DON’T MAKE ME GO

DON’T MAKE ME GO

Tra road movie e dramma sulla malattia, Don’t Make Me Go prende un materiale narrativo stereotipato e lo sviluppa in modo intelligente, cullando lo spettatore con la sua estetica ma raccontandogli anche una storia valevole di ascolto. Con buon stile e qualche sorpresa.

Storia di due passeggeri

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Non vi piacerà il finale, ma credo che vi piacerà la storia”. La frase con cui si apre Don’t Make Me Go, nuovo dramma familiare on the road distribuito da Amazon Prime Video, è quasi una dichiarazione di intenti. Un apparente “mettere le mani avanti”, da parte degli autori del film, che se da un lato dice qualcosa (di fondamentale) sull’esito del viaggio al centro della trama, dall’altro lascia allo spettatore l’onere di scoprire l’autentico significato di quelle parole, meno scontato di quanto non potrebbe apparire. Un’anticipazione che in qualche modo apre una crepa – piccola ma sostanziale – in un genere dai paletti apparentemente piuttosto stretti come quello del dramma familiare, in questo caso coniugato in modo decisivo col tema della malattia. Eppure, nel film di Hannah Marks (attrice televisiva e cinematografica di una certa notorietà, qui alla sua terza prova da regista) le sorprese non mancano: e ciò è vero sia in riferimento al modo tutt’altro che scontato in cui la vicenda dei due protagonisti – padre e figlia in viaggio per l’America – viene messa in scena, sia per l’ottica adottata dal film, i cui reali connotati si sveleranno solo più avanti nella storia. Una freschezza, nell’interpretazione di un canovaccio in fondo già visto tante volte – sul grande e sul piccolo schermo – che si deve principalmente alla sceneggiatura della giovane Vera Herbert, che nel 2012 finì nella black list dei migliori script di Hollywood non prodotti.

Riempire il tempo rimasto

Don't Make Me Go, John Cho e Mia Isaac in una sequenza
Don’t Make Me Go, John Cho e Mia Isaac in una sequenza del film

Al centro del plot del film c’è il personaggio di Max Park (John Cho), padre single che era stato abbandonato anni prima dalla moglie, e che ha cresciuto da solo sua figlia Wally (l’esordiente Mia Isaac), ora quindicenne. La vita di Max va in crisi quando, dopo un controllo medico, scopre che i suoi frequenti mal di testa sono dovuti a un tumore osseo alla base del cranio, molto difficile da operare e dalla prognosi quasi certamente infausta. Con una speranza di vita che ammonta al massimo a un anno, Max decide di sfruttare la prevista rimpatriata con i suoi ex compagni di scuola per accompagnare Wally da sua madre, in Arizona, sperando che la donna possa crescere la ragazza quando lui non ci sarà più. L’incontro con i vecchi amici di Max sarà l’occasione per padre e figlia per fare la loro prima (e forse ultima) traversata degli Stati Uniti, cercando di comprendersi come finora non erano mai riusciti a fare; nella consapevolezza – da parte di Max – che il tempo si sta rapidamente esaurendo, e che la ragazza dovrà presto cavarsela da sola. Un viaggio durante il quale l’uomo cercherà di dare a sua figlia tutti gli insegnamenti che ancora non le ha trasmesso, e di vivere appieno un legame che la malattia potrebbe presto recidere.

Mestiere e sostanza

Don't Make Me Go, Mia Isaac e Mitchell Hope in una scena
Don’t Make Me Go, Mia Isaac e Mitchell Hope in una scena del film

Non manca una certa dose di astuzia e mestiere, nella confezione di Don’t Make Me Go, che presenta la più classica patina indie e il più studiato ed elegante look da arty mainstream; un look che si esprime soprattutto nella valorizzazione dei paesaggi del viaggio, nelle situazioni spesso all’insegna di un surreale umorismo, nella fotografia dai toni caldi, e infine nella colonna sonora improntata all’indie rock (con qualche apertura ai brani più noti, come il rivelatore The Passenger di Iggy Pop). Questa patina audiovisiva così studiata, tuttavia, cela in questo caso una sostanza ben avvertibile e pulsante sotto realizzazione un po’ di maniera, che va ascritta soprattutto a una sceneggiatura ben costruita e quasi mai banale. Una sceneggiatura che, flirtando con i cliché (il dramma adolescenziale e il conflitto coi genitori, la malattia terminale e la difficoltà di accettazione – e di comunicazione – della stessa) sfrutta silenzi e rituali quotidiani, piccole conquiste (la possibilità della ragazza di guidare) e domande senza risposta, fragilità e imperfetti tentativi – dall’una e dall’altra parte – di contatto e comprensione. Uno script che gioca intelligentemente coi ruoli – svelando gradualmente il reale anello debole della storia, ovvero il personaggio interpretato da John Cho –, rovesciando quelle che parevano le sue premesse iniziali, e mantenendo il tono sempre al di qua del pietismo e del melò d’accatto.

Conferme e sorprese

Don't Make Me Go, John Cho in una sequenza
Don’t Make Me Go, John Cho in una sequenza del film

Per una volta, l’attitudine “piaciona” e accattivante di un film si accompagna a una scrittura attenta ed equilibrata, che usa intelligentemente gli stereotipi senza lasciarsene schiacciare. In questo senso va letta anche la sequenza iniziale – una partenza in medias res che poi lascia spazio, come da formula usuale degli ultimi anni, a un lungo flashback – improntata a un tono apparentemente umoristico, che poi si scoprirà frammento di un momento più complesso e contraddittorio. Proprio la mescolanza di toni – anch’essa tutt’altro che nuova, ma qui felice nell’equilibrio e nella capacità di sintesi – è un’altra delle cifre stilistiche di Don’t Make Me Go, titolo il cui significato si rivelerà, nel corso della storia, meno scontato di quanto una sua lettura superficiale potrebbe lasciar pensare. La componente melò del film, presente in potenza per quasi tutta la sua durata – e celata sotto la levità delle interazioni tra i due protagonisti – emerge prepotentemente nell’ultima parte, e in particolar modo in un prefinale che riserverà più di una sorpresa. Successivamente, il film si dilunga in una coda forse troppo estesa, con l’esigenza da un lato di esplicitare una “morale” che era già chiara, dall’altro di dare più spazio a personaggi – in primis la compagna del protagonista, col volto di Kaya Scodellaro – che precedentemente erano rimasti un po’ sacrificati. La voglia di chiudere il cerchio in modo esplicito nuoce un po’ alla necessità di asciuttezza, ma in fondo la cosa non disturba più di tanto: di Don’t Make Me Go resta impressa soprattutto la freschezza, e la non scontata capacità di cullare lo spettatore raccontandogli, nel contempo, una storia ricca di sostanza e tutt’altro che scontata.

Don't Make Me Go, la locandina
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Scheda

Titolo originale: Don't Make Me Go
Regia: Hannah Marks
Paese/anno: Stati Uniti / 2022
Durata: 110’
Genere: Drammatico
Cast: Jemaine Clement, Jen Van Epps, John Cho, Kaya Scodelario, Stefania LaVie Owen, Elizabeth Hawthorne, Graham Vincent, Jordan Mooney, Josh Thomson, Madeleine McCarthy, Mia Isaac, Mitchell Hope, Otis Dhanji, Quentin Warren, Timothy MacDonald
Sceneggiatura: Vera Herbert
Fotografia: Jaron Presant
Montaggio: Paul Frank
Musiche: Jessica Rose Weiss
Produttore: Matt Noonan, Peter Saraf, Donald De Line, Leah Holzer
Casa di Produzione: Big Beach Films, De Line Pictures, Reunion Pacific Entertainment, Amazon Studios
Distribuzione: Amazon Prime Video

Data di uscita: 15/07/2022

Trailer

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Marco Minniti
Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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