PINOCCHIO

PINOCCHIO

Nonostante siano trascorsi settant’anni dalla versione originale, il nuovo Pinocchio in live action di Robert Zemeckis non accenna ad allontanarsi dalla strada già tracciata dalla tradizione. Una scelta che limita notevolmente le potenzialità di questo progetto, trasformandolo in una copia non perfettamente riuscita della pellicola d'animazione originale.

Ritorno al passato

Pubblicità

Da alcuni anni la Disney si è lasciata andare alla tentazione di ricreare in live action alcune tra le sue animazioni di maggior successo. Una serie di progetti possibili soprattutto grazie all’utilizzo di tecniche di computer grafica che, accanto ad attori in carne ed esso hanno fatto esibire alcuni protagonisti entrati nell’immaginario collettivo in forma animata. Questo, ad esempio, è stato il caso di Lumiere che, per quanto riguarda La Bella e la Bestia, continua a mantenere la sua forma di candelabro accanto a una stupita Emma Watson.

Tolto l’equilibrismo tecnico, però, ci si chiede effettivamente quanto questo tipo di rifacimento sia veramente essenziale o vagamente utile ai fini della storia o del successo di una determinata pellicola. La risposta non è incoraggiante visto che, fatta eccezione per una cura estetica particolare o un’interpretazione più realistica, i grandi classici scelti per questa trasformazione non hanno mostrato alcun valore aggiunto.

Una conclusione che appare ancora più evidente in Pinocchio, ultima animazione Disney destinata al live action. Nonostante la mano esperta e sicura di Robert Zemeckis, un regista che di immaginazione e sogni ne sa qualche cosa, il film lascia piuttosto interdetti e, possiamo dirlo senza timore, anche delusi. Sarà per le aspettative troppo alte o per le dichiarazioni dello studio, volte a sperare in un approfondimento; sta di fatto che ogni singolo elemento sembra essere stato disatteso. Perfino la presenza, a prima vista rassicurante, di Tom Hanks nei panni di Geppetto. Ma proviamo ad andare con ordine e comprendere quali sono i lati deboli di un prodotto che, al massimo, può essere indirizzato a una fascia di età veramente bassa.

La recensione di Pinocchio di Robert Zemeckis
Tom Hanks con il piccolo Pinocchio

Una seconda occasione persa

Quando nel 1940 Pinocchio arrivò sul grande schermo non ottenne l’accoglienza che aveva accompagnato due anni prima Biancaneve e i sette nani. La vicenda, semplificata e fin troppo edulcorata dal tocco Disney, non aveva conquistato il pubblico americano e tanto meno avrebbe avuto successo con quello italiano. Abituati a sfogliare le pagine del libro di Collodi fin dalla prima infanzia, infatti, le discrepanze con l’animazione proposta sono apparse immediatamente eccessive. Non è un caso, dunque, che questo film sia stato riproposto pochissime volte al cinema, tanto che le generazioni più giovani potrebbero non averlo mai visto.

Premesso tutto questo, non è strano che la Disney abbia deciso di offrire a questo burattino di legno una seconda possibilità per essere quasi vivente. Peccato, però, che quest’occasione sia stata sprecata dimostrando scarso coraggio e una visione sempre superficiale della materia. Il film di Zemeckis, infatti, avrebbe potuto avvicinarsi maggiormente alle ambientazioni meno rassicuranti e alle atmosfere spesso ambigue in cui si muovono i personaggi originali descritti da Collodi.

In questo modo, infatti, a essere sottoposta ad un restyling non sarebbe stata solamente la parte puramente estetica ma, soprattutto, quella narrativa. Un’opzione che è stata del tutto ignorata visto che si è preferito percorrere la strada già tracciata della tradizione. Un atteggiamento che si traduce, sia dal punto di vista visivo che da quello del racconto, in un già visto capace solamente di rendere il viaggio avvolto dalla noia e da un continuo senso di déjà vu. A rendere il tutto ancora più artificioso, poi, è anche una gestione poco armoniosa della CGI che, almeno in questo caso, sembra non fondersi con naturalezza con il contesto live.

La recensione di Pinocchio di Robert Zemeckis
Una scena di Pinocchio

Disney vs. Collodi

Nonostante siano trascorsi più di settant’anni dalla versione prodotta da Disney, ciò che rende la visione di questo film realmente disturbante è ancora quella stucchevole superficialità con cui è stata interpretata. Che tra le intenzioni di Walt Disney ci fosse quella di edulcorare ogni tipo di racconto costruendo un immaginario dove l’happy end è sempre dietro l’angolo e, come se non bastasse, ha anche tutti gli immaginabili colori dell’arcobaleno, è ormai chiaro. Applicare questa filosofia, però, a un racconto complesso come quello di Pinocchio vuol dire, inevitabilmente, tendere pericolosamente all’astrazione e a una superficialità quasi tattile. Nella versione disneyana, infatti, il burattino subisce una mutazione caratteriale notevole grazie alla quale tutte le sue caratteristiche più discutibili vengono eliminate, totalmente appiattite.

Così, se nella favola di Collodi seguiamo i passi di una creatura nuova al mondo ma, al tempo stesso, naturalmente egoista, superficiale e con una propensione alle bugie, Disney ci mette di fronte a un animo completamente innocente che cade nell’errore esclusivamente per la scarsa esperienza nei confronti della vita. Nulla di male se questo non alterasse completamente il carattere del personaggio e, soprattutto, le motivazioni educative alla base del racconto. Oltretutto, poi, l’assenza di qualsiasi forma di conflittualità interna va a cancellare la possibilità di pathos, rendendo lo stesso finale privato della potenza emotiva necessaria per rendere questo tipo di racconto catartico e psicologicamente costruttivo.
In fin dei conti, il Pinocchio disneyano, dall’inizio alla fine, continua a rimanere sempre uguale a se stesso, non ponendo le basi effettive per una sua trasformazione che, in parole più semplici, parla di crescita.

Quello di Collodi, invece, vive al suo interno una serie di emozioni contrastanti che, grazie anche alle esperienze vissute, porta ad una evoluzione effettiva, scaturita essenzialmente dall’amore per il padre. Un attaccamento che si costruisce un errore dietro l’altro e, soprattutto, rinunciando al proprio egoismo. Caratteristica che, nel mondo collodiano, accompagna il personaggio fin dai suoi primi passi. Allo stesso tempo, però, la sua scomparsa, e il timore di perdere chi amiamo, hanno condotto a un finale in cui l’emozione ha un reale motivo di esistere. Alla luce di tutto questo, dunque, per chiunque volesse godere di un film in live action dedicato a Pinocchio, consigliamo di andare a recuperare lo sceneggiato firmato da Luigi Comencini, dove è racchiuso un mondo fatto di creature misteriose, di ombre e ben poca luce. Tutti elementi essenziali per una favola che si rispetti.

Pinocchio, la locandina italiana del film

Scheda

Titolo originale: Pinocchio
Regia: Robert Zemeckis
Paese/anno: Stati Uniti / 2022
Genere: Commedia, Drammatico, Avventura, Fantastico
Cast: Benjamin Evan Ainsworth, Hannah Flynn, Jaquita Ta'le, Kyanne Lamaya, Lorraine Bracco, Sheila Atim, Angus Wright, Cynthia Erivo, Giuseppe Battiston, Jamie Demetriou, Joseph Gordon-Levitt, Keegan-Michael Key, Lewin Lloyd, Luke Evans, Tom Hanks
Sceneggiatura: Robert Zemeckis, Simon Farnaby, Chris Weitz
Fotografia: Don Burgess
Montaggio: Jesse Goldsmith, Mick Audsley
Musiche: Alan Silvestri
Produttore: Andrew Miano, Chris Weitz, Derek Hogue, Paul Weitz, Robert Zemeckis
Casa di Produzione: Depth of Field, ImageMovers, Walt Disney Pictures
Distribuzione: Disney+

Data di uscita: 08/09/2022

Pubblicità

Trailer

Dagli stessi registi o sceneggiatori

Pubblicità
Tiziana Morganti
Fin da bambina, ho sempre desiderato raccontare storie. Ed eccomi qui, dopo un po’ di tempo, a fare proprio quello che desideravo, narrando o reinterpretando il mondo immaginato da altri. Da quando ho iniziato a occuparmi di giornalismo, ho capito che la lieve profondità del cinema era il mio luogo naturale. E non poteva essere altrimenti, visto che, grazie a mia madre, sono cresciuta a pane, musical, suspense di Hitchcock, animazioni Disney e le galassie lontane lontane di Star Wars; e un ruolo importante l’ha avuto anche il romanticismo di Truffaut. Nel tempo sono diventata giornalista pubblicista; da Radio Incontro e il giornale locale La voce di Roma, passando per altri magazine cinematografici come Movieplayer e il blog al femminile Smackonline, ho capito che ciò che conta è avere una struggente passione per questo lavoro. D’altronde, viste le difficoltà e le frustrazioni che spesso s’incontrano, serve un grande amore per continuare.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.