SWEET TOOTH

SWEET TOOTH
di Alexis Ostrander, Jim Mickle, Robyn Grace, Toa Fraser


Trasposizione televisiva di un fumetto di Jeff Lemire, produzione sospesa tra fantasy e fantascienza post-apocalittica, Sweet Tooth offre un ottimo intrattenimento di genere, pur sfumando i caratteri più cupi della storia originale e concentrando il racconto (soprattutto) sul viaggio e sulla crescita del giovane protagonista. Su Netflix.

Una fiaba post-apocalittica

Dopo The Umbrella Academy e la poco fortunata Jupiter’s Legacy, Netflix continua ad attingere (anche) all’universo fumettistico per la sua produzione seriale. Stavolta, il progetto sembra più elaborato e di ampio respiro rispetto alla recente serie di Mark Millar, rapidamente cancellata dal colosso dello streaming dopo una sola stagione; e anche le prime reazioni da parte della critica sembrano essere decisamente più positive. L’ispirazione, qui, è un fumetto targato DC dell’autore canadese Jeff Lemire, pubblicato tra il 2009 e il 2012; una storia che è stata riadattata e resa meno cupa rispetto a quella originale, con l’evidente intento di andare incontro a un pubblico il più possibile trasversale. Pur trattando di una pandemia che ha quasi sterminato l’umanità, in un setting dal forte sapore post-apocalittico, Sweet Tooth ha infatti una componente solare e fiabesca – con parentesi da commedia alternate ad altre da racconto di viaggio e di formazione – che è abbastanza evidente fin dai primi episodi. L’espediente della voce fuori campo di James Brolin alimenta ancor più il carattere fiabesco della narrazione, articolata intorno alle avventure di un ragazzino di nome Gus, che vaga per gli Stati Uniti alla scoperta delle sue origini.

Il Grande Crollo e la nuova umanità
Sweet Tooth recensione

Nel plot, il morbo che ha decimato gli esseri umani, chiamato Grande Crollo, è stato accompagnato dalla nascita di una particolare specie di bambini ibridi, per metà umani e per metà animali; tra questi c’è il piccolo Gus (interpretato dal giovanissimo attore Christian Convery), bambino cervo cresciuto nei boschi con suo padre Pubba (Will Forte), lontano dalla montante anarchia che sta sostituendo la civilizzazione. Gli ibridi sono oggetto della repulsione della maggior parte dell’umanità superstite, che li ritiene responsabili della pandemia; gruppi paramilitari, chiamati gli Ultimi Uomini, cacciano e uccidono i piccoli uomini animale, costretti a vivere nascosti. Un giorno, Gus si imbatte in un gruppo di cacciatori che riescono a catturarlo, ma viene salvato dal vagabondo Jepperd (Nonso Anozie); il ragazzino, che ha scoperto che sua madre è probabilmente viva ed è in Colorado, decide di andarla a cercare e di farsi accompagnare da Jepperd nel lungo viaggio. Nel frattempo, lontano dai due, una donna di nome Aimee (Dania Ramirez) ha creato un rifugio sicuro per gli ibridi, mentre un medico, Aditya (Adeel Akhtar) è vicino alla scoperta di una possibile cura per il virus.

Le dimensioni del racconto
Sweet Tooth recensione

Sono più d’una, le storyline di Sweet Tooth, per una narrazione articolata che intuiamo ben presto non sarà esaurita nella dimensione di questi otto episodi. Quello di Netflix e dello showrunner Jim Mickle (passato agevolmente dall’horror dei suoi esordi a una dimensione a metà tra il fantasy e la fantascienza) è un progetto di ampio respiro, che riposa su un materiale di base abbastanza ricco di suo – il fumetto originale di Lemire, da cui comunque la storia si allontana presto significativamente – e con universo ancora in gran parte da esplorare. Non è tuttavia puramente introduttiva, la prima stagione di Sweet Tooth, che offre di suo una narrazione densa, ricca di eventi, ben calibrata e dettagliata nella descrizione dei suoi personaggi principali; tra questi, particolarmente interessante è l’evoluzione del Jepperd interpretato da Anozie, ex Ultimo Uomo dal cinismo solo apparente, il cui rapporto col piccolo protagonista assume tratti insieme delicati e realistici. La dimensione avventurosa e di “romanzo di formazione” della storia non esclude parentesi più cupe, pur centellinate e diluite negli otto episodi; il villain principale col volto di Neil Sandilands è ancora in gran parte da esplorare, mentre il subplot con al centro la comunità del medico Aditya offre un paio di sequenze dalla notevole carica di inquietudine.

Il tono e l’ottica della storia
Sweet Tooth recensione

Qualche spettatore potrebbe non apprezzare del tutto, in Sweet Tooth, l’allontanamento della storia dai canoni più cupi del genere post-apocalittico e la sua prevalente impostazione fantasy, che la discostano da esempi pure presi a modello dall’opera originale, quali i romanzi L’ombra dello scorpione e La strada. Concentrando il racconto soprattutto sul viaggio di Gus e Jepperd, contrappuntato da composizioni folk-rock che ben danno l’idea del carattere on the road della storia e del suo radicamento in un’epica da racconto classico americano, Jim Mickle sfuma – o forse rimanda alla prossima tranche di episodi – gli aspetti potenzialmente più violenti e foschi della vicenda; lo fa mostrando solo scorci (pur di loro abbastanza inquietanti) di un mondo in disfacimento, tendendo a sovrapporre il suo sguardo con quello giovane, colmo di meraviglia e voglia di scoperta del mondo, del piccolo protagonista. Tuttavia, la dinamica regia di gran parte degli episodi (quattro dei quali diretti dallo stesso Mickle) e una sceneggiatura compatta e priva di cali di tensione, fanno in modo che Sweet Tooth funzioni molto bene come macchina di intrattenimento, alternando in modo equilibrato mood avventuroso, parentesi da commedia e qualche dosato brivido. Si apprezza molto, nella seconda metà della serie, il riferimento esplicito a un classico come Il signore delle mosche, propedeutico all’inserimento di un personaggio (la giovane Bear interpretata da Stefania LaVie Owen) dal potenziale ancora tutto da esplorare. E da esplorare risulta anche, in gran parte, il mondo creato da Jeff Lemire, per una nuova tranche di episodi che necessariamente dovrà dare più spazio agli archi narrativi dei personaggi secondari, qui un po’ compressi – ma la cosa non disturba più di tanto – in favore di quello del giovane protagonista.

Sweet Tooth poster locandina

Titolo originale: Sweet Tooth
Regia: Alexis Ostrander, Jim Mickle, Robyn Grace, Toa Fraser
Paese/anno: Stati Uniti / 2021
Genere: Avventura, Fantascienza, Fantasy
Cast: Adeel Akhtar, Aliza Vellani, Amy Seimetz, Christian Convery, Conan Hayes, Dallas Barnett, Dania Ramirez, James Brolin, Mia Artemis, Naledi Murray, Neil Sandilands, Nonso Anozie, Sarah Peirse, Stefania LaVie Owen, Will Forte
Sceneggiatura: Beth Schwartz, Christina Ham, Daniel Stewart, Haley Harris, Jim Mickle, Justin Boyd, Michael R. Perry, Noah Griffith
Fotografia: Aaron Morton
Montaggio: Michael Berenbaum, Shawn Paper
Musiche: Jeff Grace
Produttore: Christina Ham, Evan Moore, John Myrick, Melanie Turner, Michael Berenbaum
Casa di Produzione: DC Entertainment, Netflix, Team Downey, Warner Bros. Television
Distribuzione: Netflix

Data di uscita: 04/05/2021

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Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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