DIABOLIK

DIABOLIK

Col nuovo adattamento dei Manetti Bros. appena arrivato in sala, urge un nuovo sguardo sull’”infedele” e geniale Diabolik portato a suo tempo sullo schermo da Mario Bava: un’opera anticipatrice di cinema e tendenze estetiche che verranno, anarchica tanto nel cotè visivo, quanto nella (non) etica che, un po' sornionamente, esprime.

Un “furto” seminale

Siamo nel 1968, e il cinema di Mario Bava, già tra i più rappresentativi esponenti della cinematografia di genere italiana, è reduce dagli alimentari I coltelli del vendicatore e Le spie che vengono dal semifreddo (entrambi del 1966), che a loro volta avevano seguito le folgoranti visioni horror di Terrore nello spazio (1965) e Operazione paura (1966). Per il cinema del regista era alle porte una svolta, di carattere esplicitamente e volutamente “pop”: una svolta che si sarebbe poi ulteriormente espressa nel successivo, atipico “giallo” 5 bambole per la luna d’agosto (1970). Eppure, quella svolta è già tutta nel Diabolik del 1968, primo adattamento cinematografico del fumetto creato sei anni prima dalle sorelle Angela e Luciana Giussani: sulla carta un soggetto anch’esso alimentare, voluto dal produttore Dino De Laurentiis, e con Bava subentrato all’inizialmente designato Tonino Cervi su segnalazione del (futuro) collega Corrado Farina. Eppure, il regista sanremese riusciva qui a trasformare quello che poteva (e forse doveva) essere un adattamento “standard” di un fumetto di successo, in una delle sue opere più personali e riuscite. Un’opera a cui forse soprattutto oggi, di fronte al fedele e un po’ asettico secondo adattamento del fumetto per opera dei Manetti Bros., è d’uopo tornare.

Un visionario pretesto

Diabolik (1968) recensione

La trama del Diabolik di Bava non è che un esile canovaccio, un’insieme di storie prive di reale collante narrativo, ispirate ad alcuni albi del fumetto (in particolare i tre intitolati Sepolto vivo!, Lotta disperata e L’ombra nella notte). Il film inizia con un furto messo a segno del ladro davanti al suo nemico ispettore Ginko, e con la sua fuga verso il rifugio in cui l’attende la compagna Eva Kant; successivamente, dopo un “esilarante” (in tutti i sensi) blitz di Diabolik ed Eva nella sala stampa in cui è in corso un incontro del ministro dell’interno coi giornalisti, Ginko scende a patti con un boss mafioso di nome Ralph Valmont, per catturare l’inafferrabile ladro.

La sceneggiatura, rimaneggiata dal regista da un primo trattamento di Arduino Maiuri, come spesso accade nel cinema di Bava non è certo il punto forte del film. Né vuole esserlo. Adattando il fumetto, il regista prende semmai a pretesto la vicenda del ladro per creare una vera e propria festa pop e psichedelica, pervasa da un’estetica addirittura wahroliana. Diabolik, in un certo senso, è un film infedele al fumetto e insieme intimamente fumettistico: i suoi colori “sparati” in faccia allo spettatore, in modo quasi oltraggioso, rimandano a un coté visivo da arte d’avanguardia. Lo stesso universo delle tavole disegnate stava cambiando, e il regista sembrava intercettare più o meno consapevolmente, al cinema, quella trasformazione.

Psichedelia, unica via

Diabolik (1968) recensione

Si era quindi di fronte, con questo adattamento di Diabolik, a un’opera quasi concettuale, che a prescindere dalle intenzioni del regista (che, come d’uso, dimostrava di non prendere affatto sul serio il suo lavoro) risultava decisamente avanti anche rispetto al panorama del cinema di genere coevo. Diabolik, come lo saranno 5 bambole per la luna d’agosto e Lisa e il diavolo, e come già lo era stato in modo diverso – ancora con un legame più stretto con una struttura narrativa classica – il seminale thriller Sei donne per l’assassino, è forme e colori insieme, mescolanza ardita e disinvolta di pop art, futurismo e psichedelia. Basti pensare, per fare un esempio, alle scenografie che mostrano l’interno del nascondiglio del ladro, a quelle forme e a quegli accostamenti cromatici tutti all’insegna del contrasto e del kitsch consapevole. L’immaginazione al potere, di fatto, proprio quando il ‘68 (movimento estetico e culturale oltre che politico) era alle porte. Un modo di intercettare nell’arte le istanze sociali, anticipandole, proprio solo dei grandi artisti. Un’estetica che si sposava anche con le musiche di Ennio Morricone, che vedevano il grande musicista discostarsi in modo abbastanza netto dalle sue composizioni usuali, e che viravano anch’esse verso un pop psichedelico capace parimenti di far respirare in modo anticipatore (e inebriante) l’aria dei tempi.

Anarchico nell’anima

Diabolik (1968) recensione

Va detto infine, se si vuole riflettere più specificamente sul livello contenutistico di questo primo e atipico Diabolik, che Mario Bava operò uno svuotamento (un po’ sornione) dell’etica pur presente nel fumetto originale, di quel codice morale “alternativo” che già allora definiva il protagonista come icona anti-borghese: il suo Diabolik è davvero intimamente anarchico, un demone/folletto che smonta e sbeffeggia i valori borghesi dell’epoca senza opporgliene altri che non siano il caos: basti pensare alla scena già citata in apertura, in cui il gas esilarante sparso dal ladro provoca risate incontrollabili durante una conferenza stampa in cui il ministro aveva solennemente annunciato il proposito di neutralizzarlo (finanche con la pena di morte); oppure quella in cui lo stesso Diabolik, terminato un colpo, addobba il corpo di Eva coi preziosissimi smeraldi appena rubati, prima di tuffarsi con lei e coi gioielli dentro una piscina. Lo stesso furto è azione amorale e svuotata di qualsiasi pur basilare senso etico, irrisione all’ordine borghese e sfida anarchica all’autorità. Diabolik irride le istituzioni, ma anche (e forse soprattutto) gli irreggimentati rivoluzionari che a esse vorrebbero meramente sostituirsi. Il suo urlo è metà ruggito animalesco, metà sberleffo da satiro: lo stesso approccio al cinema di Mario Bava, in fondo, capace di demolire tutto, in primis il proprio stesso lavoro; ma capace al contempo (e non è un paradosso) di sottolinearne l’assoluto valore.

Diabolik (1968) poster locandina

Scheda

Titolo originale: Diabolik
Regia: Mario Bava
Paese/anno: Francia, Italia / 1968
Durata: 105’
Genere: Azione, Thriller
Cast: Adolfo Celi, Andrea Bosic, Annie Gorassini, Carlo Croccolo, Caterina Boratto, Claudio Gora, Federico Boido, Giorgio Sciolette, Isarco Ravaioli, John Phillip Law, Lidia Biondi, Lucia Modugno, Mario Donen, Marisa Mell, Michel Piccoli, Renzo Palmer, Terry-Thomas, Tiberio Mitri
Sceneggiatura: Dino Maiuri, Brian Degas, Tudor Gates, Mario Bava
Fotografia: Antonio Rinaldi, Mario Bava
Montaggio: Romana Fortini
Musiche: Ennio Morricone
Produttore: Dino De Laurentiis, Henri Michaud
Casa di Produzione: Dino de Laurentiis Cinematografica, Marianne Productions
Distribuzione: Paramount Pictures

Data di uscita: 24/01/1968

Marco Minniti
Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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