UN EROE: ASGHAR FARHADI PRESENTA A ROMA IL SUO NUOVO FILM

UN EROE: ASGHAR FARHADI PRESENTA A ROMA IL SUO NUOVO FILM

Il regista iraniano ha presentato a Roma il suo nuovo film Un eroe, vincitore del Grand Prix della Giuria al Festival di Cannes 2021, suo ritorno in patria dopo i precedenti Il cliente e Tutti lo sanno.

Col suo ritorno in Iran con questo Un eroe, dopo i precedenti Il cliente e Tutti lo sanno, il cinema di Asghar Farhadi è tornato un po’ alle origini, a quei drammi sociali vestiti di atmosfere quasi thriller che problematizzano vicende dall’apparenza semplice. Drammi pienamente calati in una realtà sociale in continua evoluzione come quella dell’Iran moderno, con una società civile sempre più vicina, per ritmi e modi di vita, a quella occidentale, unita a un’organizzazione politica e a una strutturazione istituzionale ancora figlie della rivoluzione del 1979.

L’ultimo film di Farhadi, racconto di un detenuto e di una “buona azione” che lo rende una sorta di eroe mediatico, Grand Prix della Giuria al Festival di Cannes 2021, è stato presentato dallo stesso regista in una conferenza stampa a Roma: un incontro in cui Farhadi ha potuto approfondire la genesi del suo lavoro (ispirato a una vicenda reale), il suo legame col resto della sua opera, oltre a una piccola polemica che ne ha accompagnato, mesi fa, la diffusione. Un eroe, per la distribuzione di Lucky Red, uscirà nei cinema italiani il prossimo 3 gennaio.

Nel film mostra la realtà dei due antagonisti principali accompagnandoli coi rispettivi ritratti di un figlio e di una figlia molto definiti. Come mai questa scelta?
Asghar Farhadi: Nel film ci sono due persone che hanno una contesa tra loro. Volevo che ci fossero dei rapporti umani per entrambi, in modo da avere un bilanciamento affettivo. Volevo che lo spettatore si sentisse vicino a tutti e due. Non volevo che si provasse una sensazione negativa nei confronti di Bahran: non era questo il mio obiettivo.

Come si è trovato a lavorare con sua figlia, che interpreta il ruolo della figlia di Bahran?
Mia figlia è sempre stata vicino a me durante la scrittura della sceneggiatura, e aveva una buona consapevolezza del personaggio. All’inizio non sapeva che avessi scelto lei per il ruolo: le avevo detto solo che avrebbe dovuto interpretare un personaggio che fa cose che non piaceranno. All’inizio lei non voleva farlo, ma poi ha cambiato idea.

Il film è ispirato a un fatto reale: perché proprio questa storia? Voleva rappresentare un aspetto particolare del suo paese?
Avevo in mente questo tema da molti anni: perché in una società c’è questa necessità di creare degli eroi? Perché basta una singola azione ammirevole per fare di una persone un eroe?

Un eroe – A Hero trailer

Ci sono numi tutelari a cui si è ispirato? Il film, per certi versi, ricorda un po’ Quel pomeriggio di un giorno da cani di Sidney Lumet.
Mi piace Lumet, ho visto il suo film ma no, non ha avuto un’influenza sul mio. O meglio, se l’ha avuta non me ne sono accorto.

Il film è ambientato a Shiraz, invece che Teheran come molti degli altri suoi lavori. Una città più piccola e forse più calorosa. Come mai questa scelta?
Il motivo è che questa storia è una storia di persone umili e ordinarie, che si trovano davanti a una situazione straordinaria. In città come Shiraz trovi molte persone che si offrono per aiutare gli altri, cosa che di solito non succede in una grande città. È una città che inoltre a noi iraniani fa venire nostalgia del nostro passato, una nostalgia che si collegava bene con la storia.

Nel film viene esplorato il tema dei mass media e della TV del dolore. Secondo lei questo tipo di televisione è cresciuto in Iran, negli ultimi anni?
Questo tipo di trasmissioni in Iran continuano a crescere molto, negli ultimi tempi, sì. La scena che mostra il figlio del protagonista in un video, con lo scopo di creare empatia, fa riferimento proprio a questo.

E per quanto riguarda i social media? Quali usate, in Iran?
Gli stessi che usate voi, Facebook e gli altri, ma la maggior parte da noi sono filtrati. Ma le persone sanno come aggirare i blocchi.

All’inizio il protagonista si reca in un luogo storico per il paese, la tomba di Serse. Quanto contrasto c’è, nel film, tra il personaggio principale, remissivo e mite, e una società così asservita al lucro? Quanto sono cambiate le cose nella società iraniana dai tempi della rivoluzione?
A me non piace molto spiegare cosa significhi ogni cosa: lascio che lo spettatore deduca da solo le cose, non voglio forzare niente. Certo, la scena iniziale comunque un significato ce l’ha.

Lei aveva ritirato il film dagli Oscar per una polemica nata sui social. Si parlava del fatto che lei fosse troppo “accomodante” col potere politico. Può spiegarci?
È tutto spiegato nella lettera aperta che ho pubblicato tempo fa sull’argomento: la mia è una risposta alle persone che da anni mi accusano di stare da una certa parte. Bisogna avere tutto il background per capire bene. Io sostanzialmente ho detto: “Voi che avete il compito di presentare il mio film siete liberi di non farlo, se poi questo vorrà dire che me lo farete pesare. Io non sento di dovervi nulla”. Una parte radicale del sistema, infatti, sostiene che io faccia parte di quello stesso sistema. Ho voluto prendere le distanze proprio da quella parte.

Un eroe Asghar Farhadi conferenza stampa

I social possono mobilitare la realtà e dividerla in fazioni. Nell’industria cinematografica, in particolare, si sono create ultimamente proprio due fazioni: le sale e le piattaforme, con queste ultime che prendono molto mercato. Come la vede lei da cineasta? Come vede i nuovi linguaggi chiamati ad adattarsi all’uno o all’altro metodo di distribuzione?
Io sono della generazione che vedeva i film in sala, ho nostalgia di quel mondo: non posso pensare che le piattaforme possano vincere sulla sala. Mi capita a volte di vedere un film dopo tanti anni sul pc, e mi rendo conto che non è lo stesso film: perché all’epoca l’avevo visto respirando l’aria della sala, insieme ad altre persone. Spero per questo che la tradizione delle sale non sparisca. Quando però ne parlo con mia figlia, lei mi dice: “Io preferisco vederlo come mi viene più comodo”. La capisco, in un certo senso: il mio approccio è innanzitutto sentimentale.

Quali sono le qualità che terranno saldi i legami del popolo iraniano? Dal film, alla fine, emerge che sono i legami umani in definitiva quelli che contano.
C’è una grande empatia tra gli iraniani, specie nei momenti critici, di fronte alle difficoltà: le voci si uniscono e lottiamo insieme. Questa è una delle nostre qualità.

Gli attori sono davvero molto validi. Sono tutti professionisti?
La maggior parte di loro recita per la prima volta. Quello che fa Rahim, il protagonista, è un attore che ha già fatto diversi film, così come l’interprete di Bahram. Ma per la maggior parte sono attori che hanno lavorato solo a teatro, o che proprio non hanno mai recitato.

Scheda

Marco Minniti
Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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