NAUFRAGI

NAUFRAGI
di Stefano Chiantini


Nuova prova da regista di Stefano Chiantini, Naufragi sceglie di raccontare il tema del lutto e della perdita attraverso l’ottica integrale di un singolo personaggio: un personaggio apparentemente fragile, forse psichicamente sofferente, ma capace di trovare una sua via all’accettazione (di sé e di ciò che le sta intorno) in una situazione di dolore estremo. Protagonista Micaela Ramazzotti, su cui l’intero film, nel bene e nel male, sembra modellato. Dal 9 luglio sulle principali piattaforme, dal 16 luglio su Sky.

Alla deriva

Stefano Chiantini è un regista abituato a incrociare temi sociali con emblematiche rappresentazioni di singoli personaggi. Se nel suo film più recente, Storie sospese, prevaleva la prima componente, con una denuncia abbastanza esplicita delle condizioni di vita di una precisa categoria di lavoratori – e la messa in dubbio dell’utilità di certe “grandi opere” – in questo Naufragi, come già nel precedente Isole, è il dramma personale a essere messo in primo piano. In questo caso, il dramma del lutto e della perdita, improvvisa quanto devastante. Un tema qui praticamente tutto affidato al volto e al corpo di Micaela Ramazzotti, non nuova ai ruoli borderline – si ricordi la sua interpretazione ne La pazza gioia di Paolo Virzì – ma forse mai, come in questo caso, protagonista di un film che le viene cucito letteralmente addosso. E il tema, quello del lutto e della sua elaborazione – ma anche quello di un personaggio apparentemente inadeguato ad affrontarne le conseguenze – è a facile rischio retorica. Un rischio che qui, come vedremo, è stato fortunatamente schivato.

Storia di una famiglia
Naufragi (2021) recensione

In Naufragi la Ramazzotti interpreta il ruolo di Maria, moglie di Antonio (Mario Squeglia) e madre dei piccoli Giuseppe e Anna. La famiglia va avanti faticosamente con lo stipendio del solo Antonio, operaio, mentre Maria sembra per la maggior parte del tempo vivere in un suo mondo: getta le bollette nella spazzatura, porta i figli al mare anziché a scuola, rifugge a ogni responsabilità. Tuttavia, Maria è sinceramente innamorata di suo marito – pur essendo da questi dipendente da ogni punto di vista – e vive in modo spontaneo e viscerale l’amore per i suoi figli. Improvvisamente, in un giorno come tanti, la tragedia scuote la famiglia: Antonio muore per un incidente sul lavoro, e la donna resta da sola a prendersi cura dei figli. Maria dovrà tentare innanzitutto di prendere totale coscienza dell’accaduto, e poi di trovare il modo per far crescere da sola i due bambini: ma per far questo, dovrà cercare innanzitutto di maturare lei stessa.

Dramma in tre atti
Naufragi (2021) recensione

Ha un prima, un durante e un dopo, Naufragi: una fase iniziale che mostra la vita della famiglia prima della tragedia, con la gioiosa inconsapevolezza del personaggio della protagonista; una fase di (difficoltosa) presa di contatto con la realtà e di elaborazione del lutto, con tutte le resistenze e le contraddizioni del caso; e infine una fase di apparente rassegnazione, di chiusura a ogni contatto umano dopo un nuovo evento traumatico, in realtà propedeutico a una vera presa di coscienza e (forse) a una ricomposizione di ciò che si era rotto. C’è uno scarto abbastanza netto, a livello stilistico e di tono del racconto, tra le prime due fasi e la terza, tutto riassunto nell’atteggiamento del personaggio di Maria: vulcanico e visceralmente spontaneo nel primo segmento, caratterizzato da tutta l’inquietudine e l’energia senza filtri di chi non è mai voluto crescere; smarrito e ostinatamente incapace di accettare l’accaduto nel secondo, tutto teso a tenere in vita un mondo che non c’è più; muto e apparentemente chiuso a qualsiasi emozione nell’ultimo. Uno scarto che si traduce anche in due segmenti iniziali molto dialogati e vivaci nel ritmo, e in un’ultima parte che rallenta parallelamente alla quasi completa elisione dei dialoghi.

Un racconto che evolve con la sua protagonista
Naufragi (2021) recensione

Possono senz’altro spiazzare, i cambi di tono di Naufragi, ma in fondo l’effetto è proprio quello ricercato dal film di Stefano Chiantini; un’opera che vuole delineare principalmente l’arco narrativo di un personaggio unico, imprevedibile nelle sue azioni e reazioni, e proprio per questo capace di stupire anche nella sua evoluzione. Il racconto cambia col volto e con la gestualità di Micaela Ramazzotti, parallelamente ai toni della fotografia, più caldi nelle prime due parti del film, raggelati in un anonimo “non luogo” (un motel e i suoi immediati dintorni) nell’ultima parte. Il carattere volutamente anonimo dell’ambientazione, con l’unica peculiarità del mare a fare da sfondo, è in realtà presente nell’intero film, seppur accentuato nella frazione conclusiva: le riprese sono state effettuate a Civitavecchia, a 70 km dalla capitale, ma lo sfondo potrebbe essere quello di una cittadina costiera qualsiasi. Di fatto, anche l’ambientazione è funzionale al racconto del dramma del personaggio principale, così come il tema – volutamente messo sullo sfondo e, per ammissione dello stesso regista, ridotto a pretesto narrativo – della sicurezza sul lavoro. Stavolta, principalmente, il film è su altro.

Scrittura, recitazione, sostanza
Naufragi (2021) recensione

È proprio nel racconto di questo “altro”, che poi non è che l’impatto del lutto e della perdita improvvisa su una mente apparentemente fragile – capace tuttavia di trovare risorse inaspettate – che Naufragi gioca tutte le sue carte; e lo fa riuscendo a risultare film rigoroso quanto basta, forzatamente più di scrittura e recitazione che di regia, consapevolmente ritagliato sulla sua protagonista e inevitabilmente da questa dipendente. Fortunatamente, la prova di Micaela Ramazzotti è all’altezza della situazione, disegnando l’attrice, con la sua Maria, il giusto mix tra fragilità e forza, tra spaesamento e (inaspettata) capacità di resilienza. Di lutto e perdita non si parla mai in modo esplicito, ma per fortuna non sempre, nel cinema, tutto dev’essere urlato ed esibito come in un supermarket dei sentimenti. Poco importa se Chiantini sceglie di spiazzare riuscendo qualche volta involontariamente a disorientare, e se il film vive una simbiosi forse troppo totale con la sua protagonista, sposandone in toto punto di vista ed emotività. Quello che conta è il risultato complessivo, e il racconto di Naufragi funziona sostanzialmente a tutti i livelli a cui sceglie di operare. Un risultato non scontato.

Naufragi (2021) poster locandina

Titolo originale: Naufragi
Regia: Stefano Chiantini
Paese/anno: Francia, Italia / 2021
Durata: 100’
Genere: Drammatico
Cast: Lorenzo McGovern Zaini, Marguerite Abouet, Mario Sgueglia, Mia McGovern Zaini, Micaela Ramazzotti
Sceneggiatura: Stefano Chiantini
Fotografia: Claudio Cofrancesco
Montaggio: Luca Benedetti
Musiche: Piernicola Di Muro
Produttore: Andrea Petrozzi, Emmanuelle Latourrette, Fabrice Preel Preach
Casa di Produzione: Offshore, Rai Cinema, World Video Production
Distribuzione: Adler Entertainment

Data di uscita: 09/07/2021

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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