ARMY OF THE DEAD

ARMY OF THE DEAD
di Zack Snyder


Epigono di un filone, lo zombie-movie, in cui ormai quasi tutto è stato detto, Army of the Dead sceglie la strada della contaminazione e dell’ibridazione; il film di Zack Snyder ha il pregio di non nascondere mai la sua natura ludica, pur laddove qualche lungaggine e una durata forse eccessiva (148 minuti) compromettono in parte il risultato finale. Su Netflix.

Viva Las Vegas

Da tempo il cosiddetto zombie-movie ha rinunciato all’ambizione di far paura, almeno nel senso più stretto del termine. I tanti imitatori del capostipite La notte dei morti viventi di George A. Romero (e degli altri episodi della saga di Romero) hanno progressivamente abbandonato la repulsione del “ritornante” come incarnazione della morte stessa, spostando l’attenzione sul coté post-apocalittico che generalmente si accompagna al genere, o su derive autoironiche e consapevolmente umoristiche. Lo stesso substrato sociale che pervadeva i film del compianto regista americano è stato progressivamente annacquato dalle produzioni successive, diventando esso stesso, in un certo senso, un cliché: laddove qualcuno ha tentato di riproporne tal quali le basi (vedi Jim Jarmusch col suo I morti non muoiono) la formula ha mostrato chiaramente la corda. Di tutto questo sembrava essere ben consapevole Zack Snyder quando ha girato questo Army of the Dead, che infatti non guarda a Romero se non indirettamente. Il film Netflix interpretato (tra gli altri) da Dave Bautista, Matthias Schweighöfer e Tig Notaro rinuncia da subito a qualsiasi velleità di spaccato sociale, o anche al semplice tentativo di fare degli zombie (di nuovo) creature spaventose; giocando con l’accumulo e la moltiplicazione, il film di Snyder rivela infatti immediatamente la sua caratura di giocoso action, contaminando il genere con l’heist movie e con suggestioni carpenteriane, pur non rinunciando ad abbondanti dosi di splatter.

Colpo milionario nella città infestata
Army of the Dead recensione

Il plot di Army of the Dead è semplice, diremmo essenziale: dopo un’epidemia-zombie provocata da un’arma sfuggita all’esercito, che ha contaminato praticamente tutti gli abitanti di Las Vegas, il governo americano ha deciso di distruggere la città con una bomba atomica. In questo contesto, il proprietario di un grande casinò in città, Bly Tanaka (Hiroyuki Sanada) assume l’ex mercenario Scott Ward (Dave Bautista) per una pericolosa missione: penetrare nel casinò infestato, scendere nel caveau e recuperare i 200 milioni di dollari ivi custoditi, prima che la città venga rasa al suolo. Scott dovrà così mettere insieme una squadra che comprenda, tra gli altri, una pilota di elicottero (Tig Notaro) e un esperto scassinatore (Matthias Schweighöfer), oltre ad alcuni membri del suo vecchio team e al cecchino Mikey Guzman (Raúl Castillo). Al gruppo si unirà, contro la volontà di Scott, anche sua figlia Kate (Ella Purnell), volontaria in un campo di quarantena ai confini della città, decisa a recuperare una ragazza finita nel bel mezzo della zona infestata.

Zombie 2.0
Army of the Dead recensione

Mostra da subito le sue intenzioni, Army of the Dead, con titoli di testa che descrivono, con l’ironico contrappunto delle note di Viva Las Vegas, l’attacco dei morti viventi alla città, con l’uccisione o la contaminazione di gran parte dei suoi abitanti, introducendo inoltre alcuni dei protagonisti – tra cui il soldato interpretato da Bautista e i suoi compagni. Snyder gioca qui coi ralenty e con gli effetti gore, delimitando da subito la città (anche fisicamente) e facendone territorio off-limits, una zona franca con chiari riferimenti alla New York di 1997: Fuga da New York. Gli stessi zombie, come scopriremo presto, si rivelano capaci di organizzazione e di un rudimento di struttura sociale: gli alpha, quelli più evoluti, dominano sulla città e ne decidono le sorti, guidati dal leader Zeus e dalla sua compagna Queen. Proprio questa evoluzione della figura dello zombie (pur non del tutto nuova: Romero aveva già fatto qualcosa di simile in La terra dei morti viventi) permette al regista di limitare ancor più il cotè puramente horror del film, mostrando nemici capaci di organizzarsi, con cui qualche volta si rivelerà necessario persino scendere a patti. Dall’apocalisse su vasta scala tipicamente mostrata nel genere, Snyder concentra l’azione in un territorio circoscritto (il casinò e i suoi immediati dintorni), rovesciando la logica dell’assedio, anch’essa tipica del filone, in una missione che vede i protagonisti nel ruolo di assalitori anziché di assaliti.

Un regista fedele a se stesso
Army of the Dead recensione

Army of the Dead è un po’ un compendio del cinema di Zack Snyder, e in particolare del suo modo di interpretare l’action movie: c’è un largo uso del digitale, pur non rinunciando il regista alla fisicità dell’azione, c’è una ricercata ironia (specie nella scelta della colonna sonora, che fa sempre piacevolmente da contrappunto alle immagini, tutta incentrata su composizioni folk-rock di taglio classico), c’è la voglia di mescolare i generi e di portare certa estetica “fumettistica” – pur laddove la fonte, come in questo caso, non sia un fumetto – sullo schermo. Citazioni e riferimenti si sprecano, dal già citato 1997: Fuga da New York a Trappola di cristallo, per risalire fino a Quella sporca dozzina e al suo moderno epigono, la saga de I mercenari – The Expendables. Rispetto alla sua precedente incursione nel genere (il suo esordio del 2004, L’alba dei morti viventi, remake del romeriano Zombi) il regista si disinteressa ancor più della filologia, facendo dei morti viventi un elemento funzionale alla costruzione di un “giocattolo” cinematografico che si divora con gli occhi, tanto visivamente ricco quanto inevitabilmente effimero. Il ritmo è sostenuto, ma il film impiega forse troppo a entrare nel vivo dell’azione: paradossalmente, i 148 minuti di durata non riescono a garantire un’adeguata costruzione dei personaggi, figurine predestinate a turno a essere semplicemente autori o oggetto della mattanza. C’è il tentativo di costruire un sottotesto familiare melò col personaggio di Bautista e quello di sua figlia, ma lo script affronta il tema decisamente tardi e senza convinzione.

Promesse mantenute
Army of the Dead recensione

Army of the Dead, nella sua natura dichiaratamente ludica, ha comunque il pregio di non prendersi mai davvero sul serio, offrendo uno spettacolo visivamente di buon livello – frutto dell’indubbia perizia del regista, qui anche direttore della fotografia, e di un gusto estetico che non è mai venuto meno negli anni – senza mai nascondere, ma anzi esibendo fieramente, i suoi riferimenti. Il film di Snyder poteva probabilmente essere sfoltito un po’ quanto a durata – e parallelamente poteva definire meglio alcuni dei suoi subplot: ma sono limiti a cui non si fa caso più di tanto, presi dal bailamme del testosterone e dell’emoglobina abbondantemente sparsi nella storia. Laddove si volesse un film di Zack Snyder con una sceneggiatura davvero convincente, sarebbe il caso di tornare a Watchmen o a 300, o anche (in parte) al recente Zack Snyder’s Justice League; qui, siamo in un territorio decisamente (ed esplicitamente) più ludico, che non ha l’ambizione di lasciare un segno nella storia del cinema, e neanche in quella di un sottogenere – lo zombie-movie – in cui ormai tanto è stato detto, e che forse può essere tenuto in vita solo da ibridazione e contaminazione.

Army of the Dead poster locandina

Titolo originale: Army of the Dead
Regia: Zack Snyder
Paese/anno: Stati Uniti / 2021
Durata: 148’
Genere: Azione, Horror
Cast: Ana de la Reguera, Dave Bautista, Ella Purnell, Garret Dillahunt, Hiroyuki Sanada, Huma Qureshi, Matthias Schweighöfer, Michael Cassidy, Nora Arnezeder, Omari Hardwick, Raúl Castillo, Richard Cetrone, Samantha Win, Theo Rossi, Tig Notaro
Sceneggiatura: Joby Harold, Shay Hatten, Zack Snyder
Fotografia: Zack Snyder
Montaggio: Dody Dorn
Musiche: Tom Holkenboro
Produttore: Deborah Snyder, Misha Bukowski, Wesley Coller, Zack Snyder
Casa di Produzione: The Stone Quarry
Distribuzione: Netflix

Data di uscita: 21/05/2021

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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