THE MOLE SONG: FINAL

THE MOLE SONG: FINAL

Chiusura della trilogia dedicata alla talpa Reiji, The Mole Song: Final è un’espressione del Takashi Miike più ludico, che gioca coi cliché, li ripropone e poi li smonta, con piglio per metà affettuoso e per metà sardonico. Un’operazione divertita quanto di sostanza. Film d’apertura dell’Asian Film Festival 2022.

L’ultimo verso della canzone

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Definire nella sua interezza e complessità un cinema come quello di Takashi Miike, incasellandolo in una o più categorie (o generi precisi), è un’impresa quantomai ardua. Il regista giapponese, infatti, in poco meno di trent’anni di carriera, e oltre 100 film diretti, ha ridefinito il concetto stesso di eclettismo, mescolando in una poetica onnivora e bulimica un po’ tutto lo scibile cinematografico: dai frammenti di cultura pop orientale e occidentale ai riferimenti più alti (il suo Visitor Q che cita Teorema di Pier Paolo Pasolini), dall’horror psicanalitico (Audition, Gozu) a quello più improntato all’exploitation, dagli yakuza movie più o meno in acido (impossibile elencarli tutti) ai più seri chanbara movie, fino alle trasposizioni live action di manga e anime. Se si vuole tentare una qualche classificazione in un calderone così composito e ribollente, la trilogia di The Mole Song (introdotta dal primo Undercover Agent Reiji, del 2013, e proseguita tre anni dopo col successivo Hong Kong Capriccio) può essere ascritta al Miike più ludico e disimpegnato: quello che diluisce la violenza in un impasto cartoonesco, divertendosi a smontare cliché che dimostra comunque di conoscere a menadito. Un approccio che viene confermato da questo The Mole Song: Final, presentato come film d’apertura della diciannovesima edizione del romano Asian Film Festival, capitolo finale della suddetta trilogia.

Spaghetti speed

The Mole Song: Final, Ken'ichi Endô in una scena del film
The Mole Song: Final, Ken’ichi Endô in una scena del film di Takashi Miike

Al centro della trama del film c’è di nuovo l’agente sotto copertura Reiji Kikukawa, ormai pienamente introdotto nel clan yakuza del Sukiya-kai: Reiji, negli anni, è divenuto fratello giurato del criminale Masaya Hiura (detto Crazy Papillon), a sua volta vicino all’anziano boss Shuho Todoroki. Per poter finalmente concludere la sua vita da talpa, e tornare a essere un poliziotto, l’uomo dovrà fermare l’importazione di un carico di speed dall’Italia, risultato di un accordo tra il clan di Todoroki e la mafia siciliana. Il boss, per gestire l’operazione, ha esautorato il suo braccio destro Hiura – che non approva il fatto che gli yakuza si dedichino al traffico di stupefacenti – affidandosi a suo figlio Leo, un criminale psicopatico, fisicamente imponente quanto assetato di potere. Reiji, per fermare l’operazione, dovrà tuttavia tradire la fiducia di Hiura, rivelandogli la sua copertura.

Mostrare e demolire

The Mole Song: Final, Tôma Ikuta e Ryohei Suzuki in una scena del film
The Mole Song: Final, Tôma Ikuta e Ryohei Suzuki in una scena del film di Takashi Miike

Come spesso accade per i film di Miike, la sinossi di questo The Mole Song: Final, così riassunta, potrebbe far pensare al più classico degli yakuza movie: tuttavia, basta guardare le prime scene del film (anche laddove non si conoscano i due capitoli precedenti) per rendersi conto di essere in altri e ben distinti territori. L’esilarante prologo ambientato in Italia, con Reiji sottoposto a una prova d’iniziazione che include una crocefissione, dei gabbiani affamati e del mascarpone spalmato sulle parti intime, mostra subito l’approccio slapstick e sopra le righe al soggetto; e lo stesso vale per il successivo, altrettanto grottesco riassunto dei film precedenti, quasi uno sfondamento della quarta parete a uso dello spettatore sprovveduto e/o distratto. Miike reintroduce da subito il pubblico al clima schizzato e iperrealistico della trilogia, divertendosi anche a demolire la mascolinità insita nel genere: lo fa con gag che, a più riprese, irridono tanto la virilità degli yakuza quanto quella dei poliziotti, dando all’elemento femminile (il cui ruolo è stato spesso frainteso nel suo cinema) un peso più determinante che in passato. Ma le intenzioni parodistiche, limitate come sono a singoli siparietti, restano diluite in un contenitore quantomai ludico, in cui lo spettatore è chiamato alternativamente al coinvolgimento emotivo e alla successiva risata irrisoria (e di pancia).

Archi (schizzati) che si compiono

The Mole Song: Final, un'immagine del film
The Mole Song: Final, un’immagine del film di Takashi Miike

Come capitolo finale di una trilogia, e quindi completamento di una narrazione che va fruita nella sua interezza (a dispetto del prologo, infatti, ci si perde inevitabilmente qualcosa laddove non si abbia dimestichezza coi personaggi) The Mole Song: Final funziona e diverte, con un meccanismo ben collaudato: lo fa portando a compimento i singoli archi narrativi, allargando il suo sguardo – col consueto piglio sardonico – sulle evoluzioni dell’universo criminale negli ultimi anni, e mostrando una sorta di “maturazione” del personaggio che – nel suo ovvio carattere sopra le righe – viene ben accolta e assimilata. Per Reiji, ex agente di mezza tacca dai comportamenti poco edificanti (specie con le donne), sta per arrivare la resa dei conti coi suoi attuali compagni, in special modo col “fratello” Hiura. La descrizione del rapporto tra i due, in questo senso, segue fedelmente i canoni della narrazione (occidentale e orientale) sul tema della talpa, con annessi problemi di coscienza e identità, nonché dilemmi etici legati ai motivi della fedeltà e dell’appartenenza. Nel film si nota la tendenza – spesso presente nel cinema di Miike – a giustapporre una gestione sostanzialmente seria dei personaggi (e del racconto nelle sue macroevoluzioni) a una resa folle e surriscaldata dei singoli eventi, spesso tesa a smontare un clima di tensione precedentemente accumulato.

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Una parentesi, ma di sostanza

The Mole Song: Final, Ryohei Suzuki in una scena del film
The Mole Song: Final, Ryohei Suzuki in una scena del film di Takashi Miike

Si potrebbe obiettare che gli spettatori che conoscano il cinema di Takashi Miike (ormai un regista non più propriamente di nicchia) e che ne abbiano seguito le evoluzioni, non troveranno molto di nuovo in The Mole Song: Final; film che peraltro, già dal titolo (che ne svela la natura di compimento di una trilogia – o franchise per dirla all’occidentale) non aspira certo a proporre chissà quali scossoni, in una poetica talmente varia da rendere arduo concepire una qualche evoluzione unidirezionale. Magmatico e composito com’è, il cinema di Miike continua in realtà a evolvere incessantemente, e in modo rizomatico, fin dai suoi primi anni: nella parentesi aperta da questi tre film (la cui ispirazione, va ricordato, risiede in un manga risalente a qualche anno prima) il regista punta soprattutto a giocare col cinema e più in generale con la cultura di massa del suo paese (e non solo), irridendo affettuosamente quei luoghi comuni che ne hanno forgiato, negli ultimi decenni, l’immaginario. Il prediletto modo di intrattenere miikiano – quello che sembra gratificare maggiormente il regista, e il suo stesso pubblico – è proprio quello espresso da questi film, all’insegna dello scherzo, dello sberleffo ragionato e della demolizione programmatica dei propri stessi luoghi comuni: ma il lavoro di riflessione e ricerca che c’è a monte resta innegabile. Un lavoro che, a prescindere dalla chiusura di una singola trilogia, non sembra aver nessuna intenzione di arrestarsi.

The Mole Song: Final, la locandina del film

Scheda

Titolo originale: Mogura no Uta Final
Regia: Takashi Miike
Paese/anno: Giappone / 2021
Durata: 129’
Genere: Commedia, Azione, Thriller
Cast: Karen Takizawa, Ken'ichi Endô, Kôichi Iwaki, Mitsuru Fukikoshi, Nanao, Paolo Andrea Di Pietro, Riisa Naka, Ryôhei Suzuki, Sarutoki Minagawa, Shin'ichi Tsutsumi, Takashi Okamura, Tôma Ikuta
Sceneggiatura: Kankurô Kudô
Fotografia: Nobuyasu Kita
Montaggio: Kenji Yamashita
Musiche: Koji Endo
Produttore: Shigeji Maeda, Misako Saka, Kei Kajimoto, Juichi Uehara
Casa di Produzione: Toho

Trailer

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Marco Minniti
Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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