NANNY

NANNY

Nikyata Jusu esordisce con Nanny, interessante horror targato Blumhouse e distribuito da Prime Video, incentrato sulle speranze e sugli incubi di una madre senegalese immigrata a New York; un film in cui l’aspetto drammatico e di denuncia sociale prevale però sulle tematiche e sugli archetipi del genere di paura.

Sogno o incubo americano?

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Aisha è una giovane donna senegalese approdata da poco a New York in cerca di una vita migliore. Fa la babysitter presso una ricca famiglia borghese dell’Upper East Side e mette da parte i risparmi per dare un futuro al figlio Lamine.
Il bambino, privo di un padre su cui contare, vive in Africa affidato a una cugina in attesa che Aisha raggranelli il denaro per il biglietto aereo. La situazione, che inizialmente pare perfetta, comincia poco a poco a mostrare alcune crepe: la datrice di lavoro della protagonista, una donna in carriera in apparenza liberale e benestante, si mostra sempre meno puntuale nel pagamento e il suo carattere freddo e scostante si riverbera sulla bambina, che comincia a esprimere empatia nei confronti di Aisha. Aisha nel frattempo è confusa: il figlio le manca sempre di più, e teme di non riuscire a riscattarlo dal suo destino. Quell’appartamento newyorchese asettico e high-tech rivela poco a poco le sue zone d’ombra, trasformandosi in un inquietante luogo di polanskiana memoria, mentre la vita quotidiana della giovane madre si popola di incubi e allucinazioni.

Blumhouse: brividi e critica sociale

Nanny, Anna Diop in una scena del film
Nanny, Anna Diop in una scena del film di Nikyatu Jusu

Nanny è il primo lungometraggio della regista afroamericana Nikyatu Jusu. Nel 2020 la sceneggiatura era stata inserita nella Black List, un elenco di opere interessanti e in cerca di produzione, attirando l’interesse della Blumhouse (la stessa casa di Scappa – Get Out di Jordan Peele, ecc.) e degli Amazon Studios (Nanny è ora difatti visibile su Prime), e il film ottiene il Premio della Giuria al Sundance Film Festival. Tra le varie opere, nel 2019 la Jusu aveva firmato Suicide by Sunlight, la storia di una madre vampira costretta a reprimere i suoi istinti per ottenere la custodia delle figlie, cortometraggio a cui la Monkeypaw di Peele sta ora lavorando per trasformarlo in lungo.
La giovane regista americana non è dunque nuova al tema della maternità, ma soprattutto al mondo dell’horror, e con la Blumhouse di mezzo da un’opera come Nanny ci si aspetta la classica combo brividi e impegno sociale.

E difatti la critica ai wasp americani fintamente tolleranti e progressisti, ma che alla prima occasione esprimono tutto il loro retaggio schiavistico, è fortemente presente, e costituisce uno degli aspetti inquietanti del film.
Ma l’acutezza dell’analisi psicologica di Nanny non si ferma qui: si concentra in parallelo su un altro aspetto, altrettanto scomodo e indesiderato, che è la rabbia provata dalle vittime, da coloro che subiscono un torto, e che rischiano di precipitare in una spirale in cui la violenza chiama violenza. La discriminazione in apparenza velata che subisce Aisha rischia di far emergere dal suo cuore lati oscuri, che ne mettono in pericolo lo stesso istinto di genitrice.

La forma dell’acqua

Nanny, Anna Diop e Rose Decker in una scena del film
Nanny, Anna Diop e Rose Decker in una scena del film di Nikyatu Jusu

I bambini del film affidati ad Aisha sono due: la bianca Rose e il nero Lamine, e a lei tocca tutelarli nonostante il peccato originale tenti di portarla alla deriva e, come direbbe Melanie Klein, alla scissione in madre buona e madre cattiva. Ed è interessante come le allucinazioni e gli elementi fantastici del film siano legati alla simbologia materna per eccellenza che è l’acqua, il liquido amniotico che può favorire la nascita oppure soffocare il piccolo.
L’attrice Anna Diop è molto brava a rendere queste ambivalenze, e a mettere in scena il ritratto umano di una donna tormentata da colpe ancestrali; anzi, uno dei punti di forza della storia sta proprio nella capacità di non scadere in un buonismo manicheo e didascalico. A detta della sensitiva del film, “gli spiriti africani ci hanno dotato di resilienza, ma non sono sempre gentili. Alcuni vogliono il tuo sangue, altri soltanto che tu rinasca”, e la bellezza di Nanny sta proprio qui, nelle sfaccettature con cui presenta il suo messaggio di speranza oltre l’oscurità.

Il lungometraggio, oltre alla prova attoriale della Diop, ha dalla sua una OST interessante composta da Bartek Gliniak e Tanerelle e una regia con momenti niente male, come il climax finale ambientato nel freddo e labirintico appartamento newyorkese.

Il problema della pellicola sta piuttosto in una questione di packaging. Nanny viene presentato come un horror e prodotto da una casa di produzione, la Blumhouse, la cui peculiarità sta proprio nell’unire la critica sociale a tal genere; dunque lo spettatore si aspetta determinati ingredienti: suspense, colpi di scena, una certa dose di violenza, un po’ di morti quanto meno innaturali, ma soprattutto si aspetta di avere paura. Non mancano alcuni elementi in apparenza soprannaturali, ma non tali da parlare di sfumature horror, quanto piuttosto di elementi e stilemi del fantastico: in particolare i riferimenti alla divinità africana di Anansi. Il dio ragno, divinità ambigua per eccellenza, è in un certo senso l’archetipo che pervade l’intera pellicola.
Il film genera senza dubbio una certa inquietudine e disagio ma, nonostante alcune visioni della protagonista, si tratta di una pellicola fondamentalmente di stampo drammatico e sociale. Perché, come ci racconta Nikyatu Jusu, la società è ostile e tutto dipende da come gli oppressi sono in grado di gestire la rabbia: come superpotere, oppure come kryptonite, messaggio questo che va al di là di ogni tipo di genere ed è poi il senso di tale interessante pellicola.

Nanny, la locandina del film

Scheda

Titolo originale: Nanny
Regia: Nikyatu Jusu
Paese/anno: Stati Uniti / 2022
Durata: 99’
Genere: Horror, Drammatico, Thriller
Cast: Olamide Candide-Johnson, Stephanie Jae Park, Ebbe Bassey, Mitzie Pratt, Keturah Hamilton, Jahleel Kamara, Zephani Idoko, Rose Decker, Anna Quirino, Morgan Spector, Princess Adenike, Anna Diop, Leslie Uggams, Michelle Monaghan, Sinqua Walls
Sceneggiatura: Nikyatu Jusu
Fotografia: Rina Yang
Montaggio: Robert Mead
Musiche: Tanerélle, Bartek Gliniak
Produttore: Daniela Taplin Lundberg, Vanessa Mendal, Ged Dickersin, Nikkia Moulterie, Isabel Henderson, Kim Coleman, Gerry Pass
Casa di Produzione: Stay Gold Features, Topic Studios, Blumhouse Television, LinLay Productions
Distribuzione: Amazon Prime Video

Data di uscita: 16/12/2022

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Cristiana Astori
Scrittrice, cinefila, bibliofila. Sono laureata in psicologia delle comunicazioni di massa e autrice della Trilogia dei Colori (Tutto quel nero, Tutto quel rosso, Tutto quel blu, 2011-2014) edita dal Giallo Mondadori, a cui è seguito Tutto quel buio (Elliot, 2018); nei quattro romanzi della serie la giovane cinefila Susanna Marino va alla ricerca di misteriosi film realmente scomparsi. Ho inoltre tradotto diversi autori noir tra cui Jeffery Deaver e la saga di Dexter, da cui è stata tratta la serie tv omonima, e nel 1999 ho ricevuto il premio "Adelio Ferrero" per la Critica Cinematografica. Colleziono compulsivamente dvd, libri introvabili e locandine di cinema.

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