VECCHIE CANAGLIE, QUANDO LA TERZA ETÀ NON SI ARRENDE

VECCHIE CANAGLIE, QUANDO LA TERZA ETÀ NON SI ARRENDE

Chiara Sani firma con Vecchie canaglie la sua prima regia e si fa accompagnare da una banda veramente insolita, formata da Lino Banfi, Andy Luotto, Pippo Santonastaso, Gino Cogliandro e Andrea Roncato. Tutti insieme per raccontare la forza dei fragili.

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C’è un vecchio detto secondo il quale ogni età ha la sua bellezza. Questo vuol dire, in sostanza che non solo la gioventù o la maturità possono essere dei momenti appaganti ed esuberanti caratterizzati da una quotidianità sempre in fieri. Anche la cosiddetta terza età, o vecchiaia, ha degli aspetti coinvolgenti e stimolanti. Ma sarà per tutti realmente così? Diciamo che questo accade fino a che si è fisicamente ed economicamente indipendenti, con dei forti affetti a fare da puntello nei momenti di difficoltà. In caso contrario, però, la situazione è ben diversa, definita da un abbandono e una solitudine che prevale su tutto il resto. Il riferimento è a un sempre più nutrito gruppo di anziani che vengono lasciati e parcheggiati all’interno di ospizi dalla dubbia qualità, e che si trovano a dover ricominciare trovando un nuovo equilibrio nonostante tutto. A loro, simbolicamente e affettivamente, è dedicata la prima regia di Chiara Sani che, dopo un passato da attrice, scrive la sceneggiatura e si posiziona dietro la macchina da presa.

I toni scelti per Vecchie canaglie, com’è facile intuire dal titolo, sono quelli tipici della commedia italiana. Così, utilizzando le atmosfere di una comicità un po’ vintage nella gestione dei tempi comici, si raccontano le peripezie di un gruppo di anziani che, nonostante le loro fragilità fisiche, decidono di unirsi per salvare l’ospizio in cui vivono. E, per non essere separati o messi in mezzo a una strada, sono pronti a rischiare anche il tutto per tutto con un commercio illegale di opere d’arte. Tanto, alla loro età, sentono di non avere più nulla da perdere. A far parte di questa banda un po’ improbabile sono Lino Banfi, considerato ormai il nonno d’Italia, Andy Luotto, Pippo Santonastaso e Gino Cogliandro, con l’aiuto di un Greg pronto a tutto pur di aiutare il padre e i suoi amici dall’indifferenza del direttore della clinica, interpretato da Andrea Roncato, e dalla sprezzante Contessa, proprietaria della villa. Il film sarà in sala dal 5 maggio.

Vecchie canaglie, Chiara Sani in una scena
Vecchie canaglie, Chiara Sani in una scena del suo film

Chiara, puoi raccontarci qualche particolare sulla genesi di questa storia e di come sei arrivata a trasformarla in un film?
Chiara Sani:
Si tratta di una storia che tenevo chiusa nel cassetto da molto tempo ma che non avevo mai trovato il coraggio di riprendere. Per quanto riguarda l’ispirazione, invece, è venuta da una certa commedia degli equivoci che amo particolarmente. Se devo fare dei riferimenti precisi penso a film come Cocoon e L’erba di Grace. Un punto fermo importante, però, è stata anche l’ironia dissacrante dei Monty Python, che ho cercato di reinterpretare proprio per questa storia. Al di sopra di tutto, però, volevo realizzare un racconto che fosse a favore degli anziani e, soprattutto, che avesse una connotazione un po’ folle. In modo particolare mi piaceva mostrare delle persone, considerate dalla società fragili e perdenti, riprendere in mano la propria vita facendosi rispettare. L’iter produttivo, invece, è stato nettamente più difficile. Per molto tempo non ho trovato nessuno che volesse investire su questo film. Ho dovuto aspettare l’arrivo di una pandemia perché questo accadesse. Così abbiamo girato in solo quattro settimane sottoponendoci continuamente a tamponi. Ma, alla fine, ce l’abbiamo fatta.

Lino Banfi, com’è stato coinvolto in questo progetto?
Lino Banfi:
Il copione mi è stato proposto mentre eravamo nel pieno della pandemia. Mi è piaciuto subito e, in più, mi ero ripromesso di non rimanere a casa a fare proprio il vecchio pandemico. Così ho accettato immediatamente. Di questa storia mi ha colpito soprattutto come riesce a mostrare la forza di chi viene considerato perdente e come, in realtà, si possa riuscire a vincere per se stessi e per gli altri. E proprio per questo motivo mi piacerebbe che venissero organizzate delle proiezioni in piazze o vicino a stazioni ferroviarie, dove si trovano molte persone che pensano di aver perso tutto e di non poter più chiedere nulla alla vita. Certo, probabilmente non risolveremmo i loro problemi, ma è un modo per regalare un paio d’ore di spensieratezza e, forse, una nuova spinta positiva.

Vecchie canaglie, Lino Banfi e Pippo Santonastaso in una scena del film
Vecchie canaglie, Lino Banfi e Pippo Santonastaso in una scena del film di Chiara Sani

Uno degli elementi fondamentali di questa improbabile banda è Andy Luotto. Com’è stata l’esperienza sul set?
Andy Luotto:
Inizio con il dire che non so esattamente come io sia arrivato a partecipare a questo film. Ricordo solo che prima mi trovavo nella mia cucina e poi seduto a un tavolo con altri anziani a fare le prove per il film. Scherzi a parte, mi sono fidato di Chiara ma ho capito che la cosa poteva funzionare nel momento in cui ci siamo trovati sul set. Avevamo tutti una certa età e ognuno di noi era sordo in modo diverso. Questo vuol dire che non abbiamo potuto far altro che accettare ognuno i difetti dell’altro. Al di la di questo, però, la persona che ha reso tutto incredibilmente facile è stato Lino Banfi. Con lui tutto è filato liscio e questo non è assolutamente scontato. Solitamente la quotidianità del set è fin troppo macchinosa.

Banfi, cosa si prova ad avere l’apprezzamento dei colleghi, fuori e dentro il set?
Lino Banfi: È una grande gioia quando gli apprezzamenti sono sinceri. In questo mondo siamo tutti delle gran puttane e sappiamo benissimo quando un abbraccio è vero e onesto. Certo, quando iniziano a darti riconoscimenti alla carriera ti senti inevitabilmente vecchio. Ma io ho ancora dei sogni da realizzare a livello professionale. Ad esempio, desidero ancora una parte drammatica, intensa. Qualche cosa che somigli alle atmosfere di Un borghese piccolo piccolo. Ecco, mi piacerebbe provare a misurarmi con una parte del genere. Ma, se non dovesse arrivare, andrebbe bene anche così. Posso ritenermi fortunato per la mia lunga carriera.

Chiudiamo con Andrea Roncato, chiamato a interpretare il ruolo di un primario e direttore della casa di cura senza troppi scrupoli. Come sei stato coinvolto nel progetto?
Andrea Roncato:
Un giorno Chiara mi ha chiamato per dirmi che si era “liberato” un posto all’interno del film. La persona che doveva interpretare la parte aveva avuto un incidente e non sarebbe riuscito a essere sul set. A quel punto sono stato chiamato io come sostituzione. A parte tutto, però, un incentivo importante è stata l’idea di rivedere Lino e di poter lavorare ancora con dei vecchi amici. Per quanto riguarda, invece, la qualità di questo film, credo che abbia tutte le caratteristiche per diventare una buona serie tv. Potrebbe essere un progetto interessante con cui far interfacciare i giovani. I ragazzi, oggi, non hanno idea di cosa sia la memoria ed il passato. Gli anziani possono rappresentare un grande insegnamento in questo. D’altronde, il tempo trascorso è colmo di cose, mentre il futuro è ancora vuoto.

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Tiziana Morganti
Fin da bambina, ho sempre desiderato raccontare storie. Ed eccomi qui, dopo un po’ di tempo, a fare proprio quello che desideravo, narrando o reinterpretando il mondo immaginato da altri. Da quando ho iniziato a occuparmi di giornalismo, ho capito che la lieve profondità del cinema era il mio luogo naturale. E non poteva essere altrimenti, visto che, grazie a mia madre, sono cresciuta a pane, musical, suspense di Hitchcock, animazioni Disney e le galassie lontane lontane di Star Wars; e un ruolo importante l’ha avuto anche il romanticismo di Truffaut. Nel tempo sono diventata giornalista pubblicista; da Radio Incontro e il giornale locale La voce di Roma, passando per altri magazine cinematografici come Movieplayer e il blog al femminile Smackonline, ho capito che ciò che conta è avere una struggente passione per questo lavoro. D’altronde, viste le difficoltà e le frustrazioni che spesso s’incontrano, serve un grande amore per continuare.

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