SAM RAIMI, LE OSSESSIONI LUDICHE DI UN GENIO

SAM RAIMI, LE OSSESSIONI LUDICHE DI UN GENIO

L’imminente uscita di Doctor Strange nel Multiverso della Follia segna il ritorno dietro alla macchina da presa di uno degli autori più amati del cinema di genere (e non solo) dell’ultimo quarantennio. Un’ottima occasione per ripercorrere la sua carriera, tra la voglia di divertirsi e sperimentare e un rapporto con gli studios gestito, quasi sempre, in modo egregio.

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Regista capace di esprimere, come pochi altri, un approccio genuinamente ludico all’arte cinematografica – l’approccio di un cineasta che è diventato tale dopo essersi letteralmente innamorato del cinema da spettatore – Sam Raimi è stato uno dei pochi autori provenienti dal cinema a basso costo che sono stati capaci di gestire (bene) il salto in serie A, senza perdere le loro peculiarità stilistiche. Una caratteristica davvero rara, che ha accompagnato il regista fin dentro i trionfi degli anni 2000 (corrispondenti alla sua trilogia di Spider-Man), e che ora è chiamata a essere confermata nell’imminente Doctor Strange nel Multiverso della Follia. Una partecipazione certo suggestiva, quella di Raimi al Marvel Cinematic Universe, che evoca quella che è stata la sua capacità di rivitalizzare il genere del cinecomic col già citato Spider-Man; una capacità che ora lo pone dinnanzi alla sfida di dare un tocco personale e originale – come già sono riusciti a fare James Gunn coi due episodi dei Guardiani della Galassia, e Taika Waititi col suo Thor: Ragnarok – a un media franchise che presenta ormai un forte grado di standardizzazione.

Vale la pena, in occasione dell’uscita del nuovo film (che segna il suo ritorno al cinema da regista dopo nove anni) ripercorrere la carriera di questo autore così eclettico, capace di stare nella dimensione del cinema indipendente come in quella mainstream, e di dare inoltre un impulso, da produttore, alla sopravvivenza di un cinema di genere basato in modo precipuo sull’inventiva, e sulla capacità artigianale di dare vita alle storie.

I primi lavori e la nascita di Evil Dead

Un'immagine di La casa (Evil Dead)
Un’immagine del primo La casa (Evil Dead)

Nato nel Michigan il 23 ottobre 1959, da una famiglia ebraica proveniente dall’Europa dell’Est, Samuel M. Raimi si appassiona al cinema dopo il regalo di una cinepresa in Super 8 da parte di suo padre. Una passione che presto spingerà il giovane Sam ad abbandonare gli studi universitari nella Michigan State University, e a dedicarsi alla realizzazione di cortometraggi col suo amico Bruce Campbell e il suo compagno di stanza Robert Tapert; tra questi primi lavori c’è il corto horror Within the Woods, datato 1978, 32 minuti che fungeranno da base (e da “biglietto da visita” presso i finanziatori) per la realizzazione del successivo La casa. Un anno prima, Raimi si era in realtà già cimentato nella regia di un lungometraggio, il mai distribuito giallo It’s Murder, co-sceneggiato dal suo futuro collaboratore abituale, Scott Spiegel. Le cose vanno decisamente meglio, a Raimi, quando giunge finalmente a compimento nel 1981 la realizzazione del primo La casa (Evil Dead in originale), primo film del regista ad avere una distribuzione ufficiale, e da molti considerato come il suo vero esordio. Il film, girato nell’arco di tre anni con 350.000 dollari di budget (ottenuti grazie a una rete di parenti, amici e finanziatori che avevano visto il precedente Within the Woods), ottiene un buon successo alla sua uscita in sala, preceduta da un’anteprima di mezzanotte al Festival di Cannes; ma La casa riesce soprattutto, fin da subito, a fare breccia nello zoccolo duro degli appassionati di horror, acquisendo negli anni successivi lo statuto di cult movie. Dopo le visioni politiche di George A. Romero, e gli incubi tra corpo e psiche di David Cronenberg, Raimi pareva tornare con La casa a una dimensione più essenziale del genere: e lo faceva scarnificando il plot (un gruppo di amici in un cottage abbandonato, un libro maledetto e un’invasione di entità malvagie) e divertendosi con un ipercinetismo registico all’insegna del gore. Una mistura di elementi – non privi di un’embrionale componente grottesca e umoristica – che renderà il film un vero classico.

Un insuccesso e un sequel cult

La casa 2, una foto di Bruce Campbell
Una foto di Bruce Campbell in La casa 2

Per il suo terzo lungometraggio da regista, Sam Raimi contamina ancora l’horror con una forte componente grottesca e surreale, oltre che con elementi di neo-noir: uscito nel 1985, I due criminali più pazzi del mondo segna la prima collaborazione organica del regista con i fratelli Coen – qui co-autori dello script – dopo che Joel aveva collaborato al montaggio de La casa. La componente slapstick del film – pur venata di macabro – sarà in qualche modo anticipatrice dei successivi lavori di Raimi, che si orienteranno sempre più verso un abbandono della pura graficità gore in favore di una maggiore tendenza alla contaminazione dei generi. Con una realizzazione segnata da vari contrasti tra Raimi e i produttori della Embassy Pictures (che rifiutarono anche la presenza nel ruolo di protagonista di Bruce Campbell, poi entrato in una parte di supporto), I due criminali più pazzi del mondo (Crimewave in originale) si rivela un insuccesso, condizionato dalla difficoltà di conciliare la visione creativa del regista con le richieste di uno studio.

L’insuccesso dell’ultimo lavoro spinge Raimi, Tapert e Campbell a esplorare l’ipotesi di dare un seguito a La casa, anche su spinta del distributore Irvin Shapiro; il progetto è caldeggiato inoltre da Stephen King, che aveva pubblicamente espresso il suo apprezzamento per il primo film, decidendo poi di fare da sponsor per il sequel presso il produttore Dino De Laurentiis (finanziatore del suo Brivido). Su richiesta di De Laurentiis – che mette a disposizione di Raimi un budget decisamente superiore a quello del primo film – La casa 2 si presenta più come un remake che come un sequel vero e proprio del film del 1981; il nuovo film ignora la continuity e replica gran parte delle situazioni di quest’ultimo, con Bruce Campbell calato in una più marcata dimensione umoristica e cartoonesca. Basato su una sceneggiatura scritta da Raimi insieme a Scott Spiegel, La casa 2 ottiene buoni risultati al botteghino (a dispetto di un’uscita limitata sul territorio degli Stati Uniti) e viene apprezzato dalla critica, che ne loda l’approccio in equilibrio tra orrore improntato al gore e commedia.

La prima metà degli anni ‘90: Darkman e l’approdo in serie A

Darkman, un dettaglio della locandina
Darkman, il film del 1990 di Sam Raimi

Dopo aver scritto col fratello Ivan la sceneggiatura della commedia Città selvaggia (Easy Wheels, 1989), parodia del genere motociclistico prodotta da Bruce Campbell e diretta da David O’Malley, Sam Raimi inizia a dedicarsi al suo nuovo progetto da regista. Un progetto che doveva inizialmente adattare il personaggio dell’Uomo Ombra, protagonista di vari romanzi, serial radiofonici e fumetti a partire dagli anni ‘30; impossibilitato a ottenere i diritti del personaggio, tuttavia, Raimi decide di creare una sua figura di supereroe, dando vita al personaggio di Darkman. Il nuovo film, uscito nel 1990, segna l’esordio del regista nel cinema prodotto da uno studio – qui la Universal – con un budget medio-alto; il personaggio del dottor Peyton Westlake, scienziato sfigurato in cerca di vendetta interpretato da Liam Neeson, unisce le suggestioni provenienti da figure come quella dell’Uomo Ombra all’omaggio ai mostri classici della Universal, da sempre amati dal regista. Scritto da Raimi insieme al fratello Ivan e a Chuck Pfarrer, musicato da Danny Elfman alla sua prima collaborazione col regista, Darkman rilegge in modo intelligente l’archetipo fumettistico del vendicatore oscuro, puntellandolo di black humour e di frammenti dell’approccio visivamente anarchico del regista. Il film, interpretato anche da Frances McDormand, viene ben accolto da pubblico e critica e diviene quasi subito un cult movie, generando anche due sequel direct-to-video (di cui Raimi sarà solo produttore) e una vasta pletora di opere ispirate (fumetti, videogiochi e action figures).

Due anni dopo Darkman, il decennio consegna al pubblico l’atteso terzo episodio della saga di Evil Dead, che viene intitolato stavolta L’armata delle tenebre. Sotto l’ombrello della Universal e di Dino De Laurentiis, Raimi abbandona quasi completamente i toni horror degli episodi precedenti, in favore di un mood fantasy-avventuroso con una forte componente da commedia. La trama, che vede il personaggio di Ash (interpretato di nuovo da Bruce Campbell) catapultato nel medioevo alla ricerca del Necronomicon, cita disinvoltamente classici come Gli argonauti, Ultimatum alla terra e I viaggi di Gulliver, con un approccio onnivoro alla materia fantasy che conquista la critica, ma lascia stavolta piuttosto freddo il pubblico. Negli anni successivi, tuttavia, il mercato dell’home video decreterà il successo de L’armata delle tenebre, insieme al suo statuto di cult movie, alla pari dei due capitoli precedenti della saga di Evil Dead.

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Tra nuove produzioni ed esplorazione di altri generi

Soldi Sporchi, un'immagine del film
Soldi Sporchi, un’immagine del film di Sam Raimi

Nel frattempo, Sam Raimi porta avanti parallelamente un’intensa attività di produttore, che lo vede tra l’altro patrocinare nel 1993 l’esordio hollywoodiano di John Woo con l’action movie Senza tregua, con protagonista Jean-Claude Van Damme. Nel 1994 Raimi si dedica, sempre come produttore, al fantascientifico Timecop, diretto da Peter Hyams e ancora con Van Damme protagonista; parallelamente, crea la serie sci-fi M.A.N.T.I.S. (inedita in Italia, andata in onda dal 1994 al 1997) e produce il più noto fantasy televisivo Xena – Principessa guerriera (1995-2001). Il ritorno alla regia cinematografica è datato 1995 e si intitola Pronti a morire (in originale The Quick and the Dead): un western targato Sony con protagonisti Sharon Stone e Gene Hackman, che conta nel cast anche le presenze in ruoli minori di Russell Crowe e di un ancora poco noto Leonardo DiCaprio. Raimi viene scelto in regia dalla Stone (anche co-produttrice), che aveva apprezzato il precedente L’armata delle tenebre; il film, omaggio e insieme smitizzazione ironica del western all’italiana, pur ricco di virtuosismi registici, non ottiene il successo sperato e viene accolto tiepidamente dalla critica. The Quick and the Dead, come molti film del regista, sperimenterà comunque, negli anni successivi, una certa rivalutazione in positivo.

La fine del decennio porta a Sam Raimi un nuovo, grande successo critico – il noir targato Paramount Soldi sporchi (1998), ispirato al romanzo di Scott B. Smith Un piano semplice – e un poco apprezzato dramma romantico – il film del 1999 Gioco d’amore, tratto dal romanzo La partita perfetta di Michael Shaara, interpretato da Kevin Costner. Se il film del 1998, che guarda alla revisione del genere noir operata nel decennio precedente dai fratelli Coen, si basa su un soggetto che il regista riesce facilmente a fare proprio, mettendo in scena un dramma dell’avidità perfetto nel suo cinismo, altrettanto non si può dire del successivo Gioco d’amore; un lavoro, quest’ultimo, ricordato a tutt’oggi come opera minore nella filmografia del regista (oltre che decisamente poco fortunata al botteghino).

Va appena meglio, l’anno successivo, al thriller sovrannaturale The Gift, nato da un soggetto di Billy Bob Thornton (già col regista in Soldi sporchi) e con un cast composto, tra gli altri, da Cate Blanchett, Keanu Reeves, Giovanni Ribisi e Hilary Swank. Il film, basato sulle dichiarate esperienze paranormali della madre di Thornton, rivela un regista un po’ imbrigliato nel recinto di un thriller piuttosto convenzionale, privo dei guizzi creativi di molte opere precedenti. La critica si rivela ancora una volta tiepida, mentre il pubblico garantisce al film poco più del recupero del budget impiegato.

Sam Raimi incontra l’Arrampicamuri

Spider-Man al cinema speciale
Un’immagine dello Spider-Man di Sam Raimi

All’inizio degli anni 2000, la Sony/Columbia – divenuta unica titolare dei diritti del personaggio di Spider-Man – decide di affidarsi allo sceneggiatore David Koepp per portare al cinema il fumetto di Stan Lee e Jack Kirby, mettendo del tutto da parte il copione scritto anni prima da James Cameron. La scelta per la regia ricade proprio su Sam Raimi, che già aveva dato prova di saper trattare efficacemente la materia fumettistica (seppur in modo indiretto) in Darkman. Il primo Spider-Man, uscito nel 2002, si rivela un film di grande importanza storica, che lancia definitivamente il regista nell’Olimpo dei nomi di Hollywood che contano, e rivitalizza un genere (quello dei cinecomic) che in quegli anni stava vivendo un periodo di appannamento. Raimi, affidandosi a un Tobey Maguire che da allora (malgrado le successive incarnazioni del personaggio) sarebbe stato identificato come lo Spider-Man cinematografico per eccellenza, dirige un film lineare ma avvincente, personale quanto profondamente rispettoso del soggetto originale; un lavoro capace come pochi di delineare quel percorso di crescita umana (e presa di coscienza) di un supereroe, che era cifra distintiva delle tavole del fumetto Marvel. Il film, che nel finale piazza anche un’esplicita auto-citazione di Darkman, si rivela il maggior incasso, fino ad allora, della carriera del regista, ponendo le basi per un già ipotizzabilissimo nuovo franchise.

Franchise che infatti prosegue, due anni dopo, in un sequel che ottiene un successo ancor maggiore del prototipo, sia in termini commerciali che di critica: col doppio del budget del primo film (200 milioni di dollari) e un cast che introduce la figura del Doctor Octopus interpretato da Alfred Molina, Spider-Man 2 problematizza ancor più il personaggio e il tema della “grandi responsabilità” evocate nel primo film, poggiando il tutto su un impianto spettacolare di grande solidità. Non è un caso che questo sequel, a tutt’oggi, sia ancora considerato come il miglior film dedicato al personaggio, nonché uno dei migliori cinecomic di sempre.

La trilogia dedicata all’Uomo Ragno, che per i cinque anni successivi al 2002 impegna Raimi in modo pressoché esclusivo, si chiude nel 2007 con Spider-Man 3: un sequel, quest’ultimo, che nonostante i grandi incassi (i più alti dell’intera serie) segna il canto del cigno per questa versione del personaggio. Il faraonico budget messo a disposizione del regista (258 milioni di dollari, allora il più alto della storia del cinema) si accompagna a contrasti e interferenze da parte del produttore Avi Arad nel processo creativo del film, all’abbandono dello sceneggiatore Alvin Sargent, e a una frammentazione narrativa che porta a una inutile proliferazione di storyline e villain. I progetti per uno Spider-Man 4 naufragano a causa dell’insoddisfazione del regista per tutte le bozze di script che gli arrivano, mentre la produzione decide di optare per un reboot del personaggio. Raimi, nel frattempo, si allontana decidendo di esplorare altri territori.

Il ritorno all’horror… e l’approdo alla Disney

Drag Me to Hell, un'immagine
Drag Me to Hell, un’immagine del film

Il 2009 segna il ritorno di Sam Raimi all’horror, con una dimensione produttiva più piccola di quella dei tre Spider-Man, e un copione, risalente a dieci anni prima, scritto insieme al fratello Ivan. Drag Me to Hell, racconto della maledizione gitana che colpisce un’impiegata di un istituto di credito, viene presentato in anteprima al Festival di Cannes, convincendo subito, in maniera pressoché unanime, la critica. Il film recupera in parte il tono a metà tra l’horror più grafico e la commedia dei primi lavori del regista, riproponendo un Raimi più libero di sperimentare con la macchina da presa, e una trama che presenta la giusta dose di cinismo e cattiveria. Il film convince anche il pubblico, incassando 90 milioni di dollari su un budget di 30, e conquistandosi subito un posto tra i cult movie più apprezzati diretti dal regista.

Parallelamente al suo lavoro dietro la macchina da presa, Raimi prosegue in questi anni un’intensa attività di produttore con la sua Ghost House Pictures: un’attività che lo porta a patrocinare, tra le altre cose, progetti come l’esordio hollywoodiano dei fratelli Danny e Oxide Pang (The Messengers, 2007) e l’horror del regista danese Ole Bornedal The Possession (2012). Insieme ai soci storici Robert Tapert e Bruce Campbell, il regista produce poi nel 2013 il già annunciato remake di La casa, firmato da Fede Àlvarez e con protagonista un’insolita equivalente femminile dell’eore Ash, interpretata da Jane Levy. Il film, pur mancando del tocco anarchico e iconoclasta del regista, ottiene un buon successo, originando il progetto (poi messo da parte) di una nuova direzione per il franchise.

Il 2013 è anche l’anno di quella che resta (ancora per poco) l’ultima regia cinematografica di Raimi: Il grande e potente Oz, prima collaborazione del regista con la Disney, nasce dal progetto dello studio di dare un prequel al classico del 1939 Il mago di Oz, che raccontasse le origini del popolare personaggio. Il film, basato su una sceneggiatura di Mitchell Kapner e David Lindsay-Abaire, ha una realizzazione segnata da alcuni contrasti tra il regista e lo studio, specie nella scelta del cast; nonostante l’accoglienza tiepida da parte di pubblico e critica, Raimi fa in realtà col suo Oz un’operazione colta e cinefila, che riesce a innestare il suo mondo e le sue ossessioni (in primis quella per la Settima Arte) in un contenitore tipicamente disneyiano. Nonostante il frequente accostamento col fallimentare Alice in Wonderland di Tim Burton (sempre prodotto da Joe Roth), Raimi riesce in realtà dove il collega aveva fallito, pur andando incontro a risultati commerciali non del tutto soddisfacenti.

Un ritorno acclamato e un addio

Ash Vs. Evil Dead, una scena della serie
Ash Vs. Evil Dead, una scena della serie creata da Sam Raimi

Il reboot de La casa è rimasto pezzo unico – almeno stando ai dettagli attualmente circolanti sul nuovo Evil Dead Rise di Lee Cronin, che sembra presentare una trama slegata tanto dal remake, quanto dagli altri capitoli della saga; negli anni successivi al 2013, tuttavia, Sam Raimi e il fratello Ivan iniziano a esplorare l’ipotesi di un quarto capitolo dell’originale saga di Evil Dead, che vedesse il ritorno del personaggio di Ash. Un quarto capitolo che tuttavia fatica a trovare i finanziamenti necessari, almeno su grande schermo; di qui nasce la decisione dei fratelli Raimi di rivolgersi al network Starz, l’unico che pare credere nel progetto e dare carta bianca ai due a livello creativo. La serie Ash vs. Evil Dead viene annunciata a sorpresa dal regista al Comic-Con di San Diego del 2014; quando Starz, nel novembre dello stesso anno, dà un ordine di dieci episodi per la serie, l’entusiasmo dei fans è palpabile.

Creata dai fratelli Raimi insieme allo sceneggiatore Tom Spezially, Ash vs. Evil Dead viene distribuita il giorno di Halloween del 2015, segnando il ritorno di Bruce Campbell nel suo storico ruolo; la trama, ambientata 30 anni dopo gli eventi de L’armata delle tenebre, presenta nuovi co-protagonisti (i due comprimari Pablo e Kelly, interpretati rispettivamente da Ray Santiago e Dana DeLorenzo) e un intreccio di nuovo basato sul famigerato Necronomicon, che stavolta minaccia di distruggere l’intera umanità. Raimi dirige il primo episodio e funge da supervisore per il resto della serie, che coniuga (bene) l’approccio naïf dei primi Evil Dead con un gusto per il gore ormai assente dall’horror cinematografico a grande distribuzione, insieme a un mood umoristico e citazionista decisamente più contemporaneo. La serie va avanti per tre stagioni, fin quando Starz, visto il rilevante calo di ascolti degli ultimi episodi, non ne decide la cancellazione. La successiva, partecipata petizione dei fans per una prosecuzione di Ash vs. Evil Dead su Netflix resta senza seguito: Bruce Campbell, infatti, fa sapere a più riprese di aver ormai appeso al chiodo la motosega di Ash, considerando le tre stagioni della serie come il suo canto del cigno nel ruolo del personaggio.

Sam nel Multiverso milioniario

Un'immagine di Sam Raimi e di Doctor Strange 2
Un’immagine di Sam Raimi, regista di Doctor Strange 2

Tra un’attività produttiva che non si ferma (che lo vede, tra le altre cose, occuparsi da produttore del remake di Poltergeist, di quello di The Grudge e dell’ultimo horror di Alexandre Aja, Crawl – Intrappolati) e una serie di progetti da regista non concretizzatisi, Sam Raimi trova infine la sua via al ritorno dietro la macchina da presa con l’imminente Doctor Strange nel Multiverso della Follia. Un ritorno che per il regista è in realtà doppio, anzi triplo: ritorno dopo nove anni alla regia di un prodotto destinato al grande schermo, ma anche ritorno a quel genere super-eroistico che un ventennio fa gli diede la definitiva popolarità di massa; e infine ritorno in casa Disney, quella stessa casa che nel 2013 gli permise di dirigere, con Il grande e potente Oz, un lavoro tanto controverso quanto, in realtà, riuscito e personale. Col nuovo Strange, Raimi prende le redini di un progetto già avviato, segnato da un abbandono (quello del regista precedentemente designato, Scott Derrickson) di cui non si sono mai compresi i reali contorni. Le voci successive alla “separazione consensuale” tra Derrickson e lo studio di Kevin Feige parlavano di una volontà del regista di spingere troppo in là quella componente horror che già lo stesso Feige aveva annunciato essere parte integrante del nuovo film; le successive dichiarazioni (di circostanza?) degli stessi Marvel Studios, tuttavia, smentivano questa lettura, confermando che Doctor Strange nel Multiverso della Follia avrebbe esplorato un lato “più sconvolgente e terrificante” del multiverso Marvel. L’ingaggio di Raimi, regista che viene ricordato come colui che ha dato, insieme, dignità e incassi milionari al genere del cinecomic, sembrerebbe autorizzare buoni auspici per questo nuovo lavoro; un lavoro che, per una volta, vede d’accordo in un ampio hype la generazione di appassionati del Marvel Cinematic Universe – anagraficamente, in gran parte, giovane o giovanissima – e quella dei vecchi fans del regista. La risposta la darà come sempre il grande schermo, a brevissimo.

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Marco Minniti
Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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