GLI AMORI DI ANAÏS: VALERIA BRUNI TEDESCHI RACCONTA IL SUO NUOVO FILM

GLI AMORI DI ANAÏS: VALERIA BRUNI TEDESCHI RACCONTA IL SUO NUOVO FILM

Valeria Bruni Tedeschi incontra a Roma la stampa italiana per parlare del suo nuovo film, Gli amori di Anaïs. Incontro tra due interessanti modelli di femminilità nella cornice di un film elegante e molto parlato. In sala dal 28 aprile 2022.

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Il 28 aprile 2022, a quasi un anno dal passaggio felice alla Semaine de la Critique di Cannes 2021, l’edizione estiva, quella della ripartenza, esce nelle sale italiane Gli amori di Anaïs (leggi qui la nostra recensione), commedia sentimentale con Anaïs Demoustier e Valeria Bruni Tedeschi dirette da Charline Bourgeois-Tacquet, qui al suo primo lungometraggio da regista. Distribuisce Officine Ubu in circa 50 copie. Estetica dei sentimenti e culto della parola proiettano il film nel perimetro della sensualità letteraria del Rohmer duro e puro, senza sacrificare nulla all’originalità e alla spontaneità dell’operazione.

Teoria e pratica dell’amore su un fondo alto borghese, intellettuale ma non pretenzioso. L’incontro tra due modelli di femminilità, uno giovane, nervoso e sempre in movimento. L’altro più maturo, leggero e perché no, sereno. A parlare del film e del suo mestiere d’attrice e regista, la luminosa intelligenza di Valeria Bruni Tedeschi, che incontra a Roma la stampa italiana con la voglia di togliersi anche qualche sassolino dalla scarpa.

Nella versione italiana del film lei è doppiata. Ci spiega perché?
Mi fa piacere rispondere a questa domanda. Ho avuto modo di ascoltare una mia scena doppiata e ovviamente non ho assolutamente nulla da dire contro la doppiatrice italiana, che ha fatto davvero un ottimo lavoro. Il problema è un altro. Non portando la mia voce al personaggio non ho avuto modo di completare il mio lavoro, e questa è una cosa che mi provoca un grande dolore. Cos’è successo? Si sono sovrapposte le date. Il doppiaggio per l’Italia ha coinciso con il momento in cui ero impegnata a montare il mio nuovo film. Ho chiesto di spostare l’uscita, invano. Stando così le cose, mi pare di non aver onorato il mio lavoro fino in fondo. E la cosa mi provoca un senso di vergogna. È un problema generale del sistema cinema, anche perché le sale che lo manderanno in versione originale saranno poche. Io sono italiana, un’attrice italiana, posso benissimo doppiarmi e stavolta non l’ho fatto.

Gli amori di Anaïs, Valeria Bruni Tedeschi e Anaïs Demoustier in una foto
Gli amori di Anaïs, Valeria Bruni Tedeschi e Anaïs Demoustier in una foto del film

Cosa la spinge ad accettare un film piuttosto che un altro?
Direi il regista, la sua personalità, più che la storia o il personaggio. Cerco persone che possano piacermi, che siano in grado di stupirmi. Per quanto riguarda Charline Bourgeois-Tacquet avevo visto un suo corto, mi aveva colpito molto la musica interna al suo modo di fare cinema, come Rohmer ma comunque personale. Mi proponeva qualcosa di nuovo. La verità è che se incontro il regista al bar e riesco a parlarci di cinema, di vita, le cose funzionano.

Cosa prova a venire nel nostro paese?
Sono italiana, sento sempre un grande affetto verso di me, qui. E apprezzamento per il mio lavoro. È così importante per tutti, sentirsi apprezzati per quello che si fa.

L’ambiente del film è molto intellettuale, non trova?
È vero, qui intellettuali sono tutti, compresa la ragazza. Si tratta di persone per cui la parola, il discorso, rappresentano modalità d’azione. Per di più sono borghesi, anche benestanti. Aggiungiamo a questo anche le differenze di età. Anaïs ha quest’ansia che la fa correre sempre mentre il mio personaggio ha una serenità, una tranquillità e una leggerezza maggiore. Nasce uno strano equilibrio tra le due. Mi sembra che il mio personaggio, invece di andare verso il basso invecchiando, punti verso qualcosa di più alto e libero. Delle due, è Anaïs quella imprigionata.

Il film, tra le altre cose, può essere interpretato come una dichiarazione d’amore ai libri o più in generale alla cultura materiale oggi un po’ soppiantata dalla cultura liquida?
Questa cosa qui mi tocca. Mi piace leggere, mi piace la carta, appartengo a una generazione per cui il libro stampato ha il suo valore. Comunque anche la regista, che è una ragazza giovane, è sulla stessa lunghezza d’onda. La letteratura è la mia prima ispirazione, il mio rifugio. Più del cinema, della musica, della pittura.

Un suo grande amore letterario?
Natalia Ginzburg.

Gli amori di Anaïs, Valeria Bruni Tedeschi e Anaïs Demoustier in un frame
Gli amori di Anaïs, Valeria Bruni Tedeschi e Anaïs Demoustier in un frame del film

Una delle prime cose che fa il suo personaggio è dire alla protagonista che è molto bella. Bellezza, che valore ha questa parola per lei?
Non collego la bellezza all’estetica, alla moda o a ciò che oggi viene considerato tale. Penso piuttosto al bambino che punta il dito verso qualcosa e la definisce bella. È come se stesse facendo un complimento al mondo, qualcosa di molto personale. Se io dico che una cosa o una persona sono belle, mi sto esprimendo in termini molto intimi. Spirituali.

In questo film sembra che i giovani siano destrutturati mentre i personaggi più in là con gli anni siano ben calibrati. Che ne pensa?
In realtà il personaggio di mio marito nel film è abbastanza destrutturato, una specie di vecchio folletto. Io invece sono un vecchio albero, e la cosa non mi dispiace affatto perché un albero può andare verso il cielo, avere foglie verdi, dare dei frutti. Il film in effetti trasmette quest’idea della maturità come di qualcosa di verde, allegro, gustoso.

Cosa le ha insegnato Patrice Chéreau? Nel suo mestiere di regista e sceneggiatore attribuiva grande importanza al concetto di vergogna.
Cosa mi ha insegnato Chèreau? Su quest’argomento ci ho anche girato un film. È stato una figura paterna, l’ho incontrato in quella che definirei la mia infanzia professionale. Era un grande, grande lavoratore. Lavorava giorno e notte. Intanto mi ha trasmesso questo, l’idea che lavorare molto sia una cosa positiva. E poi chiedeva sempre di più, quindi io ero costretta a dargli altrettanto. Non dimentico gli aspetti negativi, ovviamente, e ho cercato di ritrarlo tenendone conto. Un maestro non è un dio, forse un dio greco, un dio con dei difetti. È vero, lui amava molto i nostri difetti, i nostri segreti, ci insegnava a lavorare sui nostri lati ridicoli, sulle nostre vergogne. Con lui ho imparato a portare nel mio lavoro tutte quelle cose che nella vita siamo abituati a nascondere.

Che c’è di suo nel personaggio?
Il fatto che legga la sua età in termini di maggiore libertà, non di pesantezza. Io cerco di vivere la situazione in questa maniera, è chiaro che la chirurgia va contro questa prospettiva. Se non mi guardo allo specchio mi sembra di avere ancora vent’anni, forse in questo sono cambiata andando avanti con gli anni, cerco meno gli specchi. In modo da sentirmi per quella che sono e non come mi vedo.

Gli amori di Anaïs, Valeria Bruni Tedeschi e Anaïs Demoustier in una sequenza
Gli amori di Anaïs, Valeria Bruni Tedeschi e Anaïs Demoustier in una sequenza del film

Il film, nel modo in cui è scritto, cerca di sanare quella povertà relazionale che appartiene al nostro mondo da qualche tempo?
Ma non mi sembra che ci sia povertà relazionale, in giro. Io ci vedo più che altro paura, angoscia, guerra. La scrittura serve a illuminare i problemi dell’esistenza umana. Per me ci sono più problemi che povertà di relazione.

Nel film appaiono spezzoni di Opening Night, film del 1977 di John Cassavetes con Gena Rowlands.
Nel film di Cassavetes c’è questo rapporto particolare tra la Rowlands e una giovane fan che inconsciamente funziona da premonizione per quello che sarà il rapporto tra le due protagoniste. Gena Rowlands interpreta il personaggio di una donna matura e libera. Lei è un’icona del femminismo, e la sua potenza consiste nella sua libertà di donna. A me ha sempre dato molta speranza.

Una giovane con la madre malata si innamora di una donna più grande: non le sembra ci sia qualcosa di edipico in questo?
È una cosa che succede spesso, amiamo persone in cui vediamo riflessi certi aspetti della nostra vita di famiglia, della nostra infanzia. Amare significa anche recuperare momenti e bisogni della nostra infanzia, rileggendoli in maniera magari diversa, dal momento che siamo adulti. Il che non significa che non ci sia amore autentico. C’è l’amore, ma anche la nevrosi.

Va a Cannes 2022 da regista italiana (con Les Amandiers, ndr). Cos’ha da dirci in proposito?
Si è sempre contenti di andare a Cannes, ugualmente c’è gran soddisfazione se un regista o una regista italiana partecipa al Festival. Io ho due passaporti, uno dei due è francese ma al fondo mi sento italiana. Le mie radici e i miei ricordi d’infanzia sono a Torino. La mia cultura è italiana, è questa la lingua con cui parlo in famiglia. Non mi sembra sbagliato che si parli di me come regista italiana. Tra l’altro il mio film contiene molta musica italiana, tutto quello che è il mio immaginario.

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Francesco Costantini
Nato a Roma a un certo punto degli anni '80 del secolo scorso. Laurea in Scienze Politiche. Amo il cinema, la musica, la letteratura. Aspirante maratoneta.

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