CIMITERO VIVENTE

CIMITERO VIVENTE

In attesa dell'arrivo in sala del nuovo Pet Sematary, vale la pena dare un altro sguardo al primo adattamento del romanzo di Stephen King, datato 1989: il Cimitero vivente di Mary Lambert rappresentava l'horror degli anni '80 con tutte le sue peculiarità, restituendo un'idea di massima - seppur un po' sbiadita - della storia d'orrore universale narrata da King.

Riesumare l'orrore

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Quando mancano ormai pochi giorni all’arrivo nelle sale del nuovo Pet Sematary, secondo adattamento di quello che è uno dei più noti romanzi di Stephen King, vale forse la pena (ri)dare uno sguardo alla prima versione cinematografica del libro di King, datata 1989 e firmata da Mary Lambert. Cimitero vivente arrivava al cinema al termine di un decennio (gli anni ‘80) che era stato particolarmente fruttuoso, almeno in senso commerciale, per gli adattamenti delle opere di King. Il discorso si faceva più complesso, invece, dal lato artistico, visto che proprio in quel decennio – anche a causa della discutibile qualità di molti film tratti dalle sue opere – King si guadagnò la fama di macchina da soldi, rappresentante per eccellenza di una letteratura puramente di consumo, equivalente letterario di una catena di fast food. Fama che non è stata certo osteggiata – ma anzi, per molti versi, incoraggiata – dallo stesso scrittore del Maine in molte sue uscite pubbliche: oltre al suo noto odio per lo Shining di Stanley Kubrick, va ricordato il discutibile apprezzamento per il poco riuscito Cujo (1983) di Lewis Teague, oltre allo scivolone della sua unica regia (esperimento non a caso mai replicato) con Brivido (1986). Un “incidente”, quest’ultimo, che comunque non impedì a King di continuare ad occuparsi, per un certo periodo, delle sceneggiature dei film tratti dai suoi libri; così fu anche per il film di Mary Lambert, adattamento di una storia che era kinghiana in ogni sua fibra.

Pet Sematary, il romanzo, era una cupa, disperata riflessione sulla morte, sul lutto e sull’elaborazione di quest’ultimo: per sua esplicita ammissione, King non lo amava molto, e lo pubblicò quattro anni dopo la sua stesura, solo per motivi contrattuali. Leggendo il libro, si capisce perfettamente il motivo della riottosità dello scrittore: si tratta forse, in assoluto, della sua storia in cui l’orrore per il sovrannaturale si sovrappone con più aderenza, e drammatica, spietata precisione, a un orrore ben più reale, quello impossibile da spiegare e razionalizzare compiutamente derivato dalla perdita dei propri cari. Come in molti libri di King, il sovrannaturale diventa un tramite, una sorta di “porta di passaggio” per una riflessione più ampia, che qui ha addirittura i crismi dell’universalità: un tramite simile al sentiero che, nella storia, conduce il medico Louis Creed all’antico cimitero Micmac che ha il potere di riportare in vita chi vi viene sepolto. Un terreno governato da una forza malvagia, che attrae inesorabilmente il medico appena giunto in città nella sua rete di morte: lo fa prima uccidendo il gatto di sua figlia, poi convincendo l’anziano vicino di casa a svelare al protagonista la sua esistenza, poi attirando a sé il corpo dell’animale, per restituirlo trasformato in qualcos’altro. E, infine, esigendo da Louis, per il semplice fatto di essere entrato in contatto con la sua malìa, il più terribile dei prezzi da pagare.

Il Cimitero vivente di Mary Lambert cerca di restituire, come può, l’idea e la portata dei temi trattati da King. Si tratta, va specificato, di un prodotto di genere direttamente legato al suo periodo di produzione, iconograficamente debitore a tutto l’horror del decennio, esplicito e persino didascalico nella sua concezione e gestione della paura. Fin dai titoli di testa, si coglie perfettamente l’ottica scelta dalla regista per approcciarsi alla storia di King, con la lunga carrellata tra le tombe degli animali sepolti, col commento musicale smaccatamente di genere inframezzato dalle voci che leggono le iscrizioni sulle lapidi. Tutto ha un mood tipicamente da horror anni ‘80, sottolineato dalla luce blu che illumina (di nuovo, in modo squisitamente didascalico) il sentiero che dal cimitero degli animali conduce a quello dei Micmac. C’è addirittura, nel film, un omaggio esplicito al classico Un lupo mannaro americano a Londra di John Landis, nella figura del fantasma benevolo di Victor Pascow – che il protagonista ha tentato di aiutare prima che morisse – che torna a guidare, consigliare e mettere in guardia lo stesso Louis; una figura che King trattava in modo molto più sfumato e indiretto, e che qui diventa invece presenza costante (praticamente lungo tutto il corso della storia) e spesso persino comica. Una componente, quest’ultima, completamente assente dal romanzo, che al contrario non contemplava nessun elemento di alleggerimento dei suoi temi.

Più in generale, in Cimitero vivente c’è una gestione diretta e – volutamente – poco attenta alle sottigliezze di tutta la parte visiva e iconografica della storia, dalla nebbia che avvolge e accompagna le passeggiate di Louis verso il cimitero, al pesante makeup che copre il corpo della figura della zia di Rachel Creed – in un importante flashback, che ben altro impatto avrebbe avuto con una diversa messa in scena; fino ad alcune discutibili scelte estetiche, specie nell’ultima parte, nel segno dell’effetto-shock più pacchiano e decontestualizzato. Tutta la gestione della parte conclusiva della storia, che nel romanzo chiudeva il cerchio nel segno di un avvertibile senso di ineluttabilità, si trasforma qui in una festa grandguignolesca, in cui si perde un po’ il senso originale della vicenda, così come la sua natura di spietato racconto morale. Perché (va specificato) quella natura, in molti suoi tratti, Cimitero vivente la rende in realtà abbastanza fedelmente. La sceneggiatura di King si mantiene, nell’intreccio di base, abbastanza fedele al romanzo, permettendo alla regista di riportarne, in tutta la prima frazione, alcuni significativi dialoghi; dialoghi che, pur laddove non riescono qui a risultare “fondanti” per la storia come lo erano nel libro, ne preparano comunque adeguatamente l’atmosfera. Che la storia di Pet Sematary contenga in sé qualcosa di più (e di diverso) da un mero racconto di morti viventi, risulta insomma abbastanza evidente anche qui; di quel mood più disperato, cupo e ancorato all’universale orrore per la morte, il film mantiene una traccia sufficiente per non far affondare il tutto nella pura dozzinalità.

Chi ha amato l’horror degli anni ‘80, nelle sue invenzioni come nelle sue componenti più eccessive e a volte kitsch, ha sicuramente un attaccamento affettivo particolare, per il film di Mary Lambert; un film che (a guardarlo a ritroso) rappresentò forse uno degli ultimi esempi di un certo modo di confezionare il cinema della paura, che presto sarebbe evoluto in altre forme. Un attaccamento per certi versi analogo a quello che molti spettatori svilupperanno, un anno dopo, per la poco riuscita miniserie televisiva tratta da It, diretta da Tommy Lee Wallace. La canzone dei titoli di coda dei Ramones, di cui abbiamo ben stampato nella mente il videoclip, è un riferimento automatico ogniqualvolta si parli di Cimitero vivente; difficile non intonarne il motivo, dopo aver rivisto il film della Lambert, interpretazione figlia del suo tempo di una storia d’orrore universale. Più difficile, invece, riprendere in mano ancora una volta il romanzo di King, memori di quella sua capacità di fare male che risulta anch’essa, in molti casi, indice di riuscita di un’opera letteraria.

Scheda

Titolo originale: Pet Sematary
Regia: Mary Lambert
Paese/anno: Stati Uniti / 1989
Durata: 98’
Genere: Horror, Drammatico
Cast: Brad Greenquist, Andrew Hubatsek, Blaze Berdahl, Dale Midkiff, Denise Crosby, Fred Gwynne, Michael Lombard, Miko Hughes, Peter Stader, Susan Blommaert
Sceneggiatura: Stephen King
Fotografia: Peter Stein
Montaggio: Daniel P. Hanley, Mike Hill
Musiche: Elliot Goldenthal
Produttore: Richard Rubinstein, Mitchell Galin
Casa di Produzione: Laurel Productions
Distribuzione: Paramount Pictures

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Marco Minniti
Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

3 pensieri su “CIMITERO VIVENTE

  1. Grazie per condividere il vostro info . I veramente davvero
    apprezzato i vostri sforzi e io sto sarà attesa di un vostro prossimo scrivere up grazie ancora
    una volta. Maramures Grazie, buona giornata!

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