LA ZONA MORTA

LA ZONA MORTA
di David Cronenberg


Unico incontro tra il cinema di David Cronenberg e la narrativa di Stephen King, La zona morta è tutt’altro che un’opera minore nella filmografia del regista canadese: un lavoro invece coerente con la sua visione del cinema, e capace di amalgamare al meglio due poetiche apparentemente distanti. Un’opera tutta da riscoprire.

Mutazioni sottopelle

1983: un anno in cui David Cronenberg sforna quello che è forse il suo capolavoro, una vetta ancora insuperata nella sua filmografia, perfetta rappresentazione in chiave di new horror della società degli anni ‘80 (e del suo rapporto carnale, di dipendenza, col medium televisivo). Parliamo ovviamente del mai abbastanza lodato Videodrome. Ma il 1983 è anche l’anno di un altro film, generalmente visto come meno importante nella cinematografia cronenberghiana, quasi un lavoro alimentare in cui viene approcciata la narrativa di Stephen King (scrittore che da poco aveva assunto una popolarità di massa). L’unico incontro, finora, tra due maestri del fantastico dallo sguardo apparentemente così diverso, dalle premesse così distinte nell’approcciare – nei relativi campi – lo stesso genere, cinematografico e letterario. Eppure, se lo si guarda con la dovuta attenzione, La zona morta è tutt’altro che un’opera minore nella filmografia di David Cronenberg: un lavoro che, partendo da una storia in apparenza poco nelle corde del regista canadese, riesce a raggiungere il doppio scopo della fedeltà e della coerenza a una poetica del tutto personale. Un equilibrio difficilissimo, che tuttavia Cronenberg raggiunge qui in modo brillante.

La visione che consuma
La zona morta recensione

Riassumiamo brevemente la trama: Johnny Smith (un perfetto Christopher Walken), tranquillo insegnante del Maine, subisce un terribile incidente stradale, che lo lascia in un coma che sembra irreversibile. Cinque anni dopo, inaspettatamente, l’uomo si risveglia: la strada per il recupero sembra dura ma percorribile, i danni cerebrali paiono essere assenti. Tuttavia, Johnny inizia a manifestare strane visioni, fenomeni difficili da spiegare scientificamente: semplicemente toccando persone o cose, riesce a vedere eventi già accaduti o addirittura che ancora devono ancora accadere. Tormentato dalla stampa per il suo “dono”, che inizia sempre più a consumarlo nel fisico e nella mente, Johnny ha la visione peggiore quando stringe la mano a un politico in ascesa: a quel punto, l’uomo si troverà a portare su di se un peso insopportabile, quello del destino dell’intera umanità.

Corpo individuale e corpo sociale
La zona morta recensione

In un periodo in cui la narrativa di Stephen King era già stata fatta oggetto di attenzione da parte del cinema, con risultati altalenanti, Cronenberg percorre in La zona morta una strada opposta a quella del contemporaneo, carpenteriano Christine – La macchina infernale (anch’esso uscito nel 1983): se in quest’ultimo c’era la fedeltà quasi letterale al romanzo nell’intreccio, con una mancata considerazione delle diverse potenzialità dei due mezzi (cinema e letteratura), La zona morta sceglie al contrario una sua via, sfrondando il materiale originale e adeguandolo alla visione del cinema del suo regista. Il risultato è un film che, senza risultare genialmente infedele come il capolavoro di Stanley Kubrick Shining (1980), riesce ad amalgamare al meglio due poetiche a prima vista tanto distanti, operandone una sintesi ottimale. Nel romanzo di Stephen King (e in genere in tutta la narrativa dello scrittore del Maine) il male si annidava infatti nel corpo della società americana, in quella stessa struttura sociale comunitaria – eppure a suo modo così individualista e nichilista – che lo scrittore da sempre è capace di descrivere così puntualmente; nel film di Cronenberg, al contrario, l’incubatore del male diventa il corpo individuale, quello che il regista aveva già esplorato con tanto interesse (e un approccio decisamente più grafico) in tutta la sua filmografia precedente. Un corpo che ancora non si è fatto sociale, e tuttavia già cova dentro di sé i germi dell’orrore.

Orrore intimo
La zona morta recensione

Il cinema del corpo del regista canadese, partendo dall’urlo esplicito e grafico del new horror anni ‘80, inizia così a esplorare una sua dimensione più intima e teorica, spostando all’interno del corpo dell’individuo (e nella sua stessa mente) i meccanismi della mutazione già affrontati nei film precedenti. In questo senso, La zona morta è un’opera anticipatrice del Cronenberg che verrà: il successivo La mosca (1986) segnerà un po’ il canto del cigno per la versione più estrema e viscerale del cinema del regista. L’ancora successivo Inseparabili (1988) rappresenterà poi il definitivo compimento del processo, aprendo una fase nuova per il cinema di Cronenberg – e in generale un nuovo approccio, più teorico e meno esplicito, a tutto il genere horror. Per comprendere quanto La zona morta sia in realtà coerente con tutta la poetica cronenberghiana, basti pensare alla piccola contraddizione insita nel nome del protagonista: lo stesso regista, non a caso, dichiarò che non avrebbe mai scelto un nome come “Johnny Smith”, tanto comune da essere l’equivalente dell’italiano “Mario Rossi”. Laddove King voleva rappresentare l’uomo comune improvvisamente toccato da un’esperienza straordinaria, e da un compito probabilmente stabilito da un’entità superiore (come per i personaggi di The Stand), Cronenberg fa invece del suo Johnny Smith un predestinato: una figura che porta già su di sé (nel volto scavato e tutt’altro che “comune” di Christopher Walken, che gradualmente diventerà sempre più sofferente) i germi di ciò che gli accadrà. Un demone sotto la pelle che forse covava lì già dalla nascita, in paziente attesa del momento di manifestarsi. Non è più neanche lontanamente un “dono”, quello di Johnny, ma un cancro che silenziosamente lo divora: già destinato alla morte, il protagonista sceglie qui di abbracciarla nel modo che un’entità tutt’altro che benevola (ma anzi capricciosa e volubile) sembra aver deciso per lui.

Adeguare senza tradire
La zona morta recensione

Per approcciarsi al romanzo, Cronenberg sceglie quindi di sfrondare il materiale originale, lasciando intelligentemente da parte alcune parentesi (la figura della fanatica madre, qui meno presente, decisamente più funzionale alla visione di King del personaggio che a quella del regista; la parentesi dell’incontro col giornalista del tabloid scandalistico, del tutto espunto) per utilizzare in modo più compiuto quelle funzionali alla sua lettura della storia. Una storia che comunque – e qui, senza fare considerazioni di merito, ci allontaniamo dal già citato Shining – risulta fedele nei suoi punti chiave, e nella sua stessa struttura, alla sua versione letteraria. In questo, il merito va reso anche alla sceneggiatura di Jeffrey Boam (in seguito autore degli script di Salto nel buio e Indiana Jones e l’ultima crociata) che riesce a operare al meglio quella sintesi e quel lavoro di adeguamento capace di rendere la storia più adatta al medium cinematografico (oltre che più “nelle corde” del regista). Il resto lo fanno la bella, densa fotografia di Mark Irwin – decisamente poco eighties nei toni – e il commento musicale plumbeo, così in linea col clima della storia, firmato da Michael Kamen (qui alla sua unica collaborazione con Cronenberg). Il regista opta di suo per una messa in scena sobria e controllata, che solo nel finale, per un’ovvia esigenza narrativa, diventa visivamente più esplicita (“tradendo” in questo, necessariamente, il romanzo). Il culmine di un climax narrativo perfettamente costruito, quello di La zona morta, suggello di un film tutto da (ri)scoprire.

La zona morta poster locandina

Titolo originale: The Dead Zone
Regia: David Cronenberg
Paese/anno: Canada, Stati Uniti / 1983
Durata: 103’
Genere: Drammatico, Horror
Cast: Anthony Zerbe, Brooke Adams, Christopher Walken, Colleen Dewhurst, Géza Kovács, Herbert Lom, Jackie Burroughs, Julie-Ann Heathwood, Martin Sheen, Nicholas Campbell, Peter Dvorsky, Roberta Weiss, Sean Sullivan, Simon Craig, Tom Skeritt
Sceneggiatura: Jeffrey Boam
Fotografia: Mark Irwin
Montaggio: Ronald Sanders
Musiche: Michael Kamen
Produttore: Debra Hill, Jeffrey Chernov
Casa di Produzione: Dino De Laurentiis Company, Lorimar Film Entertainment
Distribuzione: CDE Compagnia Distribuzione Europea

Data di uscita: 12/09/1984

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Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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