DIABOLIK

DIABOLIK

Tra i film italiani più attesi dell’ormai concluso 2021, il Diabolik dei Manetti Bros. conferma l’alto artigianato dei due registi, che tuttavia paiono sacrificare, qui, un po’ della loro usuale inventiva. Giocano sul sicuro e portano a casa il risultato, i Manetti, reverenti per il soggetto: ma forse si poteva osare un tantino di più.

Un "furto" d'autore

Insieme a Freaks Out di Gabriele Mainetti, opera che ne condivide anche il destino distributivo (rimandato di un anno a causa del Covid-19) il Diabolik dei Manetti Bros. era sicuramente il film italiano più atteso di questo ormai terminato 2021. Un film che scontava da una parte le aspettative dei fan del fumetto, iconico per più di una generazione di lettori e capace di cristallizzarsi immediatamente nell’immaginario collettivo, e dall’altra il ricordo del precedente adattamento di Mario Bava, geniale quanto infedele, figlio dei suoi tempi ma mai dimenticato dai cultori del nostrano cinema di genere (e non solo). Marco e Antonio Manetti, ormai da oltre un ventennio alfieri di un cinema popolare cronicamente in affanno, ma mai completamente affossato, sembravano le personalità più adatte per riportare sullo schermo lo spietato e affascinante ladro creato dalle sorelle Giussani, la sua ammaliante compagna Eva Kant e l’infaticabile nemico Ginko, ispettore di polizia del fittizio stato di Clerville. In più, un attore come Luca Marinelli appariva come il volto ideale per dar vita a una figura in parti uguali inquietante e magnetica, incarnazione di un’anarchia per cui parteggiare in un periodo (quello degli anni ‘60) in cui la società italiana tutta era attraversata da fermenti di cambiamento, inevitabilmente riverberanti nell’arte di consumo. La nuova vita sullo schermo di Diabolik, a prescindere dal risultato, sarebbe stata comunque degna di attenzione.

I sixties prendono vita

Diabolik (2021)

Il film dei Manetti Bros., come esplicitamente ricordato nei titoli di coda, trae ispirazione soprattutto dal terzo albo della serie storica di Diabolik, che racconta l’incontro del personaggio con Eva Kant, il suo arresto e la sua fuga. Scegliendo fin da subito la fedeltà non solo allo spirito, ma anche alla lettera del soggetto originale, Marco e Antonio Manetti – insieme al co-sceneggiatore Michelangelo La Neve – mantengono l’ambientazione nei sixties, sottolineata fin dal primo fotogramma da una scelta scenografica che richiama le architetture urbane di quegli anni (rese soprattutto in esterni milanesi) nonché da una fotografia digitale che simula efficacemente la grana del 35mm.

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Le stesse musiche composte dagli habitué (per i registi) Pivio e Aldo De Scalzi, ma anche la canzone iniziale di un Manuel Agnelli in versione solista, sottolineano il mood che rifà il verso (in tutto) a quegli anni: come gli stessi registi hanno sottolineato, Diabolik non è tanto un film sugli anni ‘60, quanto soprattutto un film che vuole essere girato come se si fosse in quel decennio. E in questo, lo diciamo subito, l’operazione dei due fratelli può dirsi pienamente riuscita: perché, dei sixties, il loro film ricrea estetica e feeling con mestiere e consapevolezza. Dimostrano di conoscere il cinema di quel decennio, i Manetti, ma anche i fumetti, la musica e i simboli: oltre, ovviamente, al personaggio di Diabolik. Una buona premessa, ma in fondo tutt’altro che inimmaginabile.

Artigianati a confronto

Diabolik (2021)

Com’è stato sottolineato da qualcuno durante la sua presentazione alla stampa, Diabolik è un film che “sorprende nel suo non sorprendere”: perché, laddove i Manetti ci avevano finora abituato a un taglio di regia molto personale, capace di attraversare i generi con uno sguardo che (almeno in parte) li destrutturava, qui optano invece per la fedeltà filologica. Per la classicità, cioè, innanzitutto di approccio e modo di narrare. Viene inevitabile, almeno a chi mastica un minino il cinema italiano oltre ai fumetti, fare il paragone col film omonimo del 1968 di Mario Bava, interpretato da John Philllip Law: e i due approcci, va detto, divergono completamente, al punto che pare non si tratti neanche dello stesso soggetto. Bava, che demoliva e ricostruiva tutto il materiale su cui si trovava a lavorare (compreso, in un certo senso, il suo stesso cinema) aveva diretto un’opera anarchica e pop, ubriacante nelle forme e nei colori com’era d’uopo in quegli anni, di un kitsch consapevole e caratterizzata da un voluto, e autoironico, spezzettamento narrativo. Questo nuovo Diabolik, a cominciare dalla confezione, è invece decisamente più compatto e filologicamente fedele alla fonte originale: più sobrio pur nella sua ricercata natura pop (i colori, in linea col bianco e nero dei fumetti, tendono al grigio e al beige), più legato a quella mitologia noir – soprattutto cinematografica – di cui il fumetto stesso si nutriva. Artigianato, insomma, e pur sempre alto: ma più vicino a quello di un Umberto Lenzi o di un Sergio Martino (se vogliamo giocare ai – forzati – paragoni) che a quello libero e inventivo di Mario Bava.

Un consapevole sacrificio

Diabolik (2021)

E in questa peculiarità, in questa scelta di campo prima che di atmosfere, il film dei Manetti trova forse il suo principale limite. Fedeli alla lettera dell’opera originale, fedeli anche al suo cuore (che però era intimamente legato al suo periodo di realizzazione), fedeli alle modalità espressive del mezzo – con inquadrature che a volte paiono tavole disegnate, e una recitazione (specie il Ginko di Valerio Mastandrea) spesso sopra le righe e “fumettistica” – i talentuosi registi finiscono per sacrificare parte della loro inventiva. Ci si diverte, in Diabolik, a tratti anche molto, si sta al gioco delle maschere sollevate e degli improbabili travestimenti del personaggio, delle impossibili svolte di trama, dei flashback volutamente didascalici e degli split-screen gradevolmente superflui: si gode della glacialità esibita di Marinelli, del fascino noir d’antan di Miriam Leone, e persino del breve, “virtuale” ruolo di Claudia Gerini (di cui evitiamo di rivelare i contorni). Il film scorre e intrattiene, e bene, a dispetto di una durata che forse poteva essere accorciata di 10-15 minuti senza far perdere granché alla trama; e ammalia coi morbidi piani sequenza a esaltare ambienti urbani che urlano la loro natura kitsh, nonché con alcune trovate registiche ai confini dell’horror (l’inconsapevole compagna del personaggio interpretata da Serena Rossi, e la sua scoperta). Tuttavia, resta il ricordo dei Manetti Bros. di Song’e Napule e Ammore e malavita, e non si può non pensare che, qui, i due registi abbiano sacrificato più di qualcosa della loro solita, genuina inventiva. Tra fedeltà “di mestiere” (e un po’ di maniera) e calcolato rischio di tradimento, i due fratelli hanno scelto con decisione la prima opzione. Una via di mezzo era possibile? Probabilmente sì. Sarà per la prossima volta. Chissà, forse per gli annunciati e già sicuri sequel.

Diabolik (2021)

Scheda

Titolo originale: Diabolik
Regia: Marco Manetti, Antonio Manetti
Paese/anno: Italia / 2021
Durata: 133’
Genere: Azione, Thriller
Cast: Alessandro Roja, Antonino Iuorio, Antonio Scarpa, Claudia Gerini, Francesca Nerozzi, Francesco Colombati, Gio James Bertoia, Guglielmo Favilla, John Sehil, Lorenzo Pedrotti, Luca Di Giovanni, Luca Marinelli, Miriam Leone, Serena Rossi, Stefano Pesce, Valerio Mastandrea, Vanessa Scalera
Sceneggiatura: Michelangelo La Neve, Antonio Manetti, Marco Manetti
Fotografia: Francesca Amitrano
Montaggio: Federico Maria Maneschi
Musiche: Aldo De Scalzi, Pivio
Produttore: Paolo Del Brocco, Carlo Macchitella, Marco Manetti, Antonio Manetti
Casa di Produzione: Rai Cinema, Mompracem, Astorina
Distribuzione: 01 Distribution

Data di uscita: 16/12/2021

Trailer

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Marco Minniti
Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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