IL DIVIN CODINO

IL DIVIN CODINO
di Letizia Lamartire


La regista Letizia Lamartire sceglie il minutaggio più ridotto (un’ora e mezza) per raccontare la carriera di Roberto Baggio; il risultato è Il Divin Codino, un film che si adegua alle sue dimensioni (di durata e produttive) e mette in scena con efficacia tre momenti topici della vita e del percorso sportivo dell’uomo. Un risultato inevitabilmente non perfetto, ma equilibrato e non banale nella trattazione. Su Netflix.

L'icona fragile

Raccontare in un’ora e mezza la carriera (e una buona fetta della vita privata) di un atleta come Roberto Baggio, era un’impresa pressoché impossibile. Di questo doveva essere ben consapevole la regista Letizia Lamartire – al suo attivo il film Saremo giovani e bellissimi e le ultime due stagioni della serie Baby – quando ha diretto questo Il Divin Codino. Il titolo sembra restituire una visione iconica, ben consolidata da un suo “marchio” inconfondibile, dell’immagine del calciatore; una visione che tuttavia può essere in parte fuorviante. Il film targato Mediaset e Netflix infatti, produzione dal taglio medio-piccolo, punta intelligentemente a raccontare – principalmente – la dimensione privata del calciatore – interpretato benissimo da Andrea Arcangeli – insieme al suo vissuto psicologico, concentrandosi su tre momenti topici della sua carriera e facendo interagire l’uomo con l’icona. Il film della Lamartire, sceneggiato da Ludovica Rampoldi e Stefano Sardo (già autori del trittico costituito dalle serie 1992, 1993 e 1994), riesce anzi a restituire un’immagine abbastanza complessa del personaggio, schivo eppure costantemente alla ricerca del rapporto col pubblico, sicuro di sé nei suoi rapporti con gli allenatori quanto intimamente fragile.

Le cadute e risalite di una carriera unica
Il Divin Codino recensione

Dopo un esplicito montaggio di flashback/flashforward, che giustappone un episodio-chiave della carriera di Baggio col gioco solitario di un bambino, Il Divin Codino inizia nel 1985, col giovane calciatore in forza al Vicenza, dove viene già considerato la più interessante promessa del calcio italiano. Qui, seguiamo la sua rapida ascesa, l’acquisto da parte della Fiorentina e il primo grave infortunio di una carriera tanto memorabile quanto, per molti versi, sfortunata. Ma sotto la lente d’ingrandimento della regista c’è anche, da subito, il difficile rapporto del giovane Baggio col padre Florindo (interpretato da un burbero ed efficace Andrea Pennacchi), le incertezze e la sofferenza seguite all’infortunio, la scoperta tanto discussa del buddismo grazie all’amico proprietario di un negozio di dischi (col volto di Riccardo Goretti), che successivamente diverrà il suo manager. Si passa poi al 1994, ai Mondiali americani iniziati in salita, al complicato rapporto con Arrigo Sacchi (interpretato da Antonio Zavatteri) e a quel sogno brutalmente interrotto da un rigore finito sopra la traversa. Altro salto di sei anni e siamo nel 2000, con un Baggio incredibilmente disoccupato che trova infine casa nel Brescia di Carletto Mazzone (a cui dà il volto Martufello), e si pone l’obiettivo di partecipare ai Mondiali del 2002.

Una promessa mai dimenticata
Il Divin Codino recensione

Pur nella fragilità forse inevitabile della sua struttura – una fragilità che, facendo un discorso di meta-cinema, potremmo sovrapporre a quella del suo protagonista – Il Divin Codino vive di palpiti, di un’emozione che viene centellinata e fatta esplodere in singole sequenze, di un sentire che punta in modo esplicito all’adesione a quello del protagonista. Il film ha il filtro dello sguardo di un ragazzo che cresce, matura, acquisisce consensi e successo, ma non smette di vivere l’inquietudine di un affetto apparentemente incompleto, quello di suo padre Florindo. Proprio nel rapporto tra il protagonista e quest’ultimo sta il vero cuore del film, e il motivo trasversale che attraversa i tre periodi presi in esame; il tutto a partire da una promessa fatta da un Roberto bambino a un addolorato Florindo davanti alla finale dei Mondiali del 1970, quella di regalare al genitore la gioia della vittoria di una Coppa del Mondo. Proprio da quella promessa rimossa dalla mente dell’adulto, ma nondimeno introiettata e presa come un impegno solenne, nasce lo sprone a una carriera memorabile, fatta di cadute e risalite, che ha sempre supplito con l’amore del pubblico a contingenze sfortunate e a traguardi solo sfiorati. Un motivo, quello del rapporto tra i due personaggi, che offrirà persino un “twist” finale, ma che la sceneggiatura è capace di far evolvere in modo sfaccettato e credibile.

Più fuori che dentro il campo
Il Divin Codino recensione

A differenza di produzioni più corpose (un esempio tra tutte, la recente serie Sky Speravo de morì prima, dedicata a Francesco Totti) Il Divin Codino sceglie di limitare all’essenziale la messa in scena dei match, facendo un efficace lavoro di montaggio tra le immagini di repertorio e quelle ricostruite. In questi frangenti, il protagonista è quasi sempre ripreso con la maglia azzurra, con la parziale eccezione della parentesi bresciana; una scelta che ben rappresenta l’essenza di un personaggio che non è stato mai identificato con una singola squadra, ma eletto piuttosto a patrimonio sportivo di un intero paese. Andrea Arcangeli fa in questo un lavoro notevole, restituendo bene le movenze e le espressioni (a volte fatte di uno sguardo impenetrabile) della figura di Baggio, riuscendo – e non era scontato – a riprodurre l’arco di vita di un personaggio lungo ventidue anni di storia. Le diverse fasi storiche in cui la vicenda si svolge sono accompagnate da commenti musicali di volta in volta in linea coi relativi periodi; si va dagli Smashing Pumpkins alla malinconica Paradise di Bruce Springsteen, suggello di un sogno sfumato e di un riscatto comunque, in un modo o nell’altro, raggiunto. La limitazione così marcata delle sequenze calcistiche potrebbe lasciare perplessi alcuni spettatori, così come la scelta del minutaggio e le conseguenti ellissi: sia quelle, importanti e fisiologiche, che segnano i tre periodi messi in scena dal film, sia quelle interne agli stessi, certamente più discutibili. Alcuni personaggi a cui voleva essere data una certa rilevanza, prima tra tutti la moglie del protagonista interpretata da Valentina Bellè, non emergono come forse sarebbe stato lecito sperare; ma si tratta di limiti, anche in questo caso, in qualche modo fisiologici alla dimensione scelta. Il Divin Codino ha il suo peculiare modo di arrivare al pubblico, scegliendo la semplicità ma evitando il semplicismo, facendo un lavoro di sintesi che non banalizza la figura dell’uomo, restituendone anzi con efficacia le diverse dimensioni.

Il Divin Codino poster locandina

Titolo originale: Il Divin Codino
Regia: Letizia Lamartire
Paese/anno: Italia / 2021
Durata: 91’
Genere: Biografico, Drammatico, Sportivo
Cast: Andrea Arcangeli, Andrea Pennacchi, Anna Ferruzzo, Antonio Zavatteri, Beppe Rosso, Fabrizio Maturani, Marc Clotet, Riccardo Goretti, Roberto Turchetta, Thomas Trabacchi, Valentina Bellè
Sceneggiatura: Ludovica Rampoldi, Stefano Sardo
Fotografia: Benjamin Maier
Montaggio: Pietro Morana
Musiche: Matteo Buzzanca
Produttore: Marco De Angelis, Nicola De Angelis
Casa di Produzione: Fabula Pictures, Mediaset, Netflix
Distribuzione: Netflix

Data di uscita: 26/05/2021

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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