SMILE

SMILE

Esordio del regista Parker Finn, ispirato a un suo precedente cortometraggio, Smile è un horror che mescola l’approccio autoriale e più “teorico” al genere a quello da puro popcorn movie; un equilibrio imperfetto, che tuttavia non impedisce a questo esordio di mostrare buon stile e qualche genuino spavento.

Sorridi e muori

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Di sorrisi inquietanti, nella storia dell’horror e non solo, ne abbiamo visti tanti. La postura facciale che per eccellenza dovrebbe esprimere vicinanza e affabilità è stata sovente rovesciata di senso dal cinema “di paura” (e più in generale da tutto quello dai toni più cupi); un rovesciamento basato su una modulazione dell’espressività facciale che, col maggiore o minor uso di alcuni muscoli, può modificare totalmente il significato di un semplice sorriso. Proprio di questa polisemia intrinseca nell’atto del sorridere si nutre questo Smile, che fa del gesto stesso – e della sua declinazione più spaventosa – il perno centrale della sua trama. L’ispirazione, per questo esordio nel lungometraggio del regista Parker Finn, è un corto diretto da lui stesso, intitolato Laura Hasn’t Slept e datato 2020; un espediente, questo dell’estensione di un precedente corto di successo, che è stato utilizzato più volte dall’horror dell’ultimo quindicennio, dallo spagnolo La madre di Andrés Muschietti al riuscito Oculus – Il riflesso del male di Mike Flanagan, per arrivare all’americano – e più convenzionale – Lights Out – Terrore nel buio. Esempi molto diversi tra loro, che spesso – con la notevole eccezione del film di Flanagan – hanno denunciato tutta la difficoltà nel mantenere, nella dimensione del lungometraggio, lo stesso effetto destabilizzante, e genuinamente terrificante, che può essere provocato da un corto.

L’entità e il trauma

Smile, Sosie Bacon in una sequenza del film
Smile, Sosie Bacon in una sequenza del film di Parker Finn

La trama di Smile ha per protagonista la dottoressa Rose Cotter, psichiatra che da anni porta con sé un trauma (il suicidio della madre depressa) e che per questo ha deciso di dedicare la sua vita alla cura delle malattie mentali. Un giorno, nel reparto di ospedale in cui la donna lavora, giunge una paziente spaventata e in preda a un apparente delirio, che dichiara di essere in pericolo immediato a causa di una misteriosa entità che la perseguiterebbe. Appena iniziato l’incontro con Rose, la ragazza sembra dapprima voler scappare, terrorizzata, da un’invisibile minaccia, per poi di punto in bianco tagliarsi la gola, con un inquietante sorriso stampato in volto.

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Da allora, la vita della dottoressa cambia: a più riprese Rose inizia a vedere intorno a se persone conosciute, ma anche estranei, con lo stesso spaventoso sorriso sul volto. La donna si convince dapprima di essere vittima di un disturbo post traumatico da stress, ma poi capisce che forse, in realtà, la stessa entità malvagia che aveva spinto al suicidio la sua paziente ha ora preso di mira lei. Isolata e non creduta da coloro che le stanno attorno, Rose tenterà di fronteggiare il pericolo facendo i conti col suo trauma mai superato.

La maledizione che contagia

Smile, Sosie Bacon in una inquietante immagine del film
Smile, Sosie Bacon in una inquietante immagine del film di Parker Finn

Il tema iniziale di Smile, e soprattutto l’iconografia orrorifica che muove la sua trama, possono far tornare in mente il semidimenticato (e invero poco riuscito) horror della Blumhouse Obbligo o verità (datato 2018). Anche in quel caso, l’origine di tutto era una maledizione trasmessa da individuo a individuo come una sorta di contagio; anche in quel caso, il sorriso spaventoso stampato sul volto dei personaggi – reso tale, nel caso del film di Jeff Wadlow, dall’ausilio del digitale – annunciava gli eventi più spaventosi della trama. Lo stesso film di Wadlow, nel motivo stesso della maledizione e del suo passaggio a catena, aveva a sua volta un lontano referente nel celebrato It Follows di David Robert Mitchell; un riferimento che nel caso di questo esordio di Parker Finn si fa decisamente più forte, al punto che a tratti sembra di assistere a una sorta di remake non dichiarato. Se i protagonisti del fortunato horror di Mitchell erano adolescenti, e lo strumento di trasmissione della maledizione era il sesso – con tutto il portato del senso di colpa derivato da anni di cultura repressiva – qui il focus si sposta sul mondo degli adulti, col trauma psicologico e l’ostentazione della morte come tramiti per il contagio. Eros contro Thanatos, con un’analoga concezione dell’orrore come minaccia proveniente da dentro, da una psiche sopraffatta dal senso di colpa che diviene terreno fertile per l’azione di una presenza malvagia.

Derivativo, ma con stile

Smile, Sosie Bacon e Kyle Gallner in una scena del film
Smile, Sosie Bacon e Kyle Gallner in una scena del film di Parker Finn

Presentato al pubblico come horror psicologico, ma rivestito da una confezione da tipico popcorn movie contemporaneo (con ampio uso di jumpscare), Smile tenta una (im)possibile mediazione tra la concezione più “teorica” del genere – quella del film di Mitchell – e quella più tipicamente ludica, che abbiamo visto in titoli come il già citato Obbligo e verità. Una commistione che ha, forse, il torto di non accontentare del tutto nessuno dei due pubblici, risultando troppo realisticamente angosciosa per gli spettatori in cerca di spaventi più superficiali, e parimenti troppo easy per coloro che ricercano al contrario sostanza e autorialità nel genere. Un equilibrio imperfetto, in cui tuttavia il regista mostra di saper maneggiare al meglio la tensione, di saper piazzare gli spaventi nei punti giusti – e in modo quasi mai gratuito – e di essere in grado di sfruttare una recitazione che stavolta non si giova di ausili digitali. La sceneggiatura glissa un po’ troppo facilmente su alcune componenti (quella più evidente è il rapporto, appena abbozzato, tra la protagonista e il suo ex che fa il poliziotto) ma riesce a conferire al personaggio di Rose uno spessore che si sostanzia gradualmente, man mano che la donna cade sempre più alla mercè della malvagia entità. Con un plot forse “stirato” in modo eccessivo in termini di durata, e uno sviluppo in fondo tutt’altro che imprevedibile, Smile risulta essere una buona macchina da brividi, che tuttavia trasmette un senso di deja-vu troppo forte, specie per il suo evidente debito col già citato It Follows. Un referente che, anche per le diverse ambizioni che lo muovevano, resta inavvicinabile. Questo esordio soffre un po’ del suo carattere derivativo, e dell’incertezza di tono – e di target – cui abbiamo prima accennato: un’incertezza che comunque non ne cancella l’eleganza e (per larghi tratti) l’efficacia in chiave orrorifica, in attesa che il regista possa misurarsi con soggetti più originali e di sostanza.

Smile, la locandina italiana del film
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Scheda

Titolo originale: Smile
Regia: Parker Finn
Paese/anno: Stati Uniti / 2022
Durata: 115’
Genere: Horror
Cast: Jessie T. Usher, Scot Teller, Caitlin Stasey, Matthew Lamb, Sosie Bacon, Sara Kapner, Dora Kiss, Gillian Zinser, Kevin Keppy, Kal Penn, Judy Reyes, Kyle Gallner, Rob Morgan, Robin Weigert, Marti Matulis
Sceneggiatura: Parker Finn
Fotografia: Charlie Sarroff
Montaggio: Elliot Greenberg
Musiche: Cristobal Tapia de Veer
Produttore: Marty Bowen, Wyck Godfrey, Isaac Klausner
Casa di Produzione: Paramount Players, Temple Hill Entertainment
Distribuzione: Eagle Pictures

Data di uscita: 29/09/2022

Trailer

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Marco Minniti
Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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