SPERAVO DE MORÌ PRIMA

SPERAVO DE MORÌ PRIMA
di Luca Ribuoli
Autobiografia che non cerca mai l’agiografia, onesta nel suo carattere “schierato” eppure capace di offrire ai suoi spettatori generose dosi di (auto)ironia, Speravo de morì prima risulta coinvolgente, sicuramente in linea con la figura di Francesco Totti e col modo in cui questi si è sempre posto nei confronti dei media. Dal 19 marzo, a cadenza settimanale, su Sky Atlantic e Now TV.

Pupone o gladiatore?

Raccontare i simboli, in tutti i campi, non è compito da poco. Questo è ancor più vero se la cosa riguarda un settore, il calcio, che più di tutti nel nostro paese muove passioni, entusiasmi e rabbie, e laddove si parli di una città (la capitale) in cui questi ultimi sembrano elevati all’ennesima potenza, massimizzati da un approccio viscerale al tifo e a tutto ciò che questo comporta. Il compito diventa ancor più rischioso – e scottante – laddove ci si approcci a un simbolo recente, la cui storia non è stata ancora metabolizzata del tutto, e la cui biografia è ancora parzialmente da scrivere. Proprio da un libro (auto)biografico, intitolato significativamente Un capitano, prende spunto questo Speravo de morì prima, miniserie distribuita da Sky Atlantic dedicata agli ultimi anni da calciatore di Francesco Totti, bandiera della Roma e simbolo per un’intera città; un perfetto emblema di un certo modo – spontaneo e istintivo – di intendere la romanità, così come la militanza nella stessa Roma. Che il materiale fosse delicato da maneggiare lo sapeva sicuramente il regista Luca Ribuoli, che segue la traccia del libro e adotta fin da subito il punto di vista del calciatore, in special modo nel duro scontro che nell’ultimo anno di carriera lo ha visto contrapposto all’allenatore Luciano Spalletti.

L’autoironia dell’approccio
Speravo de morì prima recensione

Nonostante la “sacralità” del personaggio trattato, e nonostante i rischi che un soggetto del genere comportava – non ultimo quello di scontentare il diretto interessato, o gli altri personaggi ritratti – questo Speravo de morì prima mostra da subito un approccio chiaramente ironico e smitizzante alla materia trattata, assolutamente in linea col modo in cui lo stesso Francesco Totti si è sempre posto nei confronti dei media. La miniserie vuole raccontare un campione che si è appena (lentamente) avviato sul viale del tramonto; lo fa partendo dall’infortunio nella penultima stagione di carriera al rapido recupero, e all’incrocio della sua strada con una vecchia conoscenza, quel Luciano Spalletti che un decennio prima aveva contribuito a risultati importanti per la società (tra cui due piazzamenti al secondo posto e una Coppa Italia). Proprio sul nuovo incontro con Spalletti si concentra in particolare il primo episodio della miniserie di Luca Ribuoli, così come la prima parte del secondo: uno scontro che vede da un lato la resistenza di un uomo che ha dedicato la sua intera vita al mondo del calcio – e la sua difficoltà nell’accettare il trascorrere del tempo – dall’altro un tecnico ritratto, quasi sempre, come rancoroso e disonesto, capace (forse) di tornare in una città solo per saldare un vecchio conto. Nella diatriba che vide contrapposti Totti e Spalletti nella stagione 2016-2017, la miniserie di Ribuoli è chiaramente schierata col Capitano; ma questo, vista la sua origine autobiografica, non deve certo stupire.

Roma, uno sfondo vivo e pulsante
Speravo de morì prima recensione

Senza prendere nessuna posizione nella materia, ma riconoscendo altresì l’onestà intellettuale del prodotto – schierato, ma mai agiografico – ci sembra interessante notare come Speravo de morì prima riesca a raccontare un simbolo – e a evidenziare tutta la “pesantezza” del suo essere simbolo, in special modo nel rapporto con la città – mantenendo un tono lieve e ironico, con un umorismo a tratti surreale: si veda, a questo proposito, il flashback ambientato nel 1976, prima della nascita del campione, e quello relativo a pochi anni dopo, con un Totti respinto dai compagni con cui giocava perché, semplicemente, troppo bravo. La cronaca di vita spiccia si mescola e si confonde col consapevole ritratto autoironico, l’esigenza di accuratezza storica si concilia alla volontà di scherzare, smitizzare e desacralizzare; può darsi che qualche tifoso non gradisca questo approccio, ma va detto che quello scelto da Ribuoli e dai suoi sceneggiatori appare un tono efficace e vincente. Ci si diverte molto, e non potrebbe essere altrimenti laddove si mette in scena una figura di sportivo che ha fatto dell’autoironia una delle caratteristiche fondamentali del suo personaggio, eppure si colgono bene gli umori di Roma, pronta alternativamente a osannare e inveire, a baciare (letteralmente) il terreno deve camminano i calciatori, e poi a lanciar loro uova quando le cose vanno male. Il tono è quasi da commedia, ma il “dramma” di una città che sta per perdere uno dei suoi emblemi si coglie con molta chiarezza.

Interpretare, non imitare

Non abbiamo ancora parlato di colui che ha preso su di sé il peso dell’interpretazione del protagonista, ovvero Pietro Castellitto; il giovane attore offre una prova decisamente positiva nel ruolo del Capitano, non cercando mai la mimesi – le differenze nei lineamenti non vengono coperte da vistose quantità di trucco – ma altresì andando a scovare le movenze, le pause, i gesti e il tono di voce del personaggio, ritratto tra lavoro e famiglia, tra i suoi rapporti con lo Spalletti interpretato da Gianmarco Tognazzi e quelli con la Ilary di Greta Scarano e i con i genitori (rispettivamente Monica Guerritore e Giorgio Colangeli). Se lo Spalletti di Tognazzi, pur ottimamente reso dall’attore romano, soffre un po’ nella statura monodimensionale che gli conferisce la sceneggiatura, le cose vanno meglio per la Ilary della Scarano – “complemento” e supporto continuo per il protagonista, commento e contrappunto di ogni sua apparizione pubblica, e per i simpatici Guerritore e Colangeli, genitori dapprima fieri, poi via via sempre più apprensivi e preoccupati per la direzione che la carriera del campione sembra intraprendere. Speravo de morì prima ci sembra così ben ricercare (e in gran parte trovare) il giusto equilibrio tra il materiale per tifosi e le esigenze di oggettività di un biopic. Un obiettivo centrato abbastanza agevolmente.

Speravo de morì prima poster locandina

Titolo originale: Speravo de morì prima
Regia: Luca Ribuoli
Paese/anno: Italia / 2021
Genere: Commedia, Drammatico, Sportivo
Cast: Antonello Fassari, Ascanio Balbo, Corrado Guzzanti, Gabriel Montesi, Gianmarco Tognazzi, Giorgio Colangeli, Greta Scarano, Luca Della Bianca, Marco Rossetti, Massimo De Santis, Monica Guerritore, Natale Stefani, Pietro Castellitto, Roberto Zibetti
Sceneggiatura: Maurizio Careddu, Michele Astori, Stefano Bises
Montaggio: Pietro Morana
Musiche: Nicola Tescari
Produttore: Lorenzo Gangarossa, Mario Gianani, Virginia Valsecchi
Casa di Produzione: Capri Entertainment, Kwaï, The New Life Company, Wildside
Distribuzione: Fremantle Media, Sky Atlantic

Data di uscita: 19/03/2021

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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