sognate e una normalità tutta da ricostruire (e forse da reimmaginare), non è poco.

Locked Down recensione

Titolo originale: Locked Down
Regia: Doug Liman
Paese/anno: Regno Unito, Stati Uniti / 2021
Durata: 118’
Genere: Commedia, Noir, Sentimentale
Cast: Anne Hathaway, Ben Kingsley, Ben Stiller, Bobby Schofield, Chiwetel Ejiofor, Dan Ball, Dulé Hill, Eva Röse, Frances Ruffelle, Jazmyn Simon, Katie Leung, Louis Ball, Mark Gatiss, Sonic, Tallulah Greive
Sceneggiatura: Steven Knight
Fotografia: Remi Adefarasin
Montaggio: Saar Klein
Musiche: John Powell
Produttore: Alison Winter, Julianne Jordan, Marie Savare, Michael Lesslie
Casa di Produzione: AGC Studios, Hypnotic, Nebulastar, Storyteller Productions
Distribuzione: Warner Bros. Italia

Data di uscita: 16/04/2021

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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