BOMBAY ROSE

BOMBAY ROSE
di Gitanjali Rao


Distribuito da Netflix oltre un anno dopo la sua presentazione originale a Venezia (nella Settimana internazionale della Critica), Bombay Rose – esordio nel lungometraggio della regista e animatrice Gitanjali Rao – è un originale esempio di animazione d’autore; un’opera che irretisce l’occhio e affabula, capace di coinvolgere nonostante la sua fattura composita e il mosaico di storie intrecciate che propone.

Una rosa multicolore

Qualche volta, tra i film d’animazione prodotti al di fuori si Stati Uniti e Giappone, e in qualche modo distribuiti alle nostre latitudini, capita di trovare qualcosa di originale. È capitato, nell’ultimo decennio, coi francesi Un gatto a Parigi (2010) e Phantom Boy (2015) di Jean-Loup Felicioli e Alain Gagnol, e col franco/danese Sasha e il Polo Nord (2015) di Rémi Chayé; ed è capitato – e questo è un elemento che fa ben sperare per il genere nostrano – con l’italiano Gatta Cenerentola (2017) diretto dal team formato da Alessandro Rak, Dario Sansone, Ivan Cappiello e Marino Guarnieri. Ora, grazie a Netflix, i riflettori si accendono sull’animazione indiana; e lo fanno tramite il recupero di un’opera interessante e inusuale, interna ai canoni della cinematografia in cui vive (quella di Bollywood) eppure originale nel suo modo di maneggiarli, capace di essere al contempo classica e assolutamente moderna nella “messa in scena”. Un film, questo Bombay Rose – esordio nel lungometraggio della regista e animatrice Gitanjali Rao – già presentato nella Settimana Internazionale della Critica della Mostra del Cinema di Venezia 2019, nonché nella sezione Contemporary World Cinema del Festival di Toronto dello stesso anno.

Il volto cangiante della metropoli
Bombay Rose recensione

Bombay Rose mette in scena una Mumbai moderna caotica e multicolore, in cui vecchio e nuovo convivono, in cui le generazioni più anziane si confrontano con le mutate esigenze del nuovo tessuto sociale, e in cui l’apparente libertà deve fare i conti con uno stigma sociale – risultato della divisione in caste e delle mai sopite tensioni religiose – ancora più che attuale. In questo panorama si muovono una serie di personaggi, ognuno con la sua storia più o meno dolorosa: la giovane Kamala, nipote di un burbero ma abilissimo orologiaio, che di giorno lavora per mantenere la sua sorellina e di notte si esibisce in un locale di danza del ventre; il venditore di fiori della bottega dall’altra parte della strada, proveniente da una famiglia musulmana che è stata sterminata nel suo villaggio natale, segretamente innamorato della ragazza ma restio ad avvicinarla a causa della diversità di religione; un ragazzino sordomuto, impiegato clandestinamente in un negozio e per questo braccato dalla polizia locale, che trova rifugio nella bottega del nonno di Kamala; una vecchia attrice di Bollywood, che passa il tempo col suo gatto e con l’immaginario fantasma di un vecchio e irraggiungibile amore.

Il realismo magico animato
Bombay Rose recensione

È composita e volutamente frammentata, la narrazione di Bombay Rose, capace di costruire un mosaico con tante piccole storie intrecciate, mettendo in campo una sorta di “realismo magico” che sorprende e ammalia – grazie anche alla particolare fattura dell’animazione. La spietata realtà, quella dello sfruttamento del lavoro minorile e della mercificazione del corpo femminile, quella dei trafficanti di documenti falsi che promettono un futuro diverso altrove, quella della polizia che invece di combattere lo sfruttamento se la prende con gli sfruttati (bambini costretti a lavorare e, donne che si esibiscono clandestinamente nei locali notturni) viene mescolata senza soluzione di continuità al sogno, agli amori immaginati che si trasformano in alate creature mitologiche, alla fuga in canti e danze che sembrano usciti direttamente da un film proiettato nel cinema locale; solo che stavolta nessun bacio e nessuna scena d’amore vengono censurati. Il tono è agrodolce, ora lieve, ora pregno di angoscia, cangiante come lo scenario che dal bianco e nero vira rapidamente al colore, sostituendo pezzo per pezzo il passato col presente, la vita vissuta con quella (incerta) che i personaggi hanno ancora davanti a sé.

Un mosaico di suggestioni e influenze
Bombay Rose recensione

È un bene che, seppur a più di un anno di distanza, e seppur limitandosi solo al piccolo schermo (ma era naturale per un’opera targata Netflix), un film come Bombay Rose abbia infine trovato un canale distributivo; perché quello proposto da Gitanjali Rao è un modello di animazione d’autore tutto personale, capace di distanziarsi sia esteticamente, sia contenutisticamente, dai più celebrati esempi del genere statunitensi e del sud-est asiatico (ma anche da quello, più sobrio e compatto, di matrice europea). Nei racconti intrecciati del film di Rao si colgono echi della Nouvelle vague e degli amori problematici dei film di Eric Rohmer e François Truffaut, mescolati ai giochi (e capricci) del destino delle opere di Wong Kar-Wai, tra la memoria che trasfigura la realtà in sfrenate forme fantastiche, e il quotidiano che pretende di essere vissuto alle sue – spietate e apparentemente immutabili – regole. Il tutto, senza dimenticare che ci si sta rivolgendo (anche) al pubblico di Bollywood, che chiede e reclama danze e colori: e allora, perché non cogliere l’occasione per inserire nel film due personaggi provenienti proprio dal mondo del cinema, che diano una misura della distanza tra realtà e rappresentazione fittizia, ribadendo al contempo l’assoluta necessità di quest’ultima? Questo complesso di influenze viene gestito dalla regista in un insieme di storie che possono a tratti disorientare, ma che fanno dei 97 minuti del film un tempo denso e pregno di eventi, oltre che di suggestioni e tematiche.

Immergersi in un mondo

Non è un’opera “facile”, Bombay Rose: non lo è stato nella sua realizzazione (che ha comportato in tutto 18 mesi di lavorazione, con 60 animatori coinvolti) e non lo è, in un certo senso, neanche nella fruizione. nonostante la vicenda sia chiara e priva di vistose sbavature di scrittura. La fattura bidimensionale e artigianale dell’animazione, coi cromatismi che inevitabilmente catturano e irretiscono l’occhio, rischia a tratti di trasportare lo spettatore al di fuori dei confini del racconto, distogliendo il focus dell’attenzione dalla base comunque realistica e concreta della narrazione. Il film di Gitanjali Rao si fa ammirare nell’essenzialità del suo tratto, direttamente proporzionale alla complessità e ricchezza della scelta cromatica; lo fa chiedendo però che non ci si fermi alla superficie, che si vada oltre la confezione per cogliere le tante storie umane che lo popolano. Laddove questo piccolo sforzo, dal punto di vista spettatoriale, venga compiuto, si è ripagati in modo più che soddisfacente da un insieme di immagini, suoni e storie di grande complessità e suggestione.

Bombay Rose poster locandina

Titolo originale: Bombay Rose
Regia: Gitanjali Rao
Paese/anno: Francia, India, Qatar, Regno Unito / 2019
Durata: 93’
Genere: Animazione, Drammatico, Sentimentale
Cast: Amardeep Jha, Amit Deondi, Anurag Kashyap, Cyli Khare, Gargi Shitole, Geetanjali Kulkarni, Makrand Deshpande, Rajeev Raj, Shishir Sharma, Virendra Saxena
Sceneggiatura: Asad Hussain, Gitanjali Rao
Montaggio: Gitanjali Rao
Musiche: Cyli Khare, Yoav Rosenthal
Produttore: Anand Mahindra, Charlotte Uzu, Gitanjali Rao, Rohit Khattar, Serge Lalou
Casa di Produzione: Cinestaan Film Company, Goldfinch, Les Films d'ici
Distribuzione: Netflix

Data di uscita: 08/03/2021

Articoli correlati:

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *