NO EXIT

NO EXIT

Thriller essenziale, quasi tutto giocato sull’unità di luogo e tempo, No Exit intrattiene con mestiere e ben orchestrata tensione, a dispetto di un plot non proprio originale, e di una protagonista che avrebbe meritato forse una caratterizzazione più approfondita. Il film di Damien Power è distribuito da Disney+.

L’uscita necessaria

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Inizialmente programmato per un’uscita cinematografica, No Exit ha forse generato curiosità, più che per la sua fattura, per il fatto insolito che un thriller dalle tematiche così cupe venga programmato per una distribuzione su Disney+. Occorrenza che tutto sommato, data la dichiarata (e non nuova) volontà della piattaforma di aprirsi verso tipologie di contenuti lontane dal target familiare per cui era nata, non dovrebbe stupire più di tanto: ciò anche in virtù del fatto che in fondo, al netto della sua “fisiologica” tensione da thriller, e di una violenza che tuttavia non raggiunge mai chissà quali livelli di graficità, il film di Damien Power resta un prodotto dal target abbastanza trasversale, stante il filone cui appartiene. Una sorta di popcorn movie, come qualcuno l’ha definito oltreoceano, definizione che tuttavia non va intesa necessariamente in termini negativi: se è vero che non c’è nulla, nel film di Power (regista qui alla sua seconda esperienza nel lungometraggio) che non sia stato già proposto e visto sotto altre forme, è pur vero che il film rappresenta un esempio di cinema commerciale realizzato con un certo (non scontato) mestiere, e con un buon senso della tensione.

Scoperta-shock nella tempesta

No Exit (2022) recensione

Protagonista di No Exit è Darby, giovane tossicodipendente costretta a un programma di disintossicazione; la ragazza, durante uno degli incontri collettivi coi suoi compagni, riceve una telefonata che la avvisa che sua madre è in ospedale, gravemente malata. Nonostante il tassativo divieto di allontanarsi, e la contrarietà della stessa sorella, Darby fugge dalla struttura e si mette in viaggio verso Salt Lake City, dove si trova l’ospedale in cui la donna è ricoverata. Colta da una tempesta di neve, la ragazza resta bloccata nel tragitto, impossibilitata a proseguire: su invito di un agente, si rifugia così in un cottage approntato appositamente per i viaggiatori, in cui fa la conoscenza di altre quattro persone rimaste bloccate dalla tempesta, un’anziana coppia e due suoi coetanei. Poco dopo, durante una sortita fuori dal rifugio, la ragazza fa una scoperta sconvolgente: in un furgone parcheggiato fuori del cottage c’è una bambina legata e tenuta prigioniera. Il rapitore è chiaramente qualcuno dei suoi nuovi compagni.

L’unità di luogo e tempo

No Exit (2022) recensione

Il fascino di No Exit, oltre che nella sua accattivante ambientazione, sta principalmente in un’essenzialità che, nel thriller moderno, sembra essersi un po’ persa (e questo è un peccato). Il film di Damien Power, tratto dal romanzo omonimo di Taylor Adams, mantiene per gran parte della sua durata l’unità di luogo e di tempo, con l’azione concentrata tra le mura del cottage e nei suoi immediati dintorni, e la tensione sviluppata unicamente tra i cinque personaggi principali. Una tensione che inizialmente sembra voler prendere la strada del whodunit, ma che poi viene declinata altrimenti – e probabilmente ciò è un bene: sappiamo quasi subito chi è (teoricamente) il rapitore della bambina, e la vicenda prende più che altro la strada di un teso confronto psicologico tra i personaggi presenti sul posto. Confronto che tuttavia non escluderà alcune importanti sorprese, pur non del tutto imprevedibili (almeno laddove si abbia una frequentazione sufficientemente assidua del genere).

Il rifugio-trappola

No Exit (2022) recensione

Proprio nella gestione di tale tensione, e nella declinazione del rifugio come trappola (con la furia della tempesta che taglia ogni via di fuga) il film gioca probabilmente le sue carte migliori. Il regista fa salire la tensione narrativa con mestiere, rovesciando in termini di trappola e prigione – con una “bestia” a sua guardia – la presentazione iniziale del cottage quale accogliente rifugio (sottolineato anche dai colori caldi della fotografia degli interni). Il gioco con le carte messo in scena dai presenti – che emblematicamente è quello denominato “bullshit”, tradotto in italiano con “balle” – rappresenta il primo e ultimo atto amichevole in un gruppo in cui presto si rivela la presenza di un carnefice, e la necessità impellente di neutralizzarlo. Il minaccioso esterno, e ancor più la consapevolezza della presenza della giovane prigioniera – unita all’incertezza sulla sua provenienza – creano un interessante contrasto col clima, innaturalmente sospeso, che si respira all’interno del cottage. Clima che gli eventi, correttamente organizzati in un climax, si incaricheranno presto di rompere.

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Personaggi o figurine?

No Exit (2022) recensione

Ciò che in questo No Exit risulta carente, al di là di qualche passaggio di trama non proprio limpido (che tuttavia si può perdonare, nell’ambito delle convenzioni del genere) è la definizione dei personaggi: e ciò è vero a cominciare proprio dalla protagonista, che ha il volto della quasi esordiente Havana Rose Liu (al suo attivo c’è anche il contemporaneo dramma sentimentale Il cielo è ovunque). Al di là di una banale e risputa “redenzione” – mai realmente approfondita dalla trama – il personaggio di Darby è sostanzialmente intercambiabile con una figura qualsiasi, presentando un background che non interagisce mai, davvero, con gli eventi che le capitano. I riferimenti al suo passato, specie nelle interazioni col rapitore, risultano anzi abbastanza scontati; una carenza che nuoce in parte all’empatia, unita agli schematismi (in parte più comprensibili) con cui vengono presentati gli altri personaggi.

Proprio per questo motivo, il carattere derivativo del film, e l’inevitabile senso di deja vu che grava su di esso, finiscono per farsi sentire più del lecito: l’assenza di un personaggio forte con cui empatizzare (a dispetto del background descritto nel prologo) e la presentazione dei comprimari come figurine di contorno, finiscono per mettere ancor più in risalto la scarsa originalità della costruzione narrativa. Curando di più i personaggi – compito non impossibile visto il loro numero ridotto – No Exit avrebbe insomma potuto funzionare ancora meglio, unendo a una godibilità che comunque non manca una capacità (qui carente) di giocare più a fondo con le paure dello spettatore, nonché con le implicazioni psicologiche del soggetto.

No Exit (2022) poster locandina

Scheda

Titolo originale: No Exit
Regia: Damien Power
Paese/anno: Stati Uniti / 2022
Durata: 95’
Genere: Drammatico, Thriller
Cast: Benedict Wall, Dale Dickey, Danny Ramirez, David Rysdahl, Dennis Haysbert, Havana Rose Liu, Jen Van Epps, Kirsty Hamilton, Mila Harris
Sceneggiatura: Gabriel Ferrari, Andrew Barrer
Fotografia: Simon Raby
Montaggio: Andy Canny
Musiche: Marco Beltrami, Miles Hankins
Produttore: Scott Frank
Casa di Produzione: 20th Century Studios
Distribuzione: Disney+

Data di uscita: 25/02/2022

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Marco Minniti
Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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